Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Antonio Arseni - 14/03/2018

Danno psichico e morale in un caso di responsabilità medica incidente sulla capacità procreativa (Cass.17.01.2018 n. 901)

La vicenda di una donna che a causa di un intervento chirurgico,  nato come laparoscopia funzionale all’asportazione di una cisti ovarica ma risoltosi in una ben più complessa operazione,  mai acconsentita, di laparatomia, cui è conseguita la condanna del sanitario ad un risarcimento danni rappresentato da voci sovrapponibili (un danno psicologico ulteriore a quello morale oltre  quello biologico, pari all’8% in termini di riduzione della capacità gestazionale. erroneamente “personalizzato”) ha permesso alla Corte Regolatrice, con la recente decisione 17/01/2018 n° 901 (Presidente ed estensore il Cons. Giacomo Travaglino), di ritornare sulla questione della autonomia ontologica del danno morale rispetto a quello biologico, consistente nella lesione alla integrità psico-fisica del soggetto leso.

Il tema, sviluppatosi soprattutto dopo le c.d. sentenze di S. Martino del 2008 delle Sezioni Unite le quali – facendo riferimento alla c.d. tesi della somatizzazione, avevano reputato che, laddove la sofferenza degeneri il patologia, il danno non patrimoniale è risarcibile nella sola veste di danno biologico omnicomprensivo, idonea ad assorbire la componente morale – hanno avuto l’effetto di riaccendere il dibattito tra i fautori della autonomia del danno morale rispetto a quello biologico e quelli che propugnano la contraria tesi dell’assorbimento. Un dibattito che sembrava sopito prima della pubblicazione delle sentenze gemelle del 2008, laddove in precedenza era stato sostenuto che danno biologico e danno morale soggettivo hanno natura diversa e non si identificano in alcun modo (v. Corte Costituzionale 22/07/1996 n° 293), in quanto il primo “consiste nella lesione della integrità psico-fisica, mentre il secondo è costituito dalla lesione della integrità morale (Cass. 12/07/2006 n° 15760).

L’arresto delle S.U. del 2008 ha permesso, dunque, di approfondire la questione della autonomia delle due voci di danno, sostenuta soprattutto da quella che è definita dottrina esistenzialista e da quella legata al valore costituzionale del danno morale, seguita, invero, da gran parte della giurisprudenza di merito e di legittimità, a cominciare dalla nota pronuncia della Cassazione 12/09/2011 n° 18641 che, secondo molti osservatori, ha avuto il merito di far “resuscitare” il danno morale (per così dire) ponendo fine a quell’esilio in cui era stato confinato in ragione della contestata tesi della c.d. somatizzazione.

Per la verità, già prima della decisione della Cassazione 18641/2011, una pronuncia della stessa S.C. aveva potuto affermare testualmente “che nella liquidazione del danno non patrimoniale derivante da fatto illecito il Giudice di merito deve, in ogni caso, tener conto delle effettive sofferenze patite dall’offeso, della gravità dell’illecito di rilievo penale e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere la somma liquidata adeguata al particolare caso concreto ed evitare che la stessa rappresenti un simulacro di risarcimento” (Cass. 10/03/2010 n° 5220). Si potrebbe richiamare questa affermazione di principio per evidenziare come in realtà, ad una più attenta lettura della pronuncia a S.U. del 2008, la Cassazione non abbia inteso predicare un principio di diritto funzionale alla scomparsa per assorbimento ipso facto del danno morale nel danno biologico avendo, viceversa, indicato al Giudice di merito soltanto la necessità di evitare, attraverso una rigorosa analisi delle evidenze probatorie, duplicazioni risarcitorie. Il che, precisa la sentenza in commento – ribadendo quanto già sostenuto in precedenti pronunce, come ad esempio Cass. 20/04/2016 n° 7766 – appare confermato, da ultimo, attraverso  la nuova formulazione dell’art 138 del Codice delle Assicurazioni, modificato dalla Legge 124 del 04/08/2017, laddove  - “dopo la oltremodo significativa modificazione della stessa  rubrica della norma (che non  discorre più di danno biologico ma  di danno non patrimoniale, così riportando definitivamente l’asse del ragionamento probatorio dal solo danno alla salute a tutti gli altri danni conseguenti alla lesione di un diritto costituzionale)- si legge testualmente alla lettera e) che al fine di considerare la componente del danno morale da lesione all’integrità fisica, la quota corrispondente al danno biologico stabilita in applicazione dei criteri di cui alle lettere da a) a d) è incrementata in via percentuale e progressiva per punto, individuando la percentuale di aumento di valore per la personalizzazione complessiva della liquidazione”

Note sono le affermazioni di principio della S.C. che si rinvengono in molte pronunce (v. ex multis Cass. 18641/2011, 20292/2012, 11851/2015, 7766/2016, 26805/2017 cui la decisione in commento dichiara di aderire dando continuità ad un orientamento ormai consolidato) laddove viene sottolineata l’esigenza fondamentale del Giudice, chiamato ad occuparsi della persona e dei suoi diritti fondamentali, di tener conto della reale fenomenologia del danno alla persona medesima, a prescindere dal “ricorso ad astratte tassonomie classificatorie”, valutando compiutamente – in quel “prisma multiforme del danno non patrimoniale” – la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto.

In tale contesto, dunque, una volta individuata (insiste la Corte Regolatrice) l’indispensabile situazione protetta a livello costituzionale (oltre alla  salute, il rapporto familiare e parentale, l’onore, la reputazione, la libertà religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all’ambiente, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, il diritto di associazione e di libertà religiosa etc.), sarà consentito al Giudice del merito, attraverso una rigorosa analisi e valutazione sul piano della prova, di riscontrare o meno l’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale in tutti i suoi aspetti, quali il dolore, la vergogna, il rimorso, la disistima di sé, la malinconia, la tristezza) quanto il suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il c.d. danno esistenziale).

Nella fattispecie oggetto della sentenza in commento, il Giudice di merito non avrebbe fatto buon governo dei suddetti principi citando sostanzialmente la S.C. la circostanza che la Corte di merito aveva sovrapposto indebitamente una pretesa voce di danno psicologico ulteriore rispetto al danno morale da reato riconosciuto dal primo Giudice (reato peraltro escluso in sede penale), ritenendolo (poco comprensibilmente) già in parte ricompreso sotto il profilo del danno morale, ma costituente un quid pluris rispetto al mero danno da reato, per poi procedere alla determinazione di un danno biologico, complessivo liquidabile con personalizzazione massima in € 27.770,00 aggiungendo poi, del tutto erroneamente, che il danno morale doveva ritenersi incluso nel calcolo tabellare, onde il suo riconoscimento avrebbe comportato duplicazione risarcitoria”.

Trattasi all’evidenza di un esempio di come possa configurarsi l’inammissibile duplicazione risarcitoria laddove (a quanto sembra dalla lettura della sentenza) un preteso danno psicologico si era andato a sovrapporre a quello morale già peraltro riconosciuto attraverso la personalizzazione del pregiudizio di natura biologica alla integrità psico-fisica.

Le critiche mosse dalla S.C., nella sentenza in commento, conducevano, dunque, all’annullamento  della decisione del Giudice di merito ed ad un nuovo giudizio attraverso il quale lo stesso veniva  chiamato a chiarire - non essendo stati compiutamente specificati - i criteri di valutazione “delle varie componenti del danno alla salute, in tutti i suoi aspetti dinamico-relazionali e morali, considerato che nella specie, il danno sofferto dalla vittima dell’illecito era consistito nella definitiva perdita della capacità procreativa (pur nella necessaria valutazione delle pregresse difficoltà gestazionali).

La complessa vicenda trattata dalla sentenza in commento, in definitiva offre l’occasione per ricordare (come efficacemente sottolineato da autorevole dottrina P. Cendon – I danni non patrimoniali, Saggi Key Editore 2015 p. 32-33) che il danno biologico non è l’unica partita negativa che la responsabilità civile conosca e non tutti gli attori in giudizio sono creature che si presentano afflitte da turbe psichiche o mentali”. “Esistono accanto alla integrità psico-fisica –non meno irrimediabili per il titolare – beni come la  famiglia, la serenità affettiva, da dignità, l’istruzione oppure il lavoro, la giustizia, i diritti della personalità, i rapporti associativi, la vivibilità di una casa, o ancora l’arte, la natura, lo sport, gli hobbies, il riposo”.

“Molti affanni incruenti sono peggiori dei biologici, più subdoli, sconvolgono maggiormente i destinatari, lasciano tracce persistenti”.

Di qui l’importanza nella responsabilità civile di discorrere “della centralità della persona e della integrità del risarcimento del valore uomo così dettandosi un vero e proprio statuto del danno non patrimoniale per il nuovo millennio” (così Cass. 901/2018 p. 19).

Quindi, non è detto che il danno psichico – definibile come una infermità mentale, una condizione patologica di sovvertimento della struttura psichica nei rapporti tra rappresentazione ed esperienza – possa sempre e comunque costituire un “semplice prolungamento nello spazio e nel tempo della vittima, del danno morale, un’appendice con lo stesso d.n.a.” (così P. Cendon – Il danno psichico, Saggi Key Ed. 2015 p. 12).

Laddove l’afflizione psichica attenti all’integrità psico-fisica medicalmente accertabile del soggetto, comportando una autentica lesione, una stortura, nella ragione, nello intelletto, nel carattere dell’individuo, ossia una patologia in senso stretto, ecco allora che il pregiudizio viene ad inverarsi nello specifico terreno del danno biologico, suscettibile di ripercuotersi in momenti peggiorativi dal punto di vista patrimoniale, biologico/esistenziale, morale/sofferenziale – oppure in alcuni soltanto di essi “ (così P. Cendon, op. cit.).

Certo rimane la difficoltà di accertare i vari danni subiti dalla persona a livello non patrimoniale, a causa della presenza di caratteristiche apparentemente simili soprattutto tra danno morale e danno biologico/psichico.

Ed, invero, con riferimento al danno morale, spesso la giurisprudenza parla di “sofferenza psichica” in relazione ad uno stato di tristezza e prostrazione causato dal trauma, che non sempre arriva ad alterare l’equilibrio interno dell’io e le modalità di relazionarsi con l’esterno (in pejus – danno esistenziale).

Ma ciò non è da escludersi e gli esempi possono essere molteplici nell’ambito della c.d. officina aquiliana: uccisione di un congiunto ed in genere illeciti contro un familiare, diagnosi infauste e malpractice, shock da notizie false, mobbing in ambito lavorativo. 

A grandi linee, la letteratura psicologica ha associato il danno psichico ai nuclei psicotici, anche transeunti, ed a gravi forme di nevrosi; mentre il danno morale e quello esistenziale presentano caratteristiche più assimilabili a problematiche nevrotiche medio-lievi.

Il primo consisterebbe nel transeunte turbamento dello stato d’animo (v. Cass. 233/2003) cioè un turbamento emotivo subito dalla vittima di un evento dannoso, per il dolore, il disagio e la sofferenza psico-fisica che costituisce la immediata conseguenza dell’evento lesivo e che ha natura temporanea, perché dura per un breve lasso di tempo senza compromettere la salute dell’individuo e la sua quotidianità.

Il secondo si sostanzierebbe in quella compromissione della qualità della vita normale del soggetto, in un “non poter più fare” in quanto inficia le azioni realizzatrici della persona umana, come i rapporti familiari, affettivi, sociali, le attività di svago ed intrattenimento etc.

Sarà compito del Giudice del merito, come suggerisce anche la sentenza della S.C. 901/2018, riscontrare la ricorrenza del concreto pregiudizio sofferto dal danneggiato evitando duplicazioni risarcitorie, ma stando attento a riconoscere integralmente il danno iuxta alligata et probata partium.