Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 05/03/2018

Enti non profit sociosanitari ed esenzione ICI: l’accreditamento non è condizione sufficiente – Cass. ord. 3528/18

Con ordinanza 14 febbraio 2018, n. 3528, la Corte di Cassazione ha confermato che gli enti non profit che operano nel comparto dei servizi socio-sanitari possono risultare esenti da ICI qualora gli immobili siano destinati ad attività sanitaria ed assistenziale non orientata alla realizzazione di profitti.

Una fondazione operante nel settore dei servizi socio-sanitari proponeva ricorso innanzi alla CTP avverso gli atti di diniego di rimborso dell’ICI, pagata a saldo 2005 ed acconto 2006, relativamente ad un immobile, prospettando l’applicabilità dell’esenzione ai sensi degli artt. 7, comma 1, lett. I) d.lgs. n. 504 del 1992, e 39 d.l. n. 223 del 2006, conv. in I. n. 248 del 2006, in quanto ente non commerciale, riconosciuto come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) e come tale dotato di duplice natura di ente ospedaliero ed ente di ricerca.

La CTP di Brescia accoglieva il ricorso, ritenendo la fondazione ente senza scopo di lucro.

Il Comune presentava appello avverso la sentenza, che veniva rigettato dalla CTR della Lombardia. Il Comune ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza in oggetto.

La Corte di Cassazione ha ribadito che anche quando gli enti non profit attivino convenzioni e accreditamenti presso le strutture pubbliche ciò non esclude che le attività da loro svolte abbiano natura commerciale. Soltanto l’esercizio delle attività sanitarie, didattiche, assistenziali e via dicendo, a titolo gratuito o con richiesta di rette simboliche esonera dal pagamento delle imposte locali.

In altri termini, l’ordinanza in parola chiarisce che la convenzione con un ente pubblico non esclude la logica del profitto e non conferma che l’obiettivo perseguito sia quello di soddisfare bisogni socialmente rilevanti, che le strutture pubbliche non sono in grado di assicurare.

Preme ricordare che gli immobili degli enti non profit, in base a quanto disposto dall' articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 504/1992, sono esonerati dal pagamento dell’Ici, dell’Imu e della Tasi solo se sugli stessi vengono svolte attività didattiche, ricreative, sportive, assistenziali, culturali e così via con modalità non commerciali.

In seguito alle modifiche normative che sono intervenute sulla materia, per gli enti non profit è stata riconosciuta l'esenzione parziale Imu e Tasi. Per aversi esenzione dal pagamento dell'Ici, invece, é richiesta la destinazione esclusiva dell’immobile per finalità non commerciali. Da ciò consegue che l’agevolazione per i fabbricati posseduti da enti non profit solo perché accreditati o convenzionati con una struttura pubblica non si applica. Al riguardo, non rileva neppure la destinazione degli utili eventualmente ricavati al perseguimento di fini sociali o religiosi, che costituisce un momento successivo alla loro produzione e non fa venir meno il carattere commerciale dell’attività.

Conditio sine qua non per fruire dell’esenzione è che per lo svolgimento delle suddette attività vengano richieste rette di importo simbolico e comunque non superiori alla metà rispetto alla media di quelle pretese dai soggetti che svolgono l’attività con modalità commerciali. Per esempio, questi requisiti devono sussistere per le attività assistenziali e sanitarie, che possono o meno essere accreditate e contrattualizzate con lo stato, le regioni e gli enti locali.

L’esenzione prevista dall’art. 7, comma 1, lett. i) d.lgs. 30 dicembre 1993, n. 504 impone di considerare realizzate in senso non esclusivamente commerciale le attività sanitarie ed assistenziali le quali per modalità concreta si svolgano, in ciascun ambito territoriale e secondo la normativa ivi vigente, in maniera non orientata alla realizzazione di profitti, e in questo senso dunque complementare o integrativa rispetto al servizio pubblico, senza che rilevi che a tale riguardo il mero fatto della esistenza di una convenzione pubblica con il Servizio Sanitario Nazionale alla base dell’attività detta. In sostanza, ha affermato la Cassazione – “l’esistenza di una convenzione pubblica non equivale affatto a sostenere che le modalità di esercizio dell’attività medesima siano sottratte alla logica commerciale.”

La Corte ha confermato che il requisito di un’attività espresso dall’attributo “commerciale” “corrisponde ad un dato oggettivo la cui esistenza è o non è.” L’inciso “non esclusivamente di natura commerciale” va inteso come riferibile alle specifiche modalità di esercizio delle attività in questione, tali, da un lato, da escludere gli elementi tipici dell’economia di mercato (quali il lucro soggettivo e la libera concorrenza) e da affermare presenti, invece, dall’altro, le finalità solidaristiche insite nella ratio della fattispecie di esenzione.

In questo senso, l’ordinanza della Cassazione evidenzia che “la norma ha semplicemente esteso l’esenzione originaria, in quanto la combinazione del requisito soggettivo e di quello oggettivo infine comporta che attività svolte negli immobili siano di fatto sottratte, anche in base al reimpiego di proventi, alla logica pura di realizzazione del profitto che è propria del mercato, e siano svolte, quindi, per rispondere a bisogni socialmente rilevanti non sempre suscettibili di essere soddisfatti dalle strutture pubbliche.”

La sussistenza di tale condizione deve essere oggetto di accertamento in fatto e, quindi, provata.

Preme evidenziare, in conclusione, che la recente riforma del Terzo settore abbandona la dicotomia tra finalità perseguite e attività (concretamente) svolte per realizzare quelle finalità, identificando queste ultime quale vero discrimen rispetto ad altre tipologie di organizzazioni. Sarebbe dunque interessante “calare” l’ordinanza de qua nel nuovo contesto normativo.