Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Michela Del Vecchio - 06/02/2018

Diritti di un padre per un bimbo non voluto - Cass, III Sez.Civ., 2675/ 2018

Anche il papà è un soggetto protetto e tutelato con il diritto ad essere risarcito in aso di "nascita indesiderata". Questo il principio (nuovamente?) affermato dalla Suprema Corte con decisione che accoglie il ricorso presentato da un padre per vedersi risarcito del danno patrimoniale e non subito in conseguenza dell'errato intervento di raschiamento compiuto da parte dei sanitari e, dunque, dalla nascita di una bimba non voluta.

Gli ermellini tornano sul concetto di contratto con effetti protettivi che si instaura tra il medico e la gestante e che interessa, come già sottolineato con precedente sentenza della III Sezione Civile del 2010 n. 13, anche nei confronti del padre.

Già nel 2010 infatti la Suprema Corte aveva affermato, seppur in occasione della nascita di un bambino con malformazioni non diagnosticate, che la prestazione medica mancata o inesatta è qualificabile anche nei confronti del padre in termini di inadempimento con il correlato diritto al risarcimento dei danni immediati e diretti.

Nella decisione del 2010 (di poco successiva alle sentenze c.d. San Martino del 2008) si prendeva atto che, non solo ai sensi degli artt. 1223, 1225 e 1227 c.c. il danno da nascita indesiderata (in quella fattispecie per malformazione del feto) aveva certamente natura contrattuale ma veniva altresì sostenuto che, ai sensi dell'art. 1223 c.c., ritenuto il criterio della regolarità causale che determinata la risarcibilità del danno, è possibile ritenere risarcibili anche altri danni di natura non propriamente patrimoniale, quali il danno biologico e di autodeterminazione (danno quest'ultimo già previsto dalla legge 194/78 - interruzione volontaria della gravidanza - in capo alla gestante).

In particolare la Corte di Cassazione allora condivise l'affermazione dei Giudici di secondo grado per cui "la nascita indesiderata... determina una radicale trasformazione delle prospettive di vita dei genitori i quali si trovano esposti a fover misurare (non i propri specifici valori costituzionalmente protetti ma) la propria vita quotidiana, l'esistenza concreta con le prevalenti esigenze della figlia, con tutti gli ovvi sacrifici che ne conseguono: le conseguenze della lesione del diritto di autodeterminazione nella scelta procreativa, allora finiscono per consisrtere proprio nei rovesciamenti forzati dell'agenda di cui parte della dottrina discorre nel prospettare la definizione del danno esistenziale".

Ebbene una tale affermazione è ribadita dalla Corte anche nella sentenza in commento ove viene ribadito il diritto soggettivo primario di un genitore, sia esso padre o madre indifferentemente, alla scelta della procreazione quale espressione della libertà personale di ciascun individuo costituzionalmene garantita.

La fattispecie diverge parzialmente da quella che condusse alla sentenza del 2010 trattandosi qui di un errato raschiamento a fronte di una diagnosi di aborto interno che ha condotto i genitori, già "anzianotti", a dover cambiare radicalmente la propria vita dovendo abbandonare il lavoro la madre e cambiare residenza la famiglia con necessità del padre di trovare una nuova occupazione.

Un danno dunque non solo contrattuale per inadempimento di quel contratto con effetti protettivi di cui si è detto ma propriamente ed anche esistenziale stante lo stravolgimento della vita familiare, in generale, e del padre in particolare.

Certamente un danno ingiusto che farà discutere in quanto andrà sicuramente correlato al diritto di nascere o, meglio, all'inesistenza nel nostro ordinamento di un diritto di "non nascere se non sano". Si chiarisce.

Nell’applicazione della Legge 194/78 la giurisprudenza di legittimità aveva più volte affermato la risarcibilità del danno da nascita “malformata” come danno jure proprio del neonato ma anche come danno della madre in termini di lesione del suo diritto ad una maternità consapevole e responsabile. La lettura degli artt. 4 e 6 dell’indicata legge infatti permettono di considerare l’interruzione volontaria della gravidanza come un diritto precipuo della gestante da esercitare entro i primi 90 giorni di gravidanza per evitare un pericolo per la sua salute serio e grave ovvero in caso di malformazioni o anomalie del feto tali da cagionare un danno alla salute della gestante.

Il dibattito che si è aperto sull’interpretazione giurisprudenziale dei citati artt 4 e 6 della Legge citata, peraltro ancora vivace, esula dalla presente trattazione ma certamente i dicta della Cassazione (e non ultimo lo stesso principio espresso nella decisione in commento) riportano la questione alla delimitazione dei “diritti inviolabili” inerente alla persona non aventi natura economica lì dove per i “diritti inviolabili” vanno parametrati ai “diritti costituzionalmente riconosciuti e garantiti”.

Ebbene, se da un lato l’art. 5 del c.c. dispone il divieto di atti di disposizione del proprio corpo volti a cagionare una diminuzione permanente dell’integrità fisica dall’altro l’art. 2 della Costituzione e la stessa giurisprudenza della Corte Costituzionale (sentenza 471 del 1990) richiamano l’inviolabilità della persona in termini di libertà anche di disporre del proprio corpo nel rispetto della salute (art. 32 Cost.). A ciò consegue che, se da un lato, va ritenuto risarcibile il pregiudizio causato dall’ “errore medico” anche eventualmente diagnostico che ha comportato una diminuzione della possibilità di vivere in modo sereno e disteso il rapporto genitoriale (per la nascita non desiderata o per la nascita di un bimbo malformato) dall’altro non esiste pregiudizio derivante dal solo fatto della nascita: il riconoscimento infatti di un “diritto a non nascere se non sani” infatti determinerebbe la conseguente affermazione della responsabilità della madre per la nascita o di entrambi i genitori per il concepimento (ove la malformazione, ad esempio, abbia origini genetiche) con un improponibile ed altrettanto conseguente obbligo della madre ad abortire.

E’ pertanto opportuno fermare l’attenzione in merito soltanto sul piano della responsabilità civile e sulle conseguenze risarcitorie (in favore del minore o ai genitori secondo le fattispecie) esulando da considerazioni, pur conseguenti ad affermazioni giurisprudenziali quali quelle in esame, relative all’esistenza del diritto ed alla sua natura giuridica.