Danni - Danni -  Michela Del Vecchio - 16/11/2019

Della sofferenza interiore – Cassazione, III Sez. Civ., 27 maggio 2019 n. 14364

“Fare, essere, apparire”: tre verbi espressione della quotidianità di ciascuna persona la cui lesione o compromissione – incidendo sulle abilità della vittima del fatto illecito – costituisce fonte dell’obbligazione risarcitoria di cui agli artt. 2059 c.c. e 185 c.p.

Del danno morale soggettivo torna a parlare la Terza Sezione della Cassazione con la decisione del maggio 2019 confermando l’indirizzo giurisprudenziale in materia di liquidazione del danno morale ma, nel contempo, offrendo spunti di riflessione sull’autonomia ontologica dell’aspetto interiore del danno sofferto (c.d. danno morale appunto).

Cosa intendere per sofferenza interiore? La risposta fu inizialmente data dalle SSUU che nel 2008 richiamava, nella voce del danno morale, il perturbamento psichico di natura emotiva interiore che, se prolungato e intendo, assume rilievo non solo ai fini del suo riconoscimento ma anche della sua quantificazione soprattutto se il perturbamento è intendo e prolungato,

Dieci anni dopo tale affermazione, la Cassazione, Terza Sezione, con ordinanza n. 7513 del 27 marzo 2018 indicava risarcibile in modo autonomo sotto la voce del danno alla salute anche il “dolore d’animo, la vergogna, la disistima in sé, la paura, la disperazione” che, pur non costituendo pregiudizi fondati su base organica (ovvero valutabili con criterio medico legale) costituiscono comunque una modificazione in pejus della condizione umana ovvero una lesione di diritti costituzionalmente tutelati (artt. 2 e 3 Cost. anche in relazione al valore della dignità anche sociale e della salute come identità biologica e genetica).

Sulla personalizzazione del danno poi la Terza Sezione si era espressa anche con altra decisione (sentenza n. 11754 del 15.5.18) che – pur indicando i parametri tabellari elaborati presso il Tribunale di Milano come criterio di calcolo prima e liquidazione poi del danno anche non patrimoniale (n quanto prevedenti un aumento equitativo della quantificazione del pregiudizio alla salute in relazione alle lesioni della sfera personale della vittima) – riconosceva che “in presenza di specifiche circostanze di fatto, che valgano a superare le conseguenze ordinarie già previste e compensate nella liquidazione forfettaria assicurata dalle previsioni tabellarie, può procedersi alla personalizzazione del danno dandone adeguatamente conto nella motivazione della sussistenza di peculiari ragioni di apprezzamenti meritevoli di tradursi in una differente (più ricca e dunque individualizzata) considerazione in termini monetari” (con riferimento ad un danno iatrogeno, nella specie, la Cassazione aveva ritenuto meritevoli di valorizzazione aspetto legati alle dinamiche emotive della vita relazionale ed interiore del soggetto leso).

E’ lo stesso legislatore che ha peraltro riaperto il dibattito sul danno morale quando con DPR n. 37 del 3 marzo 2009 ha distinto il danno biologico dal danno morale (art. 5 lett. a e b) stabilendo che la “percentuale di danno biologico è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 cod. ass.” e che “la determinazione della percentuale di danno morale viene effettuata, caso per caso, tenendo conto dell’entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in misura fino a un massimo di due terzi del valore”.

Nel testo poi modificato con Legge 124 del 2017 si torna a evidenziare la possibile diversa ed autonoma valutazione della sofferenza interiore quale conseguenza della lesione al diritto alla salute.

Va certamente ed a tal proposti evidenziato che le c.d. sentenze San Martino non hanno mai predicato un assorbimento ipso facto del danno morale nel danno biologico pur avendo evidenziato la necessità di una rigorosa analisi dell’evidenza probatoria e di una ingiustificata duplicazione di voci risarcitorie.

Nel 2011 le SSUU della Cassazione (decisione n. 2611 dell’1.2.17) hanno però anche ricordato (seppur in tema di risarcimento del danno conseguente ad immissione illecite) che l’assenza di un danno biologico documentato non osta al risarcimento del danno non patrimoniale –à sub specie di danno morale – se sono lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiana quali diritti costituzionalmente garantiti nonché tutelati dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

E così, in considerazione dei citati artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni (come modificati dalla citata Legge 124 del 2017) la sofferenza umana inerente l’aspetto interiore del danno (danno morale) non coincide con la sofferenza determinata dall’impatto modificativo in pejus delle condizioni di vita della vittima del fatto illecito (aspetto dinamico relazionale del danno) ed entrambi gli aspetti della sofferenza concretizzano elementi essenziali della lesione di diritti costituzionalmente protetti e dunque danni diversi, autonomamente risarcibili (Cassazione, III Sezione Civile, 17 gennaio 2010 n. 901 ma anche Cassazione, III Sezione Civile 10 marzo 2010 n. 5770 secondo cui il danno morale – quale voce autonoma di danno dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto – deve essere quantificato in relazione alle condizioni soggettive della persona umana e della concreta gravità del fatto “senza che possa quantificarsi il valore dell’integrità morale come una quota minore proporzionale al danno alla salute dovendo dunque escludersi l’adozione di meccanismi semplificativi di liquidazione di tipo automatico”).

Argomentando in tal senso no va sottaciuto che la giurisprudenza ha anche riconosciuto come voce autonoma di danno il c.d. “danno morale terminale” quale danno da percezione dell’imminenza dell’exitus concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalla lesione sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita immanenza della morte se nel tempo che si dispiega tra la lesione e il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”.

Naturalmente l’autonomia ontologica del danno morale non può prescindere da una prova delle circostanze di fatto concretizzanti il pregiudizio sofferto (prova che può essere offerta anche per presunzioni) che definisca in modo concreto ed effettivo l’entità del pregiudizio medesimo.

Sotto tale profilo la giurisprudenza, seppur si spinge come si è visto dal punto di vista sostanziale a considerare possibile autonomie valutative della sofferenza interiore, è processualmente ancora vincolata agli indirizzi già espressi in tema di liquidazione del danno.

Ne consegue che, se da un lato, la Cassazione afferma che “l’operazione di personalizzazione impone al giudice di far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze ordinarie già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata assicurata dalle previsioni tabellari..”; dall’altro sottolinea che “la liquidazione del danno morale, poiché ha natura satisfattoria della sofferenza determinata dall’illecito, integrante anche reato, va effettuata unitariamente in relazione al singolo fatto illecito (cioè al singolo reato) senza che possa scomporsi in varie voci, in relazione ad esempio ad un danno da inabilità permanente e ad un danno per invalidità temporanea”