Danni - Danni -  Redazione P&D - 05/05/2018

Corte di Cassazione n. 7840 del 29 marzo 2018: ulteriore conferma della piena utilizzabilità delle Tabelle di Milano - RM

Il danno non patrimoniale nell'anno 2018: biologico, morale ed esistenziale

Anche la pronuncia della Suprema Corte n. 7840 del 29 marzo 2018 conferma la piena utilizzabilità delle Tabelle di Milano, precisando, in particolare, che: (1) il danno non patrimoniale costituisce una categoria unitaria, di talché i vari nomina iuris che lo contraddistinguono non possono essere invocati singolarmente con l'intento di aumentarne il quantum; (2) in caso di mancata liquidazione del cosiddetto danno morale, occorre, pertanto, che il ricorrente, in sede di impugnazione della sentenza, non si limiti ad insistere sulla separata liquidazione di tale voce, ma che articoli chiaramente la doglianza come erronea esclusione, dal totale ricavato in applicazione delle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, delle componenti di danno diverse da quella originariamente descritta come danno biologico, risultando, in difetto, inammissibile la censura, atteso il carattere tendenzialmente omnicomprensivo delle previsioni delle predette tabelle - per un approfondimento, si veda Riccardo Mazzon, Il nuovo danno non patrimoniale, Ospedaletto (Pisa) 2018 -.

Il principio era già stato confermato da Corte di Cassazione n. 392/2018: nel 2003 un danneggiato da sinistro stradale convenne, dinanzi al Tribunale di Treviso - sezione di Conegliano Veneto -, il responsabile dell’incidente nonché la compagnia assicuratrice di quest’ultimo, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza d'un sinistro stradale; con sentenza 22.7.2009, n. 219, il Tribunale accolse parzialmente la domanda, attribuendo all'attore un concorso di colpa del 20% e condannando i convenuti al pagamento di Euro 471.849,61=, oltre accessori; la sentenza venne appellata da entrambe le parti e la Corte d'appello di Venezia, con sentenza 6.10.2014 n. 2251, rigettò l'appello degli originari convenuti mentre accolse parzialmente quello dell’originario attore, condannando responsabile ed assicurazione al pagamento dell'ulteriore cifra di Euro 63.670,32.

In particolare, per quanto qui d’interesse, la Corte d'appello ritenne che il Tribunale avesse sottostimato il danno non patrimoniale, nelle sue componenti morale ed esistenziale e che il risarcimento del pregiudizio non patrimoniale andasse, quindi, aumentato per tenere conto che la vittima, di 32 anni:

- aveva perso quasi completamente l'uso del braccio destro;

- aveva patito una convalescenza di 14 mesi, con necessità di vari interventi chirurgici;

- aveva dovuto mutare le abitudini di vita e le relazioni sociali.

La Corte d'appello stimò che tali pregiudizi imponessero un incremento della liquidazione, già compiuta dal Tribunale, di ulteriori 79.587,90 Euro che, decurtati della percentuale di colpa della vittima (20%), diedero il risultato sopra indicato di 63.670,32 Euro.

Il ricorrente propose, successivamente, ricorso per Cassazione e, fra le diverse censure, dedusse come la Corte d'appello avesse erroneamente liquidato il danno non patrimoniale con criteri diversi da quelli uniformi suggeriti dal Tribunale di Milano ed indicati dalla Corte di Cassazione come il criterio equitativo per eccellenza, ex art. 1226 c.c..

E la Corte di Cassazione ritiene detta censura fondata: infatti, precisa il Supremo Consesso, anche con sentenza n. 12408 del 07/06/2011 è stato stabilito che, nella liquidazione del danno non patrimoniale derivante da una lesione della salute, il principio di equità - di cui all'art. 1226 c.c. - è garantito preferibilmente dall'adozione dei criteri uniformi (c.d. "Tabelle") predisposti e diffusi dal Tribunale di Milano.

In effetti, già nella sentenza "capostipite" di tale orientamento, la Suprema Corte aveva stabilito a quali condizioni ed entro quali limiti la mancata adozione, da parte del giudice di merito, dei criteri suddetti potesse essere fatta valere in sede di legittimità: in particolare, nel caso di decisioni d'appello pronunciate dopo il 7.6.2011, è sufficiente che l'applicazione del criterio "milanese" sia stata invocata (almeno in grado di appello - ed anche solo in fase di precisazione delle conclusioni -) dalla parte interessata, ma non vi è per essa alcun obbligo di deposito in giudizio di tali tabelle: infatti, dovendo di regola il giudice di merito - salvo motivato dissenso - attenersi ai principi interpretativi dettati dalla Suprema Corte, deve ritenersi che egli sappia di dover liquidare il danno alla salute applicando i valori risultanti dalle "Tabelle" del Tribunale di Milano, peraltro facilmente reperibili sulle riviste specializzate, nella trattatistica o sul web.