Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Ilaria Rega - 28/03/2020

Covid19: Il fallimento di un modello economico e sociale?

Sono giorni che rifletto su cosa scrivere, migliaia di pensieri e riflessioni affollano la mia mente, diviene quasi difficile comprendere da dove partire per fare un discorso sensato, di qualche utilità.

Tutto inizia da una trasmissione radiofonica di una piccola, ma seguita, radioweb, Radio Informazione Libera, che esiste ormai da tanti anni e che cerca, nel suo piccolo, di fare un servizio al cittadino, informandolo e portando esperti di varie materie per dissipare i dubbi che affliggono in quel momento la maggior parte della società, con parole semplici, comprensibili.

Il tema della puntata a cui sono stata invitata - dove ognuno partecipava rigorosamente da casa sua, anche il conduttore,  Antonio Corcione, con tanto di guaiti del suo cane, che  di tanto in tanto si lamentava perché non aveva la dovuta attenzione del suo amico umano - era (ovviamente) l’epidemia che in questo momento sta attanagliando il mondo ed in particolare l’Italia: il Covid19.

Gli ospiti, oltre la sottoscritta, erano il Professor Massimo Galli, Direttore/Responsabile delle malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, dove si concentrano i casi più gravi, in quanto centro ad alta specializzazione e il Professor Avv. Carlo Taormina, noto penalista, che in questi giorni sta facendo molto discutere anche per la sua denuncia al governo e alle autorità sanitarie,  a suo giudizio “Responsabili di seimila morti”.

Il Professor Taormina faceva subito notare come lo stesso Professor Galli verso il 24 di febbraio avesse affermato, come molti altri studiosi, che l’Italia fosse fuori da una situazione molto grave legata al contagio da Covid 19 e poi in seguito era stato costretto a ritrattare. Il professor Taormina si chiedeva se non si fossero potuti evitare tutti questi morti, rendendosi subito conto della gravità dell’epidemia e costringendo tutti, da subito, alla quarantena.

Il noto Infettivologo al contempo faceva notare come fosse stato impensabile prevedere la severità dell’evoluzione attuale del virus nel nostro paese, essendo un evento nuovo per tutti, medici e scienziati compresi, “rimasti tutti spiazzati”.  A questo punto chiedevo al Professor Galli se è vero che l’Italia ha un problema ad aggiudicarsi i reagenti per fare i test nelle aste internazionali a causa di alcuni cavilli burocratici a cui è sottoposta la nostra pubblica amministrazione e che ci consentono di pagare i beni solo alla consegna e non all’ordine, rendendoci meno competitivi deli altri stati. Lui, abbastanza dispiaciuto affermava che il problema non sono tanto i reagenti, ma che a causa dei tagli degli anni passati fatti alla sanità, mancano medici e strutture territoriali dove poterli effettuare a chi ha sintomi compatibili con quelli del virus.

Proprio da qui vorrei partire per la mia riflessione: tagli importanti sono stati fatti alla nostra sanità negli anni passati, sia a causa di un debito pubblico importante e in continua crescita, del nostro paese e sia perché si sono privilegiati altri settori. 

La Fondazione Gimbe calcola che il grosso dei tagli sia avvenuto tra il 2010 e il 2015 (governi Berlusconi e Monti), con circa 25 miliardi di euro trattenuti dalle finanziarie del periodo, mentre i restanti 12 miliardi sono serviti per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica tra il 2015 e il 2019, per intenderci con i governi: Letta, Renzi, Gentiloni, Conte.

La relazione annuale della Corte dei Conti,  evidenzia come la frenata più importante sia arrivata dagli investimenti degli enti locali (-48% tra il 2009 e il 2017) e dalla spesa per le risorse umane (-5,3%), ciò si ripercuote sulla quantità e sull’ammodernamento delle apparecchiature, oltre che sulla disponibilità di personale dipendente, calato nel periodo preso in considerazione di 46mila unità (tra cui 8mila medici e 13mila infermieri).

 A riguardo si potrebbero fare disquisizioni filosofiche, ma credo che quanto di più semplice sia renderci conto, come mondo civile, che il sistema, politico-economico-finanziario,  adottato sino ad oggi è fallito ed è fallito per un motivo molto semplice, la politica, l’economia, la finanza dovrebbero servire per il benessere e il progresso dell’umanità, se ciò non avviene il sistema fallisce. Questo non solo ce lo insegnano i più noti studiosi e pensatori di diverse discipline del passato e del presente solo per citarne alcuni: Rousseau, Mill, Marx, Agostino di Ippona, Kelsen, Arendt, Keynes,  Smith,  Krugman, Kant, Nash, Gandhi e la lista potrebbe essere infinita, ma ce lo dice il buon senso.

Citando le parole di Rousseau, chiediamoci perché l’uomo decide di fare un contratto sociale, uscire dallo stato di natura e quindi, in seguito creare delle strutture organizzate come ad esempio gli  stati nazionali, l’unione europea etc.: per sostituire la legge del più forte al diritto, grazie al quale:

"Trovare una forma di associazione che difenda e protegga, mediante tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e rimanga libero come prima".

L'unica forma di associazione che risponde a ciò è lo Stato democratico, che consente da un lato di riunirsi in una sola entità, ma dall'altro di conservare la propria libertà e uguaglianza: nel nuovo Stato, il popolo è il Sovrano.

Lo Stato di diritto (locuzione derivata dall'originaria espressione della  lingua tedesca Rechtsstaat, coniata dalla dottrina giuridica tedesca nel XIX secolo)è quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo, insieme con la garanzia dello stato sociale.

Citando Nash e la sua teoria dell’equilibrio: "Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l'equilibrio c'è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme. Vale a dire che tutti agiscano non col fine di ottenere il miglior risultato per sé, ma di ottenere il miglior risultato per il gruppo, e quindi, indirettamente, ottenendo un risultato migliore anche per sé (anche questo concetto è ben esemplificato nel dilemma del prigioniero). Poiché tuttavia spesso la razionalità collettiva contrasta con quella individuale, è nella maggior parte dei casi necessario un accordo vincolante tra i giocatori (e quindi una istituzione che vigili su tale accordo) ed una sanzione nei confronti di chi non lo rispetta, riducendo quindi il profitto del singolo se esso si allontana dalla combinazione di strategie che garantisce a tutti il miglior risultato, affinché nessuno trovi preferibile defezionare".

Nella Teoria generale, Keynes, invece, afferma che sono giustificabili le politiche destinate a incentivare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a se stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda.

Tutti questi giri di parole e citazioni di saggi per dire che non dobbiamo dimenticarci che siamo qui, tutti, italiani, tedeschi, francesi, olandesi, spagnoli, europei, russi, americani,  per cercare di avere una vita, non dico felice, che sarebbe auspicabile, ma quantomeno umana sul nostro pianeta terra e che il denaro è un mezzo per il benessere e per la solidarietà tra stato e cittadini e tra nazioni, quando ci si dimentica di questo e prevalgono i singoli interessi - ad esempio enfatizzando il problema del debito dei singoli stati rispetto all’importanza delle vite umane - i risultati per tutta l’umanità non potranno che essere disastrosi, come quelli del tempo presente, perché solo una società solidale è una società solida, l’alternativa  è costruire un gigante con le gambe di argilla e quindi, probabilmente senza solidarietà il nostro destino sarà l’estinzione.

 

Fonti

Hans Kelsen, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 

Enrico Mancuso, Politica Keynesiana. Il rilancio dell'economia tra libertà e benessere, Armando editore, Roma 2003.

John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, Derive Approdi, 2010.

Fondazione Gimpe: Report  Il definanziamento del Sistema Sanitario 

Corte dei Conti: Relazione annuale

J.J. Rousseau (Libro I, cap. VI: Il patto socialeIl contratto sociale)

J.J. Rousseau Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (1755)

Gandhi, Il mio credo, il mio pensiero, Mohandas Karamchand Gandhi

Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, John Maynard Keynes