Danni - Danni -  Michela Del Vecchio - 17/10/2017

Danno alla vita affettiva: persiste la difficoltà della sua dimostrazione – Cass, III Sez. Civ., ord. 24901/2017

Il danno non patrimoniale può sinteticamente ma non esaustivamente indicarsi in tutte le ripercussioni negative sul valore uomo che si manifestano attraverso la sofferenza morale (transeunte o durevole), la perdita dell’integrità psicofisica, l’alterazione dello stile di vita, la perdita di attività in cui persona esplicava la propria personalità e/o ogni altro elemento che incida sulla vita relazionale / affettiva della persona stessa. Il danno in parola è certamente la conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto che può subire anche un parente o congiunto del danneggiato. Come dimostrare la sua esistenza?
Sul punto della prova del danno non patrimoniale patito dal congiunto della “vittima” (intesa genericamente come danneggiato) torna a trattare la Cassazione con l’ordinanza in commento.
La fattispecie attiene alla perdita /lesione della vita sessuale subita dal coniuge e l’unico motivo posto a fondamento dell’impugnazione dinanzi alla Suprema Corte era basato proprio su un error in procedendo, secondo l’assunto del ricorrente, compiuto dalla Corte d’Appello ovvero sull’errata valutazione della domanda di risarcimento del danno alla vita sessuale.
La Cassazione ha respinto il ricorso ritenendo che la domanda di risarcimento, nella specie, del danno alla vita sessuale doveva essere puntualmente descritto nel fatto così da delimitare correttamente il thema decidendum.
Un principio, a parere della scrivente, poco chiaro ove si consideri che, nel sistema processual civilistico (si richiama a tal proposito l’art. 163 cpc), è onere della parte che promuove un giudizio indicare, a pena di nullità dell’atto processuale, la “determinazione della cosa oggetto della domanda” e l’ “esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda”.
Cosa avrà inteso dunque la Cassazione con l’affermazione sopra riportata?
L’impossibilità di una dimostrazione per così dire diretta del pregiudizio alla vita affettiva (nella quale si pone anche la sfera sessuale) del congiunto del danneggiato è indiscusso tanto che fu proprio la Cassazione (con le sentenza c.d. gemelle o di S. Martino del 2008) ad indicare la prova presuntiva come elemento concorrente all’affermazione del danno non patrimoniale (e ciò è estensibile, come verrà precisato oltre, anche al danno non patrimoniale subito dai congiunti della vittima): il danneggiato (e dunque anche i parenti / congiunti della vittima) era onerato a fornire tutti gli elementi che nella concreta fattispecie potevano ritenersi idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti così da risalire al fatto ignoto o non oggettivamente provabile (la sofferenza c.d. morale appunto).
Negata dunque la configurabilità, nel nostro sistema civilistico, di un danno non patrimoniale in re ipsa, fu quindi la medesima giurisprudenza di legittimità (sollecitata dai giudici di merito: si vedano a titolo esemplificativo Corte Appello Milano, 18 febbraio 2016 n. 2153 o Tribunale di Benevento 20 settembre 2016 n. 2175) a sostenere che il danno non patrimoniale patito personalmente dai congiunti della vittima non necessitava di prova rigorosa della sofferenza essendo sufficiente la sussistenza di elementi logici dai quali il Giudice potesse desumere l’esistenza del danno (Cassazione, III Sez. Civ., 11 luglio 2017 n. 17058).
Da tale ultima affermazione però, a parere della scrivente, possono trarsi altre conseguenze logiche: se posso procedere, per l’accertamento dell’esistenza di un danno non patrimoniale al congiunto / parente, dalla conoscenza di fatti noti non è escluso che l’analisi di tutti gli accadimenti del passato possano condurmi – tratteggiandone gli aspetti comuni – alla conoscenza del fatto “ignorato”.
In altri termini, se si può far ricorso alle presunzioni (o prove presuntive) per la verifica dell’esistenza del danno non patrimoniale patito dal parente del danneggiato non è escluso che a tal fine possa anche farsi ricorso a massime di esperienza.
Ferma la distinzione fra presunzioni e le massime di esperienza, l’esistenza del danno non patrimoniale può essere anche desunta da quel processo di generalizzazione degli aspetti comuni di tanti accadimenti passati. Ed allora il fatto ignoto (danno non patrimoniale del prossimo congiunto) può derivare ed essere dimostrato dal fatto noto (danno patito dalla vittima dell’illecito) anche senza la necessaria, specifica e dettagliata descrizione dello stesso bensì quale implicazione meramente probabile che a propria volta si traduce in una regola probatoria (id quod plerumque accidit).
Danno non patrimoniale non in re ipsa (forse) ma certamente connaturato all’illecito civile e dunque non necessitante della descrizione “in punto di fatto” ma anche solo di indicazione del pregiudizio subito e del quale si chiede il ristoro.
Si auspica dunque più audacia nei giudici che, pur riconoscendo l’effettività del danno non patrimoniale patito dai congiunti del danneggiato, stentano ancora ad affermarlo nella sua pienezza ed immanenza alla fattispecie illecita.