Consumatori - Tutela giurisdizionale -  Andrea Castiglioni - 20/03/2018

Disagi sui treni. Pendolari risarciti - Corte d'Appello di Milano, n. 3756/2017

Il gestore del traffico ferroviario decideva di sostituire il software di gestione dei turni del personale dipendente (circa 2.800 ferrovieri, in concomitanza con l’attuazione del nuovo orario invernale e l’inaugurazione di una nuova linea urbana). Questo “collaudo sul campo” si rivelava disastroso e la conseguenza era che i passeggeri – in larga parte pendolari – subivano gravissimi disagi per quasi 10 giorni (ritardi, soppressioni di corse, necessità di trasbordi da un convoglio a un altro, sovraffollamento dei vagoni, modifica degli itinerari, assenza di informazioni).

La Corte d’Appello condanna il gestore al risarcimento del danno subito dai passeggeri che avevano aderito alla class action promossa da diverse associazioni di consumatori (trattavasi di diverse migliaia di persone). Vengono riconosciute entrambe le voci di danno, patrimoniale e non patrimoniale, e su ciascuna giova fare delle precisazioni.

 

Sul danno patrimoniale, sono state respinte le istanze che tentavano far ricomprendere il danno emergente e il lucro cessante delle vittime. A impedire quella che appare essere una (mi si perdoni il termine) non-personalizzazione del danno è la morfologia dell’azione di classe, nota anche con il roboante termine inglese la class action (art. 140 bis codice del consumo, D.lgs. 206/2005). L’azione di classe consente la tutela di posizioni omogenee tra i partecipanti (“diritti individuali omogenei”, comma 1), e in ossequio al c.d. principio di omogeneità, viene sacrificata la personalizzazione del danno che il singolo ha subito e che lo distingue da quello di tutti gli altri.

L’azione di classe ha il vantaggio di avere costi economici molto bassi. I partecipanti contribuiscono con poche risorse, spesso anche gratuitamente, e non si fanno carico del rischio insito nel processo. Però, viceversa, non permette di allegare quei pregiudizi che caratterizzano il danno della singola persona; e questo perché, come detto, deve fare i conti con il limite posto dal principio di omogeneità. Quindi, un’azione che vede ad es. 1.000 partecipanti si fa carico della tutela di un interesse unico e uguale per tutti.

Di conseguenza, l’unico aspetto omogeneo per tutti i partecipanti all’azione di classe era la quantificazione del danno patrimoniale pari non già al danno emergente o lucro cessante – di quale utente sennò? – ma all’indennizzo già previsto dalla normativa europea in tema di ritardi nei trasporti (Regolamento n. 1371/2007/CE), quindi nella misura non inferiore al 25% per ritardi pari o superiori a 60 minuti; non inferiore al 50% per ritardi pari o superiori a 120 minuti. Non è stato possibile allegare il danno emergente e il lucro cessante di ciascuno; sicché, se tra loro vi è stato qualcuno che per colpa di un ritardo ha perso un’occasione di lavoro, un colloquio importante, un cliente, una chance particolarmente fruttuosa, questi è rimasto di fatto privo di tutela.

 

Sul danno non patrimoniale, vi è una riflessione da fare, con una doverosa premessa.

La premessa.

La Corte ha riconosciuto in modo chiaro il pregiudizio che questi eventi hanno comportato. E, d’altro canto, non poteva essere altrimenti. Anzitutto va ricordato che il vettore è responsabile di inadempimento contrattuale; quindi va sottolineato con forza che la prestazione deve essere adempiuta in modo “esatto” e con la dovuta diligenza (art. 1218 c.c.); e per un contratto di trasporto lo spazio di tollerabilità per il non esatto adempimento si restringe perché il trasporto dal punto A al punto B – come diceva qualcuno – non va effettuato “in ogni caso,… a qualsiasi condizione … vivi o morti”.

Ma oltre a questo, è indubbio il peggioramento della qualità della vita di chiunque, se per dieci giorni – per andare e tornare dai luoghi di lavoro, di studio, dai clienti, fornitori, o potenziali datori lavoro per colloqui – uno non sa con certezza quando parte e non sa quando e come arriva. Si pensi a ritardi imprevedibili; sempre in aumento fino ad arrivare alla soppressione (prima 10 min., poi 20, poi 30, poi 40, poi soppresso e “ci scusiamo per il disagio”); su convogli stracolmi; treni soppressi all’improvviso; il tutto senza informazioni. Lo strumento delle presunzioni ha consentito di accertare sia il patema d’animo (rabbia, in questo caso), quindi il danno morale, ma anche e soprattutto lo sconquassamento della qualità della vita (danno esistenziale). 
La sentenza può essere eletta quale esempio per antonomasia di risarcimento del danno esistenziale derivante da un inadempimento contrattuale. Viene invocata (inevitabilmente, possiamo dire) la sentenza Cass. SSUU 26972/2008, ma con velatissima indicazione dell’interesse costituzionalmente tutelato che, ai sensi di tale nota pronuncia, dovrebbe consentire il risarcimento del danno non patrimoniale. Invero, non deve stupire il fatto che l’aggancio alla Costituzione è più che mai velato, perché questa, a torto o ragione, non riconosce quale diritto o interesse la puntualità dei treni, o la qualità della vita, in senso generale o particolare perché riferita al viaggio sui treni.

Ad ogni modo, la riflessione che sorge spontanea è che, anche su questo versante, il principio di omogeneità ha impedito la personalizzazione del danno, obbligando il giudice a quantificare una somma equa ma (appunto) omogenea per ciascun partecipante all’azione: € 100,00 a testa. Anche in questo caso, nessuna tutela ha potuto avere colui che, per colpa di questi ritardi, ad es. ha subìto ripercussioni sul lavoro, ha perso un’occasione importante, non ha potuto partecipare un concorso a cui era iscritta; il tutto nonostante avesse puntualmente adempiuto alla “sua” di prestazione (il pagamento del biglietto o dell’abbonamento).