Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 23/09/2017

Corte di Cassazione Civile n. 21938 del 21 settembre 2017: una sentenza che non deve trarre in inganno

La terza sezione della Corte di Cassazione Civile, con la sentenza n. 21938 del 21 settembre 2017, torna, seppur incidentalmente, sulla unitarietà del danno non patrimoniale. Il caso riguarda un incidente stradale nel quale un minore aveva subito un gravissimo danno alla salute. Con sentenza resa in data 4/3/2014, la Corte d'appello di Genova aveva disposto l'aumento dell'importo risarcitorio liquidato dal primo giudice in favore della vittima a titolo di danno non patrimoniale, senza però riconoscere, per quanto qui ci interessa, la liquidazione di ulteriori importi a titolo di personalizzazione di detto danno. Uno dei motivi del ricorso in Cassazione da parte della vittima minorenne e dei suoi congiunti riguardava appunto la omessa pronuncia in relazione al risarcimento del danno morale ed esistenziale in favore del minore. Nel ricorso si asseriva che la Corte d’Appello non aveva considerato in modo analitico tutte le voci del danno non patrimoniale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso sulla scorta del nuovo testo dell'art. 360, n. 5, c.p.c. (riformato nel 2012), ai sensi del quale la sentenza è impugnabile con ricorso per cassazione "per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti". Per la Suprema Corte, nel caso de quo, con riguardo alla ridetta necessaria allegazione argomentativa e probatoria delle circostanze di fatto idonee a dar conto dell'integralità del risarcimento invocato, i ricorrenti non risultano aver fornito alcuna specificazione di eventuali fatti decisivi la cui considerazione sarebbe stata omessa dalla considerazione del giudice d'appello.E’ interessante notare, ai nostri fini, che la Corte di Cassazione, argomentando perlopiù in termini procedurali, ha comunque svolto una premessa di merito sul danno non patrimoniale al fine di giustificare l’iter argomentativo della corte territoriale:“secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, e dal momento che il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l'operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili, ma possono venire in considerazione solo in sede di adeguamento del risarcimento al caso specifico, e sempre che il danneggiato abbia allegato e dimostrato che il danno biologico o morale presenti aspetti molteplici e riflessi ulteriori rispetto a quelli tipici (cfr., ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 24864 del 09/12/2010, Rv. 614875 - 01). Sulla vicenda, per un commento più fondato, occorrerebbe esaminare la sentenza impugnata e capire quali erano state le allegazioni e le prove prodotte dai ricorrenti e raggiunte in corso di causa. La circostanza nulla toglie però al fatto che la Corte di Cassazione operi una sintesi che rischia di trarre in inganno, soprattutto dove sembra identificare il danno esistenziale unicamente quale riflesso ulteriore del danno biologico o morale. Riteniamo in tal senso utile sottolineare come, pur a fronte della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la n.26972 dell’11 novembre 2008, che ha sancito l’impossibilità di guardare al danno esistenziale quale autonoma categoria di danno non patrimoniale ai fini risarcitori, dovendosi procedere sempre e comunque per una valutazione unitaria di siffatto danno, si sia venuta formando e consolidando una giurisprudenza che richiama in modo esplicito la categoria “atipica e descrittiva” del danno esistenziale ai fini della determinazione del danno non patrimoniale. Ci piace in tal senso richiamare la interessantissima sentenza n.20197 del 2015, della stessa terza sezione della Corte di Cassazione, che confermò il risarcimento del danno riconosciuto dalla Corte d’Appello di Milano a seguito di immissioni rumorose, pur in mancanza di danno biologico, perché il danno non patrimoniale è risarcibile anche quando non si riscontri una lesione del diritto alla salute.Nel farlo richiamò anche principi comunitari: La stessa sentenza n. 26972 del 2008 ha chiarito che il danno alla qualità dell'esistenza trova tutela soltanto quando esso si verifichi in conseguenza della lesione di un diritto costituzionalmente garantito (escludendo in tal modo i danni bagatellari) con ciò non precludendo però la strada alla possibilità di porre a fondamento della risarcibilità del danno non patrimoniale un diritto fondamentale diverso rispetto al diritto alla salute (e alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, quali l'inviolabilità del domicilio e la tutela della famiglia fa riferimento la sentenza impugnata). Proprio in tema di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, questa Corte ha più volte affermato già in passato che pur quando non risulti integrato un danno biologico, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all'interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale (v. Cass. n.7875 del 2009). Cass. n. 26899 del 2014 ha affermato che l'accertata esposizione ad immissioni sonore intollerabili può determinare una lesione del diritto al riposo notturno e alla vivibilità della propria abitazione, la cui prova può essere fornita dal danneggiato anche mediante presunzioni sulla base delle nozioni di comune esperienza. (Nella specie, le immissioni sonore - costituite da musica ad alto volume e altri schiamazzi "clamorosamente eccedenti la normale tollerabilità" in orario serale e notturno - avevano determinato una lesione, non futile, al diritto al riposo notturno per un periodo di almeno tre anni). A ciò deve aggiungersi che il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare è uno dei diritti protetti dalla Convenzione Europea dei diritti umani (articolo 8). La Corte di Strasburgo ha fatto più volte applicazione di tale principio anche a fondamento della tutela alla vivibilità dell'abitazione e alla qualità della vita all'interno di essa, riconoscendo alle parti assoggettate ad immissioni intollerabili un consistente risarcimento del danno morale, e tanto pur non sussistendo alcuno stato di malattia.” Sono principi fondamentali, da non dimenticare, neppure quando la Suprema Corte non sembra convinta di doverli affermare.



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