Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Redazione P&D - 21/01/2019

Donazione di quota indivisa di bene e donazione di bene rientrante nella comunione legale dei coniugi - Mariagrazia Caruso

In conformità a costante giurisprudenza (cfr. fra le tante da ultimo Cass. SS.UU. n. 5068 del 15 marzo 2016 e in termini Cass. 23.5.2013 n. 12782; Cass. 5.5.2009 n. 10356; Cass. 18.12.1996 n. 1131; Cass. 20.12.1985 n. 6544) la donazione di una quota indivisa su di un bene facente parte di una più ampia massa comune è da ritenersi di cosa altrui in relazione alle quote che non spettano al donante; solo dopo la divisione ereditaria le quote dei coeredi sono distinguibili mentre prima di tale separazione, il singolo erede, se dispone di un bene rientrante nell’asse ereditario, dispone di una cosa altrui.
Come è noto, infatti, chi riceve in eredità dei beni insieme ad altri eredi, non diventa automaticamente proprietario della sua quota, ma si forma una comunione ereditaria che si scioglierà soltanto in seguito a un atto di divisione. In tale atto un bene potrebbe essere assegnato interamente a uno degli eredi, di conseguenza l’erede che aveva disposto della sua quota ereditaria sul bene assegnato a un altro, ha disposto di un bene che non gli è mai appartenuto.
Come suol dirsi non è ammessa nel nostro ordinamento la c.d. “donazione a scatola chiusa”.
La Giurisprudenza sopra richiamata ha, altresì, chiarito sul punto che la donazione di cosa altrui è nulla per  mancanza di causa donandi ai sensi dell’art. 1325 c.c., in relazione agli artt. 769, 1325 e 1418, comma II c.c.
Infatti, la donazione di un bene altrui, benché non espressamente vietata deve ritenersi nulla per difetto di causa e tale deve senza dubbio ritenersi la donazione da parte del coerede della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria non potendosi certamente affermare che prima della divisione il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante (Cassazione Civile, SS.UU., 15 marzo 2016, n. 5068 – Pres. Cicala – Rel. Petitti).
La donazione di cosa altrui o anche solo parzialmente altrui è nulla:
“…prima ancora che per la possibile riconducibilità del bene altrui nella categoria dei beni futuri, di cui all’art. 771, primo comma, cod. civ., la altruità del bene incide sulla possibilità stessa di ricondurre il trasferimento di un bene non appartenente al donante nello schema della donazione dispositiva e quindi sulla possibilità di realizzare la causa del contratto (incremento del patrimonio altrui, con depauperamento del proprio)”.
La nullità della donazione di cosa altrui trova, quindi, il suo fondamento non già (o non tanto) nell’art. 771 c.c. quanto piuttosto nell’impossibilità di realizzazione della causa del contratto di donazione.
In conformità alla previsione di cui all’art. 757 c.c., secondo il quale “Ogni coerede è reputato solo e immediato successore in tutti i beni componenti la sua quota o a lui pervenuti dalla successione, anche per acquisto all'incanto, e si considera come se non avesse mai avuto la proprietà degli altri beni ereditari” non può certamente ritenersi “… che il coerede possa disporre, non della sua quota di partecipazione alla comunione ereditaria, ma di una quota del singolo bene compreso nella massa destinata ad essere divisa, prima che la divisione venga operata e il bene entri a far parte del suo patrimonio” (Cass. SS.UU 2016 del 15 marzo 2016, n. 5068).
Né varrebbe distinguere – prosegue la S.C. – tra i “beni altrui” e i beni “eventualmente altrui”, trattandosi, nell’uno e nell’altro caso, di beni non presenti, nella loro oggettività, nel patrimonio del donante al momento dell’atto, l’unico rilevante al fine di valutarne la conformità all’ordinamento. (in tal senso anche A. SPATUZZI, Futurità e attualità dei beni oggetto di donazione, in Riv. Notariato, 2015, 973: la maggiore probabilità (…) di acquistare il bene attualmente comune in sede di apporzionamento del patrimonio condiviso, non sembra in grado di mutare l’indole della donazione, la quale continua ad atteggiarsi a contratto obbligatorio, orfano, nell’immediato, di efficacia traslativa, sempre che il donante non ignori l’alienità di quanto intenda trasferire).
La Suprema Corte a Sezioni Unite ha, tuttavia, chiarito che la donazione di cosa altrui è valida purché il donante assuma espressamente e formalmente nell’atto l’obbligazione di procurare l’acquisto dal terzo al donatario.
Si tratta, quindi, di una donazione obbligatoria riconducibile nell’ambito dell’art. 769 c.c., laddove la regola in esso contenuta prevede che il donante possa, per spirito di liberalità, assumere una obbligazione.
“La donazione di bene altrui vale, pertanto, come donazione obbligatoria di dare, purché l’altruità sia conosciuta dal donante, e tale consapevolezza risulti da un’apposita espressa affermazione nell’atto pubblico (art. 782 cod. civ.)”.
Viceversa, in mancanza di una formale assunzione dell’obbligo da parte del donante la donazione sarebbe nulla per impossibilità assoluta di realizzazione del programma negoziale.
Ed invero “avendo l’animus donandi rilievo causale, esso deve essere precisamente delineato nell’atto pubblico; in difetto, la causa della donazione sarebbe frustrata non già dall’altruità del diritto in sé, quanto dal fatto che il donante non assuma l’obbligazione di procurare l’acquisto del bene dal terzo”.
Ne discende, quindi, che secondo la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, la donazione di cosa altrui è valida in presenza di due presupposti:
conoscenza da parte del donante dell’altruità della cosa (per meglio dire, la conoscenza da parte di entrambe le parti considerando il secondo presupposto di cui appresso);
la consapevolezza della altruità della cosa risultante da una espressa affermazione nell’atto pubblico, con formale assunzione dell’obbligazione del donante di procurare l’acquisto al donatario.
In conformità alla previsione di cui all’art. 1419 c.c., la Suprema Corte ritiene, peraltro, che la nullità parziale della donazione, relativa alla sola quota di provenienza ereditaria, comporta la nullità dell'intero contratto fondando la propria conclusione sulla mera circostanza che non risulta “che nei precedenti gradi di giudizio sia emersa la volontà del donatario di affermare la validità della donazione per la quota spettante al donante”.
Di recente, poi, con la ordinanza n. 21503/2018 dep. il 31.8.2018 la II sez. Civile della Suprema Corte di Cassazione ha distinto dalle situazioni sopra esposte la diversa ipotesi in cui la donazione di un bene rientri nella comunione legale dei beni disposta in favore di un figlio statuendone la validità anche se posta in essere da uno solo dei coniugi senza il consenso dell’altro.
“Reputa il Collegio che la soluzione alla quale sono pervenute le Sezioni Unite in tema di donazione di beni altrui (cfr. Cass. S.U. n. 5068/2016, secondo cui la donazione di cosa altrui o parzialmente altrui, sebbene non espressamente vietata, è nulla per difetto di causa, sicché la donazione del coerede avente ad oggetto la quota di un bene indiviso compreso nella massa ereditaria è nulla, atteso che, prima della divisione, quello specifico bene non fa parte del patrimonio del coerede donante (con la sola eccezione dell'ipotesi in cui nell'atto di donazione sia affermato che il donante è consapevole dell'altruità della cosa, in quanto in tal caso la donazione vale come donazione obbligatoria di dare) sia insuscettibile di trovare applicazione all'ipotesi di donazione da parte di un solo coniuge comproprietario del bene in regime di comunione legale.
Depone in tal senso la specifica previsione di cui all'art. 184 c.c. che, con riferimento agli atti compiuti dal coniuge senza il consenso dell'altro coniuge ovvero in assenza di sua convalida, ed avvalendosi quindi di una dizione di carattere tendenzialmente onnicomprensiva, tale da estendersi a tutti gli atti dispositivi, tra cui rientra anche la donazione, prevede solo che l'atto laddove abbia ad oggetto, come nel caso di specie, beni immobili, sia solo annullabile e peraltro nel termine di cui al secondo comma dell'art. 184 c.c. (termine nel caso in esame ampiamente decorso, anche a voler reputare che la legittimazione all'azione de qua si trasmetta agli eredi del coniuge non disponente, essendo abbondantemente decorso l'anno dallo scioglimento della comunione legale, coincisa con la morte del donante).
In tal caso il legislatore a fronte di atti compiuti da uno solo dei comunisti ha approntato una specifica disciplina che proprio per il suo carattere di specialità è destinato a prevalere sulla soluzione di carattere generale invece delineata dal citato precedente delle Sezioni Unite.
Trattasi peraltro di un evidente riflesso della peculiare natura giuridica della comunione legale, tradizionalmente configurata come comunione senza quote (cfr. Corte Cost. n. 311/1988, la quale proprio in ragione di tale peculiare natura ha escluso che la differente soluzione prevista dall'art. 184 c.c. per gli atti dispositivi di beni posti in essere da un solo comunista, confliggesse con gli artt. 3, 24, 29 e 42 Cost.; conf. nella giurisprudenza di legittimità da ultimo, Cass. n. 8803/2017), giustificandosi in tal modo anche (cfr. Cass. n. 6575/2013) che l'espropriazione, per crediti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all'atto della sua vendita”.
E dunque, secondo la Cassazione, in caso di comunione dei beni, non può parlarsi di nullità per donazione di cosa altrui in caso di trasferimento effettuato solo da uno dei due coniugi perché per detta fattispecie (atti compiuti dal coniuge senza il consenso dell’altro coniuge) soccorrendo la specifica norma dell’art.184 c.c. che prevede la possibilità da parte del coniuge non firmatario - se lo ritiene- di annullare l’atto, agendo entro un anno dal suo compimento.
La disciplina contenuta nel richiamato art. 184 c.c., applicabile a tutti gli atti dispositivi (tra cui rientra anche la donazione), aventi ad oggetto beni immobili, rende, così, annullabile nel termine di cui all'art. 184 c.c., comma 2. gli atti posti in essere da uno solo dei coniugi senza il consenso dell’altro. Il decorso del termine comporta l’effetto della decadenza dalla relativa azione e la trasmissibilità dell’azione agli eredi resta soggetta al termine annuale per il suo esercizio, in ragione del fatto che la legittimazione all'azione matura in capo agli eredi del coniuge non disponente dalla data dello scioglimento della comunione legale, coincidente con la morte del donante.
Altro argomento utilizzato dalla Corte per escludere la nullità della donazione di cosa altrui risiede nella natura della comunione dei coniugi definita da altra Cassazione come una comunione senza quote. La comunione legale dei beni tra i coniugi, a differenza da quella ordinaria è, appunto, una comunione senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente per oggetto i beni di essa e rispetto alla quale non è ammessa la partecipazione di estranei.
Ne consegue che, nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, può tuttavia disporre dell’intero bene comune, ponendosi il consenso dell’altro coniuge (richiesto dall’art. 180 c.c., comma 2 per gli atti di straordinaria amministrazione) come un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio del potere dispositivo sul bene e che rappresenta un requisito di regolarità del procedimento di formazione dell’atto di disposizione, la cui mancanza, ove si tratti di bene immobile o di bene mobile registrato si traduce in un vizio da far valere nei termini fissati dall’art.184 c.c..