Amministrazione di sostegno - Finalità della legge, destinatari -  Redazione P&D - 05/04/2020

De iure condendo: verso l'abrogazione dell'interdizione - Carmela Bruniani

La legge sull’amministrazione di sostegno può interpretarsi, in senso metaforico, come la rivoluzione copernicana che ha posto la persona e i suoi bisogni al centro del sistema delle tutele.

Attraverso di essa ha trovato piena attuazione il principio del rispetto della dignità dell’individuo, nucleo fondante del dettato costituzionale, anche quando si è affievolita o è venuta meno la facoltà di intendere e di volere.

Alla base di tale normativa vi è, quindi, la totale inversione dello schema tradizionale incapacità/protezione tipico, invece, dell’istituto dell’interdizione, quest’ultimo frutto di una concezione ancestrale del soggetto incapace considerato, in ambito patrimoniale, potenzialmente pericoloso per sé stesso e per i propri familiari e, quindi, destinatario di misure di protezione finalizzate a contenere l’estrinsecazione delle proprie libertà.

Il soggetto debole è, quindi, considerato in grado di relazionarsi con il suo amministratore di sostegno e di esprimere la propria opinione, non vincolante, ma idonea a manifestare le sue esigenze e le sue aspirazioni, di cui l’amministratore stesso non potrà non tenere conto nella scelta dell’attività da compiere.

Il tutore, invece, nel caso di interdizione giudiziale, può agire in piena autonomia prescindendo dalle necessità e dai reali desideri della persona sottoposta a tutela.

La legge sull’amministrazione di sostegno non fa alcun riferimento al “grado di incapacità” dell’amministrato e pertanto, il suo consenso va chiesto e rispettato qualunque sia il suo grado di discernimento.

La portata rivoluzionaria di tale norma rende il beneficiario soggetto sempre capace di relazionarsi col mondo esterno e al quale deve sempre essere garantita la possibilità di autodeterminarsi anche quando la sua condizione patologica è uguale a quella che, un tempo, virava sempre verso la scelta dell’interdizione.

Il soggetto debole viene, quindi, salvaguardato da qualsiasi compressione esterna del suo reale volere, non sussistendo ragioni per cui le sue necessità non debbano essere valutate e, possibilmente, realizzate nella scelta alternativa tra una soluzione o l’altra.

La salvaguardia della dignità della persona, qualunque sia la patologia da cui è affetta, precede, quindi, nel sistema dell’amministrazione di sostegno da qualunque ulteriore, subordinata necessità.

L’amministratore non può, quindi, esimersi dall’obbligo di comprendere e capire le necessità del suo amministrato, anche quelle più intime, sino ad oggi escluse dal novero degli atti che giuridicamente e materialmente possono essere compiuti dal soggetto incapace.

In caso di contrasto tra amministratore e beneficiario la scelta dovrà essere devoluta al Giudice che, valutate le circostanze del caso, deciderà cosa sia più opportuno fare, tenuto conto dei desideri espressi dal soggetto da tutelare.

Naturalmente è evidente che più si riducono le capacità cognitive del beneficiario più si estendono quelle dell’amministratore e del Giudice ma in un’ottica inversa rispetto all’interdizione, ponendo al centro del rapporto l’individuo, la sua dignità e le sue legittime, anche potenziali, aspettative.

Va, infatti rilevato che, anche se l’istituto dell’interdizione è finalizzato alla tutela dell’incapace, manca nella sua costruzione complessiva, la necessità di sostenere il beneficiario non sostituendosi ad esso ma rendendolo partecipe delle scelte e conservandone intatte tutte le prerogative di carattere costituzionale a tutela e sostegno della persona.

L’amministrazione di sostegno, de iure condendo, ha colmato gravissime lacune del sistema per la sua capacità di adeguarsi ad ogni fattispecie concreta e per la sua finalità protettiva e non afflittiva tanto da aver reso inutile, nei fatti, l’istituto dell’interdizione.

Nessun essere umano, infatti, pur affetto da gravi patologie, può essere relegato al ruolo di soggetto passivo degli eventi e delle necessità che la vita gli pone.

Gli istituti a tutela dei fragili devono essere in grado di “accompagnarli per mano” rispettando le loro pur deboli aspettative, tenendo conto che nessun uomo è uguale ad un altro e che la sua gestione non può avvenire secondo schemi predeterminati.

La malattia mentale, il disagio, le difficoltà di approcciarsi all’esterno e le decine e decine di problematiche che affliggono il mondo dei più deboli non ci consento di capire, ex ante, fino a che punto le capacità cognitive e affettive siano state compromesse.

Pertanto, solo un esame del singolo caso unico e irripetibile, diverso da ogni altro, può farci comprendere se e fino a che punto il soggetto che appare apatico e inerme abbia ancora conservato sprazzi di volontà, desiderio ed affettività.

Anche ove sussista il dubbio che sia rimasto un pur minimo rapporto col mondo esterno la sua dignità deve essere salvaguardata non attraverso un tutore che decida “per lui” ma attraverso un soggetto che decida “con lui”, nel rispetto della sua volontà o di quella che, dopo un attento esame della sua condizione, appaia essere la scelta più vicina ad essa.