Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Redazione P&D - 04/01/2019

Diritto allo studio della persona con disabilità - Antonella Tamborrino

L’istruzione è uno dei principali strumenti per prevenire l’esclusione sociale e per garantire future opportunità di partecipazione della persona disabile a tutti gli ambiti della vita. Il diritto all’istruzione è riconosciuto a livello internazionale dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 2006 sui diritti delle persone con disabilità. Attualmente, la maggior parte dei Paesi europei ha promulgato leggi speciali per identificare i bambini con disabilità e adotta provvedimenti idonei per la loro istruzione. La Risoluzione del Consiglio e dei Ministri dell’Istruzione riuniti in sede di Consiglio, del 31 maggio 1990, sull’integrazione dei bambini e dei giovani minorati nel sistema scolastico normale sottolinea che «gli Stati membri hanno convenuto intensificare, se necessario, i loro sforzi per integrare o promuovere l’integrazione nei casi opportuni, di allievi e studenti minorati nel sistema scolastico normale, nell’ambito delle loro rispettive politiche d’istruzione». Inoltre, la successiva Risoluzione del Consiglio Europeo del 5 maggio 2003, sulle Pari opportunità per gli alunni e gli studenti nel settore dell’istruzione e della formazione, invita gli Stati membri a favorire e a sostenere la piena integrazione dei bambini e dei giovani con esigenze specifiche nella società impartendo loro l'istruzione e la formazione adeguate e il loro inserimento in un sistema scolastico adattato alle loro esigenze. A tal fine, gli ordinamenti devono adottare misure atte a proseguire gli sforzi intesi a rendere l'apprendimento, lungo tutto l'arco della vita, più accessibile ai disabili prestando particolare attenzione all'uso delle nuove tecnologie per migliorare la qualità dell'apprendimento, agevolando l'accesso a risorse e servizi, nonché agli scambi e alla collaborazione a distanza (c.d. e-learning) ed aumentando, se del caso, il sostegno adeguato di servizi e dell'assistenza tecnica agli alunni e agli studenti con esigenze specifiche in materia di istruzione e di formazione. Nell’ambito della Convenzione internazionale sui diritti delle persone disabili, si pone una significativa attenzione all’istruzione delle persone disabili. Per cui, al fine di concretizzare l’esercizio di tale diritto, gli Stati contraenti si obbligano a garantire il pieno inserimento nel sistema educativo scolastico dei soggetti diversamente abili per perseguire la tutela e lo sviluppo delle loro qualità individuali. Recentemente, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza del 25 novembre 2014 n. 25011, hanno confermato che il diritto allo studio delle persone disabili è un diritto fondamentale e che la discriminazione derivante dalla lesione di questo diritto compete alla giurisdizione del giudice civile. Nella sentenza in esame, la Cassazione ha tenuto a ribadire che «il diritto all’istruzione è parte integrante del riconoscimento e della garanzia dei diritti dei disabili, per il conseguimento di quella pari dignità sociale che consente il pieno sviluppo e l’inclusione della persona umana con disabilità» e che «una volta che il piano educativo individualizzato, abbia prospettato il numero di ore necessarie per il sostegno scolastico dell'alunno che versa in situazione di handicap particolarmente grave, l'amministrazione scolastica è priva di un potere discrezionale, capace di rimodulare o di sacrificare in via autoritativa, in ragione della scarsità delle risorse disponibili per il servizio, la misura di quel supporto integrativo così come individuato dal piano, ma ha il dovere di assicurare l'assegnazione, in favore dell'alunno, del personale docente specializzato, anche ricorrendo all'attivazione di un posto di sostegno in deroga al rapporto insegnanti/alunni, per rendere possibile la fruizione effettiva del diritto, costituzionalmente protetto, dell'alunno disabile all'istruzione, all'integrazione sociale e alla crescita in un ambiente favorevole allo sviluppo della sua personalità e delle sue attitudini». Per integrazione scolastica deve intendersi la programmazione didattica ed organizzativa da realizzarsi in accordo tra scuola, enti locali ed autorità sanitaria per rendere effettivo il diritto allo studio, tenendo conto delle particolari necessità e bisogni della persona, anche relativamente alla socializzazione ed inserimento dinamico nell’ambiente sociale e familiare, al fine di favorire il pieno sviluppo della personalità del disabile. La giurisprudenza è di sovente intervenuta per ribadire che l’esigenza di tutela dei soggetti deboli si realizza, non solo attraverso interventi di cura e di riabilitazione, ma anche mediante il loro concreto inserimento nella scuola, famiglia e lavoro. Per cui, l’integrazione scolastica e l’istruzione sono fondamentali per l’inclusione della persona con disabilità nella società. L’integrazione scolastica ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona disabile nell’apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella socializzazione. Si osserva, pertanto, che nella fascia scolastica vera e propria è necessario uno stretto coordinamento tra gli organi scolastici, i Servizi Sociali Territoriali e l’Unità Sanitaria Locale per garantire ad ogni singolo minore l’aiuto adeguato ai fini della socializzazione e dell’autonomia necessaria per il raggiungimento del risultato scolastico possibile e ai fini dell’organizzazione della fruizione del tempo libero extra scolastico. La tendenza in atto nei Paesi membri dell’Unione Europea e nei Paesi candidati all’ingresso è la realizzazione di politiche educative che inseriscono gli alunni disabili nelle scuole ordinarie garantendo agli insegnanti diversi tipi di sostegno in termini di staff aggiuntivo, materiali didattici, formazione in servizio e strumentazione tecnica. Pertanto, l’integrazione scolastica diviene il mezzo per attuare il più ampio processo di integrazione sociale. Infatti, il diritto allo studio, all’istruzione, all’educazione e alla formazione professionale viene inteso come strumento concreto per l’applicazione del principio personalistico della Costituzione, teso allo sviluppo della personalità degli individui tramite l’apprendimento della comunicazione, delle relazioni e della socializzazione che derivano dall’integrazione scolastica. La stessa Corte Costituzionale, già con la sentenza dell’8 giugno 1987 n. 215, ebbe modo di precisare che «la frequenza scolastica è dunque essenziale fattore di recupero del portatore di handicap e di superamento dell’emarginazione, in un complesso intreccio in cui ciascuno di tali elementi interagisce sull’altro e, se ha evoluzione positiva, può operare in funzione sinergica ai fini del complessivo sviluppo della personalità». Da tale decisione del giudice costituzionale emerge che la questione dell’integrazione scolastica diviene occasione per ribadire che la scuola, essendo aperta a tutti, si pone come formazione sociale in cui permettere lo sviluppo della persona in condizioni di uguaglianza, per cui, ne deriva che l’accesso alla scuola non può essere impedito da ostacoli di qualunque genere «la cui rimozione è postulata in via generale come compito della Repubblica nelle disposizioni di cui agli artt. 2 e 3, 2° co., Cost.». L’istituzione scolastica rappresenta l’amministrazione competente a fornire ai soggetti disabili quegli strumenti didattici indispensabili in relazione al grado e alla tipologia delle singole disabilità, eventualmente stipulando apposita convenzione con l’ente provinciale, a cui competono compiti di supporto organizzativo del servizio di istruzione nel suo complesso. In particolare, l’art. 12 della legge n. 104 del 1992 definisce il diritto all’educazione, allo studio e all’istruzione del minore e del maggiorenne, estendendo l’integrazione scolastica alle scuole di qualsiasi ordine e grado, comprendendo anche gli asili nido, le scuole materne e l’Università, in cui poter esercitare tali diritti che non possono essere impediti da alcuna difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap. Il comma 5 dell’articolo in questione individua tre momenti diversi di tale percorso educativo, ossia: la diagnosi funzionale, attraverso cui gli operatori scolastici possono prendere cognizione della patologia del minore e delle sue possibilità di recupero sotto il profilo clinico; la formulazione del profilo dinamico-funzionale (c.d. PDF), un documento che sintetizza i profili medici e le altre caratteristiche fisiche, psichiche, sociali ed affettive del bambino e la redazione di un Piano Educativo Individualizzato (c.d. PEI), in cui si traducono tutte le informazioni ed i dati raccolti in un articolato programma di interventi didattici. Parte della dottrina auspica  un coinvolgimento dei genitori dello studente disabile su un piano di parità rispetto all’amministrazione scolastica, in quanto possono apportare un insostituibile contributo di esperienza circa la personalità dell’alunno disabile e poiché la loro partecipazione alla programmazione realizzerebbe una effettiva cogestione del minore disabile che esprimerebbe una nuova espressione dei rapporti tra realtà scolastica e quella familiare. Attraverso tale accordo, il minore disabile sarebbe pienamente inserito nella scuola e contribuirebbe, tramite i suoi rappresentanti, alle decisioni che lo concernono, in modo tale da accordargli una assistenza scolastica non basata su modelli astratti, ma conforme ai suoi personali bisogni e alle sue proprie potenzialità. Tuttavia, per rendere obbligatorio tale coinvolgimento dei genitori nell’accordo di programmazione didattica, sarebbe necessario attribuire alle norme una vincolatività che non posseggono ancora. Una particolare novità introdotta dalla l. n. 104/1992, mediante il suo art. 12 nei commi 9-10, è rappresentata dalla possibilità per i minori disabili soggetti all’obbligo scolastico, temporaneamente impediti per motivi di salute a frequentare la scuola, di partecipare a classi ordinarie quali sezioni staccate della scuola statale istituite presso i centri di degenza (ospedali, cliniche e divisioni pediatriche) in cui è ricoverato il minore stesso. Tuttavia, tale legge-quadro nulla prevede a riguardo degli infermi di mente, che continuano ad essere considerati, secondo il legislatore, incapaci. L’art. 13 della suddetta legge concorre ad esplicitare e qualificare de iure condito un modello di integrazione che mira a conferire valida funzionalità e rispondenza ad ogni esigenza del diritto all’educazione e all’istruzione. Tale articolo dedica ampio spazio alla disciplina della figura dell’insegnante di sostegno, per le scuole di ogni ordine e grado, il quale, in qualità di insegnante specializzato, svolge un ruolo intermedio tra le competenze assistenziali, didattiche, sanitarie e quelle psico-pedagogiche o sociali in senso lato, svolte da operatori pubblici o privati, favorendo il processo di integrazione degli alunni disabili attraverso interventi individualizzati in relazione alle loro peculiari esigenze. Tale forma di garanzia del diritto all’educazione ed istruzione dell’alunno disabile è spesso oggetto di pronunce della giurisprudenza, volte soprattutto a contrastare l’illegittima riduzione del numero di ore del sostegno. Oltretutto, la Corte Costituzionale ha definito espressamente illegittime tutte quelle norme che prescrivono un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno, e che vietano di assumerne in deroga, in presenza nelle classi di studenti con disabilità grave. In ogni caso, l’istituzione scolastica dovrebbe garantire che anche gli insegnanti curriculari espletino un percorso di formazione iniziale e permanente includendo la «consapevolezza della disabilità e l’utilizzo di appropriati modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione migliorativi e alternativi, tecniche e materiali didattici adatti a persone con disabilità», mentre accade sovente che tali docenti risultino impreparati nella gestione della classe frequentata da alunni con disabilità e che, quindi, si tenda, sostanzialmente, a delegare la loro inclusione all’insegnante di sostegno. L’orientamento più recente del legislatore è volto ad un decentramento dei compiti e delle funzioni concernenti i servizi di supporto organizzativo per gli alunni con disabilità alle Province in relazione all’istruzione secondaria superiore, ed ai Comuni per gli altri gradi inferiori di scuola. Inoltre, il legislatore, con la legge del 28 gennaio 1999 n. 17, garantisce agli studenti universitari con disabilità sussidi tecnici e didattici, servizi di tutorato specializzato e trattamenti individualizzati in occasione degli esami universitari, nonché la presenza di un docente con funzioni di coordinamento, monitoraggio e supporto di tutte le iniziative circa l’integrazione nell’ambito dell’Ateneo. In ultima analisi, possiamo considerare che gli studi pedagogici mostrano come un approccio alla persona disabile che abbia riguardo delle sue potenzialità, piuttosto che del suo deficit, ossia un approccio che tenda, non ad espletare un confronto tra disabili e normodotati, ma che inneschi tra loro una «dinamica di cambiamento coevolutiva», permette alla persona disabile insperati progressi, anche in presenza di grave disabilità, e produce, contestualmente, un effetto benefico anche nei confronti di tutti gli altri partecipanti alla vita scolastica. Del resto, bisogna riflettere sul fatto che l’integrazione scolastica è prodromica rispetto all’integrazione lavorativa e sociale, per cui una scuola capace di educare disabili e normodotati alla convivenza non può che anticipare una società futura in grado di poter prendere decisioni che tale convivenza sappiano gestire e perpetuare.

In allegato il testo dell'articolo completo di note.