Responsabilità civile - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 06/06/2020

Ecco un tipico caso in cui la responsabilità dello Stato va affermata

“Gridava: “muori, muori” il mio ex marito, mentre mi incendiava il viso e il corpo con la benzina. Ero impazzita dal dolore, il fuoco mi mangiava la carne, ma dentro di me c’era una voce che urlava: non muoio, no, vado dai miei figli. Correvo con le fiamme addosso, c’era una pozzanghera, ricordo di aver messo la faccia in quell’acqua sporca cercando di spegnere le ustioni, correvo buttando via i vestiti, correvo con la volontà disperata di restare viva”.


Maria Antonietta Rositani parla con voce affaticata dal suo letto nel reparto di chirurgia generale agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Infermiera, quarantadue anni, due figli, Anny e William, un matrimonio lungo vent’anni fatto di sevizie quotidiane, l’ex marito, Ciro Russo, che il 12 marzo del 2019 evade dai domiciliari, la bracca, le dà fuoco, Antonietta è  una vittima “viva” di femminicidio. Sopravvissuta a una giustizia sorda che aveva “dimenticato” le sue denunce, sopravvissuta a oltre quattrocento giorni di ospedale e a cento interventi chirurgici. Antonietta dice, però, di essere diventata un fantasma per lo stato italiano.  “Ho paura. Tra poche settimane ci sarà la sentenza con rito abbreviato. Una manciata di anni e sarà libero. Proverà a uccidermi ancora?”.

Un fantasma, perché?
“Se fossi morta i miei figli oggi sarebbero “orfani speciali” e avrebbero diritto almeno a un fondo per studiare. Invece, per fortuna, sono sopravvissuta, ma per noi, morte a metà, non esistono né aiuti né sostegni. Sarò disabile a vita, non potrò più lavorare. Viviamo con la pensione di mio padre Carlo. Ma se oggi oltre il 50 per cento  del mio corpo è coperto di ustioni è perché nessuno ha fermato il mio ex marito”.

Chi poteva fermarlo?
“Le forze dell’ordine. Ciro Russo era agli arresti domiciliari a casa dei suoi genitori a Ercolano, da cui comunque continuava a perseguitarci con telefonate e minacce sui social. Il 12 marzo del 209 è evaso. Ha preso la macchina e si è messo in viaggio per Reggio Calabria. Suo padre è andato in caserma per denunciare l’evasione. Ma i carabinieri di Ercolano non hanno mai avvertito i carabinieri Reggio. E nessuno ha avvertito me. Perché? Mi sarei salvata”.

Racconti.
“Avevo accompagnato a scuola Anny e Willy. La sua auto ha speronato la mia. Mentre cercavo di fuggire uscendo dalla portiera del passeggero, lui mi ha raggiunta, mi ha cosparsa di benzina e mi ha dato fuoco, gridandomi: muori, muori. Poi è scappato, si è rifugiato da un amico. Il giorno dopo era nel centro di Reggio a mangiare una pizza, spavaldo”.

Un passo indietro Antonietta. Com’è cominciata?
“Per anni, come molte donne che scambiano la violenza per amore, ho sopportato ogni tipo di sopruso. Ci eravamo sposati da giovanissimi, ma lui era un uomo arrabbiato con il mondo. Tossicodipendente, ho scoperto poi. Venivo picchiata e insultata. Mi pedinava, mi sequestrava il telefono. Poi le botte: la testa contro il muro, gli sputi, i pugni”.

Un giorno però lei reagisce.
“E’ soltanto quando ha alzato le mani contro mia figlia Anny, quando ho visto la faccia della mia bambina piena di sangue che ho trovato la forza di denunciare. Era il 19 dicembre del 2017. Tutto inutile. Ricordo bene le parole del carabiniere: “Signora, cosa vuole che sia uno schiaffo?”.

Che fine ha fatto quella denuncia?
“Sepolta e dimenticata per settimane nel cassetto di una caserma di Reggio Calabria come scoprì in seguito mio padre. Mai inoltrata ai magistrati. Chi l’aveva raccolta non mi aveva creduta. Accade a tante donne che poi vengono uccise. Per questo nessuno mi aveva cercato dopo la denuncia, mentre lui diventava un carnefice sempre più spietato”.

Fino al 4 gennaio del 2018.
“La polizia chiamata da mia figlia mi trovò accasciata a terra. Sarei potuta morire quel giorno, non so più quante volte aveva sbattuto la mia testa contro il muro. Quel giorno, finalmente, l’hanno portato in carcere”.

Da cui però è uscito dopo pochi mesi. Lei sapeva del trasferimento ai domiciliari?
“No, pensate, nessuno mi ha avvertito. Ci ha chiamato lui. Iniziando di nuovo a perseguitarci”.

Quanto è dura la battaglia per tornare vivere?
“Sono in ospedale dal 12 marzo del 2019. Prima a Bari, poi a Reggio Calabria, vicina, finalmente, alla mia adorata famiglia. Ho fatto trapianti, innesti di pelle, cure con le staminali. Il mio corpo è bruciato ovunque. A volte il dolore è insopportabile, ma i medici sono meravigliosi, sono i miei angeli. Anzi, vorrei ringraziali tutti. Non so quando uscirò, adesso sto imparando di nuovo a camminare. Ma sono viva e voglio giustizia. Tra poche settimane ci sarà la sentenza contro il mio ex marito. E lo Stato che ha armato la sua mano lasciandolo evadere, adesso deve sostenere la mia famiglia”.