Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 14/04/2018

Corte di Cassazione n.9048 del 2018 prima parte: nessun risarcimento ai fratelli postumi

Una importante sentenza della Corte di Cassazione civile Sez. 3, la n. 9048 del 2018, presidente Travaglino e relatore Rossetti torna su diverse questioni di particolare interesse in materia di risarcimento del danno sia patrimoniale che non patrimoniale. La Corte prende in esame una vicenda che riguarda una famiglia con figlio primogenito nato con un grave ritardo neuromotorio dovuto ad ipossia cerebrale intervenuta durante il parto. Nel 1997 i genitori agirono dinanzi al Tribunale di Napoli affermando che il danno era stato causato dalla colpevole condotta dei sanitari, i quali, nonostante un evidente quadro sintomatico di sofferenza fetale, non avevano eseguito prontamente un parto cesareo, mancando peraltro di sorvegliare adeguatamente la gestante durante il travaglio, e comunque somministrandole dosi eccessive di ossitocina, che si erano rivelate controproducenti rispetto al felice esito del parto. I genitori agirono in giudizio anche per i figli nati successivamente, chiedendo a loro favore il risarcimento del danno non patrimoniale per non avere goduto del diritto a vivere in una famiglia serena. Con sentenza 12 marzo 2004 n. 3055 il Tribunale di Napoli accolse la domanda dei genitori. La sentenza venne appellata da tutte le parti. Con sentenza 30 dicembre 2013 n. 4514 la Corte d'appello di Napoli accolse parzialmente tanto l'appello principale proposto dai sanitari convenuti, quanto l'appello incidentale proposto dai genitori sia in proprio che quali rappresentanti dei propri figli minori. La Corte d'appello aumentò la liquidazione del danno patrimoniale e non patrimoniale patito sia dai genitori che dal minore nato affetto dalla indicata patologia. La Corte d'appello ritenne invece, accogliendo sul punto l’impugnazione dei convenuti, che non spettasse alcun risarcimento ai fratelli postumi del primogenito, poiché, essendo nati dopo quest'ultimo, non poteva dirsi sussistente un valido nesso di causa fra l'errore dei sanitari e il danno da essi lamentato. La sentenza della Corte di Cassazione è rilevante per almeno tre questioni sottoposte al suo giudizio: 1) La risarcibilità o meno del danno non patrimoniale a favore dei figli nati successivamente al primogenito, vittima del fatto illecito, che vantano un diritto a vivere in famiglia serena; 2) La possibilità di un incremento “personalizzato” del danno così come quantificato in virtù delle tabelle del Tribunale di Milano; 3) La calcolabilità del danno patrimoniale sulla proiezione del mancato reddito della persona nata con patologia che non permetterà alcuna occupazione. Per comodità di esposizione e facilità di lettura, dividiamo in due parti la sintesi della sentenza. La prima parte riguarda il punto 1). Ricorrendo per Cassazione, i genitori affermano l'esistenza d'un valido nesso di causa tra l'errore dei sanitari e il danno non patrimoniale patito dai fratelli nati successivamente al primogenito vittima del fatto illecito, perché anch'essi hanno il diritto a vivere in una famiglia serena. Tale diritto sarebbe stato leso dall'errore commesso dai sanitari che avevano provocato le lesioni al loro fratello prenato. In tal modo, sostengono i genitori i fratelli, alla loro nascita, vennero a trovarsi in una "una drammatica situazione familiare". La Cassazione conferma sul punto la decisione della Corte d’Appello di Napoli e respinge le richieste avanzate dai genitori per i figli nati successivamente al primogenito. La Corte sottolinea come non sia ravvisabile nessuna causalità materiale tra la condotta dei sanitari e il danno subito dai figli nati successivamente. “Il concepimento e la nascita d'un essere umano sono conseguenze di atti umani coscienti e volontari. Qualsiasi atto umano cosciente e volontario, in quanto libero nel fine e non necessitato, per risalente opinione (filosofica, prima che giuridica), interrompe qualsiasi nesso di causa…Ne consegue che la scelta dei genitori degli odierni ricorrenti di generare dei figli non può dirsi "conseguenza" dell'errore commesso dai sanitari. E se quella scelta non fu conseguenza dell'errore medico, nemmeno potrà esserlo il disagio e gli altri pregiudizi lamentati dagli odierni ricorrenti, venuti al mondo per effetto di quella scelta.” La Cassazione afferma poi che nella vicenda non si riscontra nemmeno un rapporto di causalità c.d. giuridica. “Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, chiamate a comporre i contrasti circa l'interpretazione dell'art. 1223 c.c., e sul modo di intendere il concetto di "danni immediati e diretti", hanno stabilito che: (a) i danni "mediati e indiretti", che l'art. 1223 c.c. esclude dal novero della risarcibilità, non vanno confusi coi danni c.d. "di rimbalzo o di riflesso", i quali pure possono essere considerati conseguenza immediata e diretta dell'illecito; (b) danni "da rimbalzo" sono quelli che: (b') costituiscono una "conseguenza indefettibile" dell'illecito; (b") attingono in modo immediato persone diverse dalla vittima primaria dall'illecito; (b") attingono persone collegate da un "legame significativo" già esistente con il soggetto danneggiato in via primaria (per tutti questi princìpi si veda la motivazione di Sez. U, Sentenza n. 9556 del 01/07/2002). Nel nostro caso, nessuno dei requisiti indicati sub (b) sussiste. Non il primo, perché la nascita degli odierni ricorrenti non può dirsi una "conseguenza indefettibile" dell'errore commesso dai medici. Non il secondo, perché manca l'immediatezza: al momento del fatto illecito, infatti, nessuno degli odierni ricorrenti ancora esisteva. Non il terzo, perché al momento della commissione dell'illecito non esisteva ancora alcun "legame significativo" tra la vittima primaria ed i suoi fratelli, suscettibile di essere attinto dall'illecito.” La Corte sottolinea poi la paradossalità logica della richiesta di risarcimento del danno avanzato per i figli nati successivamente al primogenito: “(a) in teoria, anche la madre potrebbe essere ritenuta responsabile del suddetto danno, per aver messo al mondo un secondo figlio, pur sapendo della preesistenza d'un fratello invalido; (b) non solo nel caso di errore medico, ma dinanzi a qualsiasi fatto illecito lesivo dell'integrità psicofisica, tutti i parenti postumi della vittima primaria potrebbero domandare un risarcimento al responsabile; e sinanche il coniuge che contragga le nozze dopo l'infortunio del partner sarebbe legittimato alla richiesta di risarcimento, senza limiti di generazioni o di tempo; (c) non solo nel caso di danno non patrimoniale, ma anche per il danno patrimoniale i nati postumi potrebbero domandare il risarcimento all'autore dell'illecito: così, ad esempio, i figli postumi del creditore insoddisfatto potrebbero pretendere il danno dal debitore insolvente, per essere nati in una famiglia povera. L'evidente insostenibilità di tali approdi evidenzia, in virtù della regola della reductio ad absurdum, l'erroneità del presupposto su cui si fondano, e cioè che persone non solo non nate, ma neanche concepite al momento della commissione del fatto illecito, possano domandare al responsabile di questo un risarcimento.” La sentenza della Corte è chiara sia dal punto di vista giuridico che logico. Con esempi che dimostrano gli effetti paradossali del riconoscere un risarcimento del danno a chi neppure era stato concepito all’epoca del fatto illecito, la Corte rafforza le proprie argomentazioni in materia di causalità sia materiale che giuridica. Appare utile, in particolare, il richiamo alle Sezioni Unite e alla loro interpretazione su cosa debba intendersi per i danni c.d. “di rimbalzo” o “di riflesso”.