Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 18/02/2020

E’ nulla la transazione di un coerede che rinunci ai propri diritti su una successione non ancora aperta (Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 15 giugno 2018, n. 15919)

La vicenda
Il caso nasce da una successione paterna. A seguito del decesso del padre, avvenuto nell'ottobre del 1975, la figlia, il figlio e la moglie erano divenuti ognuno titolare di una quota di 1/3 dell’asse ereditario. Con atto del 31 gennaio 2003 la moglie aveva alienato la propria quota successoria al figlio. Nel 2004 la figlia aveva intrapreso un giudizio di scioglimento della comunione ereditaria (paterna) nel corso del quale, in data 30 gennaio 2008, i fratelli avevano concluso una transazione per effetto della quale la sorella aveva ottenuto una somma di denaro ed il riconoscimento della proprietà esclusiva di alcuni immobili, rinunciando ad ogni diritto o azione per qualsiasi titolo o causa anche indirettamente collegata con i rapporti dedotti in giudizio.
Al decesso della madre, avvenuto in data 15 settembre 2008, la figlia citava in giudizio il fratello chiedendo di accertarsi che, a seguito del decesso del proprio padre, la di lei madre avesse posto in essere una cessione simulata della propria quota ereditaria (atto simulato) in favore del figlio - fratello dell’attrice - così dissimulando una donazione immobiliare (atto dissimulato) e, conseguentemente, chiedeva di dichiarare la riduzione della donazione lesiva della propria quota di legittima, per poi procedere allo scioglimento della comunione ereditaria.

Il giudice di merito
Il Tribunale rigettava la domanda dell’attrice e la predetta decisione veniva confermata in sede di appello. Il giudice del gravame, nello specifico, osservava come la stessa appellante, nel 2004, avesse già instaurato un giudizio di scioglimento della comunione paterna e che il predetto giudizio si fosse concluso con una transazione (stipulata in data 30.1.2008), per effetto della quale all’allora appellante veniva riconosciuta la titolarità di una somma di denaro e di alcuni beni immobili con espressa rinuncia ad ogni diritto o azione per qualsiasi titolo o causa anche indirettamente collegata con i rapporti dedotti in giudizio. La Corte d’Appello di Brescia motivava la propria decisione interpretando il contenuto della transazione del 2008 nel senso di una rinuncia, da parte dell’attrice, anche ad una futura azione di riduzione.

Il giudice di legittimità
La Suprema Corte, chiamata ad intervenire dalla figlia, ha messo in evidenza un fondamentale dato fattuale, ossia che la transazione del 30.1.2008 era stata conclusa in data anteriore al decesso della madre (15.9.2008), di talché “la rinuncia a diritti di natura successoria è quindi avvenuta in epoca anteriore all’apertura della successione, così che l’accordo, anche a volerne ravvisare la natura abdicativa, è stato raggiunto in evidente violazione delle previsioni di cui agli artt. 458 e 557 c.c.”. Alla data di definizione della transazione, infatti, la madre era ancora in vita e, pertanto, sulla scorta dei principi vigenti in materia successoria (secondo cui è pacifico che la sussistenza dei diritti del legittimario può essere determinata soltanto al momento di apertura della successione), le rinunzie oggetto dello stesso accordo dovevano necessariamente essere ricondotte alla sola successione paterna. Per citare le parole degli Ermellini: “la dichiarazione abdicativa contenuta nella transazione non può quindi che riferirsi alla controversia scaturente dalla successione paterna, mentre ove si intenda che la stessa si estenda anche alle pretese vantate dalla attrice relativamente alla successione materna, ed in particolare, così come opinato dai giudici di merito, ai diritti vantati quale erede necessaria sulla successione della G., che era ancora in vita alla data della transazione, l'accordo non può che incorrere nella nullità di cui al combinato disposto degli artt. 458 e 557 c.c.”.
In riferimento alla successione materna si configura dunque un patto successorio che incontra l’espresso limite normativo, previsto dal combinato disposto dei due articoli del codice civile da ultimo menzionati.
Concludono, quindi, i giudici di legittimità, sancendo il principio di diritto secondo il quale “è nulla per contrasto con il divieto di cui agli artt. 458 e 557 c.c., la transazione conclusa da uno dei futuri eredi, allorquando è ancora in vita il de cuius, con la quale si rinunci ai diritti vantati, anche quale legittimario, sulla futura successione, ivi incluso il diritto a far accertare la natura simulata degli atti di alienazione posti in essere dall'ereditando, in quanto idonei a dissimulare in realtà una donazione”.

Focus: i patti successori
Nel delimitare le uniche possibili ipotesi di vocazione ereditaria (legittima e testamentaria), il legislatore ha escluso che la volontà della persona possa legittimamente intervenire sulle disposizioni testamentarie proprie o altrui con accordi presi in vita. Si tratta dei c.d. patti successori, il cui divieto, espressamente previsto all’art. 458 c.c. trova la sua ragion d’essere, ad un tempo, nella salvaguardia della libertà del singolo di disporre delle proprie sostanze fino al termine della propria vita e nel disvalore sociale, riconosciuto dalla dottrina (1), di qualsiasi atto idoneo a disciplinare diritti ereditari relativi ad un soggetto ancora in vita.
La giurisprudenza susseguitasi sul punto ha assolto ad una duplice funzione.
Innanzitutto la Suprema Corte ha delimitato l’ambito applicativo dell’art. 458 c.c., in particolare precisando che una convenzione successoria sia vietata “1) se il vinculum iuris con essa creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2) se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati considerati dai contraenti come entità della futura successione o debbono comunque essere comprese nella stessa; 3) se il promittente abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria successione, privandosi così dello jus poenitendi; 4) se l'acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla successione stessa; 5) se il convenuto trasferimento dal promittente al promissario avrebbe dovuto aver luogo mortis causa, cioè a titolo di eredità o di legato” (così Cass. civ., n 1683/1995).
Allo stesso tempo, perimetrando l’applicazione del vincolo ex 458 c.c., la Cassazione, nel ribadire la primazia della volontà delle parti, ha definitivamente sancito che i “patti successori sono quelle convenzioni intese a costituire, modificare, estinguere o trasmettere diritti relativi ad una successione futura. Il carattere che li distingue è quello di avere per oggetto l'eredità di una persona vivente; il loro divieto si fonda sulle lesione, che ne discende, della libertà del testatore e della revocabilità delle disposizioni testamentarie che deve permanere fino all'ultimo momento della vita del testatore”, in questo modo riconoscendo nel divieto codicistico una “eccezione alla regola dell'autonomia negoziale” (2), che costituisce il generale criterio di riferimento del legislatore nazionale.

(1) In questo senso, ex multis, Zabban-Pellegrino-Delfini, Delle successioni, artt. 456-408, in Commentario al codice civile, Milano, 1993;
(2) Per le ultime citazioni, Cassazione civile, I, sent. 18.12.1995, n. 12906.