Interessi protetti - Interessi protetti -  Letizia Davoli - 16/09/2017

Detenzione inumana: il risarcimento del danno si prescrive in dieci anni

Con una sentenza chiara e ben motivata, il Tribunale di Cagliari ha condannato il Ministero della Giustizia al risarcimento dei danni patiti da un detenuto che ha scontato la propria pena in condizioni di detenzione non conformi all’art. 3 della CEDU che proibisce “la tortura e il trattamento o pena disumano o degradante”.

Nello specifico il ricorrente lamentava di essere stato detenuto in celle non conformi alle dimensioni previste per legge (3 metri quadrati come spazio minimo), e di essere stato costretto a rimanere in cella per 22 ore al giorno, in quanto poteva usufruire solo di due ore al giorno d’aria.

Il Ministero, costituendosi in giudizio, preliminarmente eccepiva l’avvenuta prescrizione della richiesta risarcitoria, e nel merito deduceva la sua infondatezza.

Gli aspetti più rilevanti di tale sentenza attengono alle motivazioni addotte dal Giudice che ha rigettato l’eccezione di prescrizione, condannando il Ministero al pagamento dei danni patiti liquidati secondo quanto previsto dall’art. 35 ter dell’Ordinamento penitenziario (Legge 354/1975 modificata dal DL 92/2014 su sollecitazione della Corte Europea).

Il primo aspetto affrontato nella disamina del Giudice riguarda l’individuazione del termine iniziale dal quale calcolare la prescrizione del diritto al risarcimento.

In merito, attraverso un attento excursus storico delle norme di riferimento, il Giudice riconosce che il dies a quo per calcolare il termine di prescrizione decorre “dal momento della fine dello stato di detenzione ovvero dalla fine di ciascun periodo di detenzione presso ciascun carcere o presso ciascuna cella durante la quale si sia verificata la violazione”.

Il ragionamento prende le mosse dall’art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario (“Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti dei soggetti detenuti o internati”), che prevede un rimedio, appunto, “risarcitorio”, sia per coloro che ancora si trovano in stato di detenzione (attraverso il ricorso al magistrato di sorveglianza che, a titolo di risarcimento in forma specifica, può ridurre la pena ancora da espiare nella misura di un giorno ogni dieci giorni di pena già eseguita in condizioni “inumane”), sia per coloro che hanno già espiato la propria pena, come nel caso di specie. In questa seconda ipotesi la domanda di risarcimento dei danni subiti deve essere proposta al Tribunale Civile del capoluogo di distretto in cui il ricorrente ha la residenza, ed in caso di condanna, il risarcimento viene liquidato nella misura pari ad euro 8,00 per ogni giorno di detenzione subita in violazione dell’art. 3 della CEDU.

Nella sentenza si sottolinea poi come dottrina e giurisprudenza siano concordi nel ritenere che il rimedio introdotto con l’art. 35 dell’Ord. Penitenziario abbia natura risarcitoria ( e non indennitaria), come si evince anche dalla stessa terminologia usata dal legislatore che fa espresso riferimento ai “rimedi risarcitori”, ed inoltre come tale articolo non introduca un nuovo illecito civile, in quanto anche prima di tale disposizione, “la violazione del diritto ad una detenzione conforme all’art. 3 della Cedu costituiva un danno ingiusto risarcibile secondo i principi generali della responsabilità civile ..”.

Conseguentemente “la responsabilità dello Stato per l’illecito civile cui fa riferimento il d.l. 92/2014 trova la sua fonte diretta, non nel predetto decreto legge, bensì nella violazione delle statuizioni di cui all'art. 3 della Cedu, divenuto parte integrante del nostro ordinamento a far data dalla l. 848/1955, che ha ratificato e reso esecutiva in Italia la Convenzione europea dei diritti dell'uomo”.

Tale impostazione comporta importanti conseguenze in materia di prescrizione, dato che, “riconosciuta la preesistenza del diritto (assicurato dalla disposizione di cui all’art. 3 CEDU), deriva che non è alla data di entrata in vigore della legge che deve essere ricondotto il termine iniziale di decorrenza della prescrizione del diritto stesso, da ricondursi, piuttosto, al momento in cui la violazione si è consumata”.

Una volta individuato il dies a quo del termine di prescrizione, il Giudice affronta il tema relativo alla durata della prescrizione che, ovviamente, varia a seconda che si opti per una responsabilità extracontrattuale, il cui diritto al risarcimento si prescrive in cinque anni, o al contrario per una responsabilità contrattuale, nel cui caso la prescrizione è decennale.

Pur sottolineando la non uniformità di vedute, il Giudice de quo si esprime a favore della tesi della responsabilità contrattuale da c.d. contatto sociale anche in riferimento al rapporto tra detenuto e amministrazione penitenziaria, in quanto “secondo l’orientamento della Corte di Cassazione quando l'ordinamento impone a determinati soggetti, in ragione dell'attività o funzione esercitata e della professionalità richiesta a tal fine, di tenere in determinate situazioni specifici comportamenti (si pensi alla responsabilità degli insegnanti nei confronti degli alunni affidati alle loro cure, oppure alla responsabilità del medico ospedaliero nei confronti del paziente), sorge ai sensi dell'art. 1173 c.c., in favore dei soggetti che si trovino nelle predeterminate situazioni e che entrino in contatto con l'attività di quel soggetto, uno specifico diritto di credito alla prestazione di facere contemplata e agli annessi obblighi di protezione, diritto a cui corrisponde specularmente una specifica obbligazione in capo al soggetto tenuto a quel comportamento”.

Secondo tale tesi, le norme di legge e del regolamento penitenziario che definiscono le caratteristiche delle strutture carcerarie e le prestazioni assistenziali, rieducative e sanitarie da erogare al detenuto sono disposizioni idonee ad individuare l’ambito di una vera e propria obbligazione, il cui inadempimento è fonte di responsabilità contrattuale.

Condividendo tale impostazione, il Giudice aderisce quindi alla “tesi che inquadra la fattispecie nell’ambito della responsabilità da inadempimento dell’obbligazione. Ne deriva che il termine di prescrizione è quello decennale, decorrente dalla data delle verificazione della violazione causa del pregiudizio”.

Nel caso in oggetto quindi il termine di prescrizione non era ancora decorso e nel merito è stata accertata la violazione dell’art. 3 della CEDU; il Ministero è stato quindi condannato al risarcimento dei danni patiti dal ricorrente, liquidati, come detto, secondo quanto stabilito dall’art. 35 ter dell’Ord. Penitenziario.