Biodiritto, bioetica - Fine vita -  Redazione P&D - 18/12/2017

Dissensi circa la legge sul testamento biologico

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una recente lettera in tema di testamento biologico.

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Caro Direttore,

a poche ore dall’approvazione definitiva, cerco di leggere il testo del DDL “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” con l’occhio del giurista, vorrei poter dire con lo sguardo del giurista cattolico, ed accanto alle numerose questioni e perplessità già approfondite (tra tutte, il fatto di considerare alimentazione ed idratazione artificiali trattamenti sanitari puri e semplici) altre mi si impongono.

Intanto, con le nuove norme viene sdoganato il principio per cui il “bene vita” è disponibile dal suo titolare: l’esenzione da responsabilità civile e penale del medico di cui all’art. 1, co. 6 pare assumere, nella sostanza, la funzione di scriminante per “consenso dell’avente diritto” ex art. 50 c.p.

Se questo è il principio, temo non tarderanno ad alzarsi voci -legislative o giurisprudenziali- che ne invocheranno l’estensione anche oltre i confini dei soli “trattamenti sanitari”.

In secondo luogo, mi pare abbastanza sconcertante che proprio questa disciplina normativa -che nelle intenzioni dei propugnatori si porrebbe come baluardo a tutela della libertà personale di ciascuno di decidere da sé del proprio destino (scrive Marco Cappato sulla versione on line del Fatto Quotidiano del 15.12.2017 che “il bello di avere la legge è che chi non è d’accordo può continuare a non fare il biotestamento”)- conculchi totalmente la libertà dei sanitari di eventualmente non dar corso a decisioni da essi non condivise e che se attuate potrebbero avere esito infausto per il paziente affidato alle loro cure. Che la legge non lasci “via di scampo” emerge chiaramente, ad esempio, dal comma 9 dell’art. 1 (“Ogni struttura sanitaria pubblica o privata garantisce…la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge”).

Fa quindi un certo effetto trovare nell’incipit della legge (art. 1, co. 1) il richiamo ai principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione, nonché agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. (che peraltro, all’art. 10, co. 2 si occupa di quello che viene espressamente definito “diritto all’obiezione di coscienza”), richiamo accompagnato dall’affermazione “La presente legge…tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona…”.

E fa un certo effetto sia perché non vedo in quale piega della legge stessa trovi tutela il diritto alla vita; e sia perché l’unica persona della cui dignità ed autodeterminazione il legislatore si occupa pare essere il paziente. Peccato che della “relazione di cura e di fiducia” (art. 1, co. 2) faccia parte, ovviamente, anche il medico, che tuttavia nel caso di specie pare essere considerato “figlio di un dio minore” da parte di un legislatore che si scorda (quanto inconsapevolmente non è dato sapere) di farsi carico anche dei diritti alla dignità ed autodeterminazione del sanitario.

Tra l’altro, tra i principi fondamentali tutelati dalla Costituzione, ed in specie dallo stesso art. 2 come visto richiamato dalle nuove norme, vi sarebbe anche quello della “protezione dei cosiddetti diritti della coscienza” (così testualmente Corte Cost., n. 43/1997) e dell’identità personale, quest’ultima intesa come “diritto ad essere sé stesso…con le acquisizioni di idee ed esperienze, con le convinzioni ideologiche, religiose, morali e sociali che differenziano, ed al tempo stesso qualificano, l’individuo” (cito da Corte Cost., n. 13/1994).

Anche a voler ritenere acquisito nell’ordinamento giuridico il fatto che “tutelare la vita, la salute e la dignità” di una persona possa voler dire lasciarla morire se così essa vuole, mi pare inaccettabilmente fazioso e miope, oltre che incostituzionale, un legislatore che, di contraltare, non consenta a chi entri in contatto con tale paziente (in primis il personale sanitario, ma subito a ruota anche gli operatori del diritto) di eventualmente esercitare il loro sacrosanto diritto di “obiezione di coscienza” laddove in cuor loro ritengano inaccettabile ed improponibile il farsi parte attiva, anche per omissione, nella morte di un prossimo.

Anche se uno degli obiettivi della legge è quello di evitare ed alleviare, per quanto possibile, le sofferenze del paziente (art. 2), ho la sensazione che l’applicazione pratica dei nuovi istituti non sarà affatto “indolore”, per nessuno.

Cordialmente.

Agostino Bighelli