Cultura, società - Cultura, società -  Patrizio Sisto - 30/09/2017

Et-et: gli italiani e il senso di appartenenza

L’istituto di ricerca politica e sociale Demos, come riporta il suo fondatore Ilvo Diamanti in un recente articolo, ci offre i risultati di un’indagine su un tema di scottante attualità, l’identità territoriale degli italiani.

I contesti territoriali di appartenenza in cui si riconoscono gli italiani -questo l’esito centrale della ricerca- appaiono compositi e per certi versi sorprendenti: in primo luogo infatti compare l'Italia, indicata come primo riferimento dal 23% degli intervistati, mentre altri guardano verso la propria città (quasi 2 su 10), la Regione (il 12%), la "macro- area” nord, centro e sud, mentre altre persone ancora si sentono collocate oltre i confini nazionali e locali: si definisce, anzitutto, europeo e ben il 18% si percepisce come cittadino del mondo. Inoltre si evidenzia una ulteriore significativa indicazione: coloro che si definiscono innanzitutto in funzione di una appartenenza locale scelgono come seconda possibile identità la propria appartenenza nazionale, si sentono cioè anche, a tutti gli effetti, italiani.

Due considerazioni su tutte emergono da questa mappa.

La prima riguarda la tendenza di fondo secondo cui gli italiani non sentono come un aut-aut, come alternativa assoluta, l’appartenenza particolaristica e quella nazionale, a dispetto delle pulsioni secessionistiche e indipendentiste oggi così di moda, spesso sbandierate sul piano propagandistico e populistico. Dimostrano piuttosto una propensione all’et-et, a un senso di appartenenza come inclusione, sicché l’autopercezione dominante è quella di identità complementari fra la dimensione nazionale e quella locale: l’essere milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi, bolognesi, o anche meridionali, settentrionali e, al contempo, italiani. E viceversa, occorre rimarcare, il sentirsi italiani e…
Insomma, come sosteneva l’ex presidente della Repubblica Ciampi, il modo più adeguato di rappresentare l’Italia è come una sorta di “Paese di paesi, e di città, unito dalle sue differenze."

La seconda considerazione, che induce a una riflessione a più ampio raggio sulla scia della prima, è che in un mondo sempre più globalizzato, indebolito nei suoi confini tradizionali dalla perdita dei poteri nazionali, dai flussi migratori e dall’incertezza delle definizioni identitarie, spesso le persone spontaneamente sono capaci di rappresentarsi nelle proprie appartenenze secondo logiche inclusive, sovraordinate e non necessariamente reciprocamente escludentesi.
La scala gerarchica geopolitica e mentale che prevede livelli progressivamente più ampi e inclusivi, dalla città in cui si vive al contesto territoriale, al continente e al mondo intero dovrebbe forse divenire maggiormente oggetto di educazione nei programmi scolastici, per assecondare e coltivare in modo opportuno una facoltà propria dell’essere umano (lo sviluppo mentale ed emozionale ha una quota di innatismo ma comporta anche un lavoro graduale e impegnativo).
Esiste infatti una naturale propensione logica e affettiva già emergente nei bambini in età scolare, come insegnava il grande psicologo evolutivo Jean Piaget, a organizzare oggetti, persone ed eventi in un complesso di rapporti fra categorie più specifiche e altre più generali, in una trama per esempio che prevede per esempio l’inclusione di una determinata persona in una pluralità di classi di appartenenza. Insomma, una prospettiva mentale all’insegna dell’et-et, meno immediata ma più realistica e lungimirante di facili semplificazioni che tendono a separare ed escludere.