Malpractice medica - Contagio, farmaci -  Sabrina Peron - 18/04/2020

Ex Falso Quodlibet: riflessioni sparse sulla quarantena 2020

Sommario: 1.- Premessa: i protocolli medici; 2.- Il contagio e la quarantena; 3.- L’impatto del contagio e le conseguenze della quarantena; 4.- Ex falso quodlibet sequitur


1.- Premessa: i protocolli medici
Il 21 febbraio 2020 all’ospedale di Codogno grazie all’intuito di una giovane anestesista, viene scoperto il Italia il primo caso di Codiv-19, o Corona Virus come viene comunemente chiamato. La scoperta è dovuta – e qui scatta il primo campanello d’allarme – non solo grazie all’intuito, ma anche grazie alla determinazione della giovane dottoressa che come dalla stessa dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata a La Repubblica, per eseguire il tampone atto a determinare la presenza del virus ha “dovuto chiedere l'autorizzazione all'azienda sanitaria”. Inoltre, poiché i protocolli italiani non giustificavano l’analisi, questa venne effettuata solo dietro sua espressa assunzione di responsabilità. E, così, la presenza del virus venne accertata perché si scelse di “fare qualcosa che la prassi non prevedeva”. Il che porta direttamente all’amara conclusione che “l'obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane”.
Per capirne di più vediamo, quindi, i “protocolli italiani”.
Il primo protocollo è datato 22 gennaio 2020, vi anzitutto si legge che il “Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) stima che il rischio di introduzione dell’infezione in Europa, attraverso casi importati, sia moderato” in assenza di chiare evidenze di trasmissione da uomo a uomo. Ciononostante all’Allegato 1, offre una “definizione di caso provvisoria per la segnalazione” , più ampia rispetto a quella che verrà poi aggiornata del 27 gennaio 2020.
Difatti, mentre con la circolare n. 1997 del 22 gennaio si prevedono di tre ipotesi, tra cui, la numero 2, indica tra i possibili sospetti, una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un'altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica”.
Con la successiva circolare n. 2302 del 27 gennaio (e con l’epidemia finalmente “ufficialmente” conclamata in Cina), si riduce il campo dei “casi sospetti” a due ipotesi entrambe in buona sostanza collegate a persone con “storia di viaggi o residenza in aree a rischio della Cina”  o che si siano trovata in “contatto stretto con un caso probabile o confermato di infezione da CoV”. Da qui presumibilmente deriva quindi la lamentata obbedienza a regole mediche errate, da identificarsi tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane. Per completezza si precisa che la definizione aggiornata di “casi sospetti” si adegua a quanto indicato dalle linee guida dell’ECDC.
Il giorno successivo – 22 febbraio 2020 -  la conclamata la presenza del virus nel territorio nazionale, segue un nuovo protocollo, il quale abbandonato l’iniziale ottimismo:
segnala che “secondo uno degli scenari possibili delineati dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), non è escluso che il numero dei casi individuati in Europa possa aumentare rapidamente nei prossimi giorni e settimane, inizialmente con trasmissione locale sostenuta localizzata, e, qualora le misure di contenimento non risultassero sufficienti, poi diffusa con una crescente pressione sul sistema sanitario”;
corregge il tiro fornendo nell’Allegato 1 una nuova definizione di caso sospetto (definizione che subito dopo il primo lockdown instaurato con il DPCM 08.03.2020, verrà nuovamente modificata con la circolare n. 7922 del 09.03.2020);
ma, soprattutto, prevede l’esecuzione dei tamponi ai “casi sospetti” secondo la definizione data nell’Allegato 1.
Tale ultima disposizione viene ulteriormente ripresa nella circolare n. 5889 del 25 febbraio 2020, che nel ribadire l’esecuzione dei tamponi ai “casi sospetti di COVID-19 secondo la definizione di cui all’allegato 1”, precisa che  in “assenza di sintomi, pertanto, il test non appare sostenuto da un razionale scientifico, in quanto  non fornisce una informazione indicativa ai fini clinici in coerenza con la definizione di “caso”.
Teniamo a mente tale indicazione e procediamo oltre.

2.- Il contagio e la quarantena
La casuale e tardiva scoperta del virus in quel di Codogno, scoperchia il vaso di Pandora e in Italia accade esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe accadere in casi come questi. E’ noto che nelle fasi iniziali dell’epidemia è fondamentale la rapida identificazione dei pazienti super-infettivi, il loro isolamento, l’identificazione e il monitoraggio delle persone con cui sono entrate in contatto; difatti, nelle fasi iniziali le misure di prevenzione non dovrebbero «applicarsi a livello generalizzato nella popolazione. Viceversa, se si mettono in quarantena quarantanove pazienti infettivi e uno sfugge ai controlli, e quell’uno è un super-untore, le misure si rivelano inefficaci e l’epidemia si mette in moto».

E così a partire dal 22 febbraio 2020, gli eventi accelerano e contemporaneamente si cristallizzano.
Accelerano, perché nel giro di pochi giorni si assiste da un rapido incremento del contagio, che ha il suo epicentro in Lombardia e, soprattutto, presenta:
 un focolaio a Codogno, immediatamente posta in rigida quarantena;
 altri due focolai a Nembrate e Alzano, dove (per ragioni ancor oggi indecifrabili)  non viene adottato alcun specifico provvedimento, fino alla data dell’8 marzo quando la quarantena viene estesa a tutta la Regione Lombardia e, dopo pochi giorni, a tutto il territorio nazionale
Si cristallizzano perché l’intera popolazione italiana viene confinata, stivata al suo posto, e assoggettata a molteplici obblighi e divieti: divieto di uscire, se non per casi di stretta  necessità o di lavoro (quest’ultimo limitato a coloro che svolgono le, poche, attività lavorative permesse); obbligo di uscire solo con mascherine (introvabili); obbligo di giustificare la propria uscita a mezzo di fantomatiche autocertificazioni (per le quali il Ministero degli Interni nel giro di un paio di settimane ha partorito almeno quattro diversi “modelli”); obbligo di rispettare la c.d. distanza sociale; obbligo di farsi misurare la temperatura all’ingresso dei supermercati; obbligo di comprare  - velocemente - solo beni di prima necessità (dai quali sono stati assurdamente esclusi le penne per scrivere). Nel frattempo viene schierato l’esercito, istituiti posti di blocco, viene esercitata una sorveglianza anche a mezzo droni, elicotteri, i pochi insubordinati che si ostinano a uscire per correre o camminare vengono, inseguiti, braccati (uno addirittura anche con una vergognosa diretta televisiva).
Nel volgere di una quindicina di giorni gli italiani hanno rapidamente appreso a vivere con molto, ma molto meno, rispetto a ciò che offrono le magnifiche civiltà in cui vivono: ecco la prima verità, svelata dal virus. Si può (si deve) fare a meno di uscire, di lavorare, di passeggiare, correre, nuotare; si può (si deve) fare a meno di andare al cinema, al teatro, ai concerti; si può (si deve) fare a meni degli affetti personali, di salutare gli amici, di incontrare i parenti; si può (si deve) fare a meno di partecipare alle funzioni religiose e di fare funerali.
Questa “cristallizzazione” sinistramente ricorda i Regolamenti del XVIII secolo emanati per combattere l’epidemia e così descritti da Foucault: lo spazio è «tagliato con esattezza immobile, coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove, ne va della vita, contagio o punizione. L’ispezione funziona senza posa. Il controllo è ovunque all’erta (…). Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente: rapporti dei sindaci agli intendenti, degli intendenti agli scabini o al sindaco della città».

3.- L’impatto del contagio e le conseguenze della quarantena
Il rapido diffondersi dell’epidemia (dichiarata pandemia dall’OMS l’11 marzo 2020), ha portato conseguenze devastanti su un fronte amplissimo di aspetti della vita sociale, lavorativa, imprenditoriale e istituzionale del Belpaese, vediamole brevemente.
Anzitutto ha avuto un impatto immediato sul sistema sanitario: la prima ed essenziale trincea che doveva fronteggiare l’epidemia si è trovata subito col fiato corto (del resto questo è un virus che colpisce proprio il sistema respiratorio), perché – di fatto – privo di risorse sufficienti ad affrontare i numeri epidemici. Il rapido diffondersi del contagio ha messo drammaticamente alla luce, cosa concretamente significhi carenza di posti di rianimazione, carenza di personale, carenza di strumentazione (respiratori, ossigeno, etc.), carenza di materiale protettivo (disinfettante, mascherine, etc.), carenza di efficaci e capillari presidi sanitari territoriali, carenza  di uno straccio piano strategico. Di fatto l’epidemia ha messo a nudo, ciò che gli italiani già sapevano e temevano: la debolezza di un sistema sanitario reso tanto elefantiaco quanto inefficiente sia da anni di “tagli” alla spesa, sia dalla competenza concorrente tra Stato e Regioni.
Subito dopo è apparso a tutti chiaro che sarebbe stata abbattuta l’economia nazionale (e mondiale con ulteriori ricadute su quella nazionale), nel volgere di poco più di un mese dalla conclamata comparsa del virus e dai susseguenti provvedimenti adottati «oltre tre milioni di lavoratori italiani hanno già varcato la soglia della povertà, assieme alle loro famiglie»: un nuovo popolo di indigenti è uno dei pesanti strascichi di eredità che ci lascia l’epidemia.
Il terzo impatto ha riguardato la capacità del virus di replicarsi in ambiti insospettabili: i provvedimenti volti a contenerlo. Questi si sono caoticamente moltiplicati, succeduti e stratificati a livello statale, regionale e finanche comunale. Difatti, per superiori (e sicuramente indubbie) finalità di salute pubblica, è stato messo in atto un reticolo di misure draconiane che hanno profondamente inciso sulle libertà fondamentali tutelate dalla Costituzione (libertà di circolazione, di soggiorno, di riunione, libertà di impresa etc.). Ciò peraltro si è verificato in aperta violazione al dettato costituzionale che prevede che tali libertà possano essere limitate solo dalla legge. Difatti, a partire dal 22 febbraio 2020, sono stato emanati una raffica di provvedimenti (spesso anticipati da oscure “bozze”, la cui uscita generava solo ulteriore confusione e perplessità) di natura meramente amministrativa.
E così mentre il virus ha mietuto la sua prima vittima “eccellente”, ossia il Parlamento che ha subito chiuso i battenti «per motivi sanitari, come qualsiasi industria non essenziale in questa drammatica contingenza»; Governo e Regioni, si sono rincorse  ed accavallate nell’adozione, tramite norme di rango secondario (DPCM) o terziario (le ordinanze regionali), misure via via sempre più restrittive (e spesso irrazionali), che hanno portato a pesantissime limitazioni nelle libertà fondamentali di tutti i cittadini e che richiamano alla memoria il famoso passo dei Promessi Sposi: «Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori (...) è una grida d'importanza. Ah! ecco, ecco (...) grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere figliuolo?». Del resto da sempre in tempi di epidemia il rapporto di ciascun individuo con la propria vita, «con la propria malattia e con la propria morte, passa per le istanze del potere, la registrazione che esse ne fanno, le decisioni che esse ne prendono».
Si ricorda in proposito che i DPCM che si sono succeduti sino al 25 marzo 2020, pur introducendo limitazioni estese sull’intero territorio nazionale, fondavano la loro (malferma) legittimità sul D.L. 23 febbraio 2020, n. 6, il quale tuttavia era «nato come provvedimento volto a introdurre misure su base locale (circoscritti alle c.d. zone rosse)». Solo con il D.L. 25 marzo 2020, n. 19 – a fronte delle denunce e proteste che erano state sollevate - il «Governo si è preoccupato di realizzare un’opera di riordino del caos normativo e sanzionatorio determinatosi nella situazione emergenziale in atto, anche per effetto della concorrente attività normativa dello Stato, delle regioni e dei comuni». In altre parole, «il primo decreto legge era “fuori legge”. Poi è stato corretto il tiro, con il secondo decreto legge, che smentiva il primo, abrogandolo quasi interamente». Il che tuttavia non fuga i persistenti dubbi di legittimità: difatti, pare davvero difficile sostenere che un qualsiasi decreto-legge, «possa dare adeguata copertura a un atto amministrativo di parte governativa che finisca per limitare la libertà di circolazione e di soggiorno e le altre libertà citate». Dubbi che diventano ancora più stringenti con riguardo alla babele di ordinanze autonomamente emanate da ogni singola regione. Ad esempio, con riguardo all’ordinanza dell’8 marzo emanata dalla Regione Campania (ma il rilievo vale anche per le ordinanze emanata da altre regioni) è stata rilevata «l’inosservanza del principio di legalità per carenza di una specifica disposizione che definisca in modo sufficientemente preciso presupposti e limiti dell’esercizio di tale potere da parte degli organi di governo territoriali (Presidenti di Regione, Sindaci)».
Resta un dato fondamentale: lo status necessitatis, determinato dal diffondersi del contagio, ha subito creato uno stato d’eccezione, il quale - come tutti gli stati d’eccezione – trasforma in  regola la negazione delle libertà fondamentali ed in eccezione la facoltà di esercitarle, tra mille ambiguità ed incertezze e con confini (temporali e geografici) sfumati e evanescenti. E’ così accaduto che  - come ogni stato d’eccezione che si rispetti - ogni aspetto della vita quotidiana e lavorativa dei cittadini sia stato sottoposto regolazioni, limitazioni e divieti con provvedimenti che ancor oggi si susseguono e affastellano con un ritmo degno del miglior Stakhanov e che spesso risultano opachi, contraddittori, privi di logica (tanto che nel volgere di poche ore vengono aggiornati, corretti, aggiustati ) e non uniformi nel territorio nazionale e finanche nel più ristretto territorio regionale. Tuttavia, «quando su quei gesti quotidiani, e sulle attività lavorative – comprese le libere professioni, il commercio e l’industria – converge la minaccia di sanzioni diverse e non coordinate da parte dello Stato, delle regioni e finanche dei comuni, l’incertezza regna e il diritto rischia di perdere l’essenziale funzione regolatoria che deve possedere di fronte all’emergenza: contribuire a superarla, orientando i comportamenti dei cittadini, che devono trovare agevolmente nel diritto la risposta alla domanda su ciò che si può o non si può fare, su ciò che si deve o non si deve fare, per il bene comune».  
In tutto questo, peraltro, sotto i colpi dell’emergenza epidemica cadeva la seconda vittima “eccellente”: la Giustizia. Tutti i tribunali venivano di fatto chiusi, la giustizia civile – con l’eccezione dei procedimenti cautelari  inerenti  la  tutela  di  diritti fondamentali  della  persona  - vedeva sospesi i termini processuali e rinviate le udienze sia pure tra i mille dubbi interpretativi (dubbi addirittura moltiplicati per la giustizia tributaria). Mentre come denunciato dall’Associazione Studiosi del Processo Penale, con la solita leva dell’impostazione emergenziale, la giustizia penale veniva fatta oggetto «gravi manomissioni degli istituti procedurali, sino alla violazione di precetti costituzionali, tali da non essere giustificate neppure nell’ottica di un’amministrazione della giustizia urgente».

4.- Ex falso quodlibet sequitur
Nel senso comune si definisce epidemia la «manifestazione collettiva d’una malattia (colera, influenza ecc.), che rapidamente si diffonde fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto in dipendenza da vari fattori, si sviluppa con andamento variabile e si estingue dopo una durata anch’essa variabile».
Ciò posto, ogni epidemia ha la sua individualità storica: è un processo unico, ma anche un fenomeno collettivo, da descriversi in ciò che ha di singolare, d’accidentale, d’inatteso. Fermo restando che l’epidemia «più che una forma particolare di malattia», è semmai «un modo autonomo, coerente e sufficiente, di vedere la malattia»: non vi è «differenza di natura o di specie tra una malattia individuale e un fenomeno epidemico; perché ci sia epidemia basta che un’affezione sporadica di riproduca un certo numero di volte». Il problema dunque e un «problema puramente aritmetico della soglia» e, continua Foucault, il «fondo dell’epidemia non è la peste, o il catarro, è Marsiglia nel 1721». Oppure, aggiungo io, la Lombardia nel 2020.
Difatti, stando ai dati “ufficiali”, la sola Lombardia, alla data del 16 aprile 2020 registra 62.153, casi – tra i quali si contano 11.377 decessi: per comprendere meglio i numeri ufficiali si noti che alla stessa data in tutta Italia si contano 165.155 casi, tra i quali vi sono 21.645 decessi. Oltre la metà dei decessi è dunque in Lombardia.
Se si insiste tanto nel sottolineare che si tratta di numeri “ufficiali” c’è una ragione. Per capirla dobbiamo tornare alla “questione” dei tamponi che avevamo lasciato in sospeso.
Dato che tamponi rappresentano “l’unico elemento per misurare l’epidemia” e che sulla base delle rilevazioni giornaliere vengono assunti i conseguenti provvedimenti restrittivi - nonché la loro revoca a epidemia terminata - è evidente che l’esecuzione, o meno, tamponi è cruciale.
Tuttavia, nonostante la circolare n. 5889 del 25 febbraio 2020 prescrivesse l’esecuzione dei tamponi a tutti i casi sospetti, già a metà marzo, appariva evidente che ogni regione stava adottando criteri propri. Scrive ad esempio Il Sole 24 Ore «al 23 marzo per ogni contagio Venezia ha svolto 11,1 tamponature. Milano, ultima in classifica, 2,55». In particolare, la regione più colpita – nonostante le diverse dichiarazioni rilasciate dal suo Presidente –  veniva fortemente sospettata di non eseguire i test a «tantissimi casi di pazienti con sintomi fortemente sospetti». E in effetti l’ordinanza regionale n. 514 del 21.03.2020 prevede solo per i «soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (superiore a 35,5)» l’obbligo «di rimanere presso la propria residenza o domicilio e limitare al massimo i contatti sociali, contattando il proprio medico curante». Medici curanti però che sono stati lasciati senza linee guida di come assistere i pazienti e senza protezioni.
Così i dati del contagio sulla cui base vengono assunte le decisioni a livello nazionale e locale (con tutti i limiti e i dubbi di costituzionalità che sono stati evidenziati), in realtà sono dati che non fotografano la realtà dell’epidemia, o comunque che ne danno un’immagine sfocata, sono dati che dicono sempre meno. Si vedano in proposito le dichiarazioni del Segretario della Fimmg Lombardia: «prima si facevano i tamponi solo ai ricoverati, da qualche giorno si fanno ai ricoverati e agli operatori sanitari sintomatici, che sono quasi tutti ovviamente positivi anche se con pochi sintomi. Questo ha creato un dato di positivi non ricoverati sul territorio che prima non esisteva, numeri falsi perché riferiti ai soli operatori sanitari e non alla popolazione intera. A questi numeri possiamo eventualmente aggiungere qualche tampone di controllo ancora positivo fatto ai dimessi convalescenti».  Si tratta quindi di dati che non hanno più una vera aderenza con la realtà (e forse non l’hanno mai avuta) e sono così parziali da non poter più essere una bussola.

Ex falso quodlibet sequitur: dal falso può discendere qualsiasi cosa.

Il virus ha portato quindi in auge le categorie del pseudologico in tutte le sue sfumature: dalla falsità all’errore, moltiplicando i malintesi, le paure, le speranze, in una situazione in cui i cittadini rinchiusi nelle loro abitazioni e privati delle loro libertà fondamentali vengono tenuti in una situazione di indistinzione tra vero e falso. Un esempio per tutti: sino al DPCM dell’11 aprile 2020, tra i minuziosi ed insensati divieti che hanno vessato la quotidianità degli italiani, si annovera anche la proibizione  all’acquisto di penne da scrivere, quale sia la connessione tra tale proibizione il contenimento al diffondersi del contagio non trova altra risposta se non con un «vuolsi così colà dove si puote» e «più non dimandare».
E così, dopo l’ipertrofia normativa il virus ha prodotto anche un’ipertrofia della menzogna, tanto più assoluta quanto più ammantata di scientificità. Si ricorda in proposito che sino a metà gennaio 2020 le autorità sanitarie agivano nella convinzione che il virus non fosse trasmissibile agli esseri umani. Di lì a poco si scoprì la fallacia di tale convinzione, tuttavia, una volta constatata (drammaticamente) la trasmissione e (ancor più drammaticamente) la letalità, il “come” il virus si diffonda ha rapidamente assunto dimensioni mitologiche. Si pensi in proposito all’ondata di panico suscitata dalla notizia diffusa nei primi giorni di aprile (quando in Italia non si riusciva ancora a vedere il picco dell’epidemia e morti  e contagiati si contavano a migliaia ogni giorno), sui nuovi studi scientifici avrebbero dimostrato la diffusione del coronavirus anche attraverso l'aria, e non soltanto con il contatto (notizia poi smentita sempre da altre evidenze proclamate come scientifiche). In definitiva sei i virus possono definirsi anche come «a piece of bad news wrapped up in a protein» (ossia, frammenti di cattive notizie avvolti in una proteina, secondo la definizione del Nobel britannico Peter Medawar), in Italia al corona virus potrebbe attagliarsi altrettanto bene la definizione di «a lot of bad-fake-news avvolte in una proteina» e propalate incessantemente.
Ad esempio, nonostante l’Italia sia stato il Paese che più di tutti abbia seguito l’indicazione di restare a casa, tanto che i dati di mobilità elaborati da Google e da Apple segnalavano un crollo dell’87% del tasso di mobilità (di fatto di sono “mossi” solo coloro che erano obbligati a farlo), tali mutate abitudini non incidevano in alcun modo sui “numeri” del contagio che continuavano a rimanere drammaticamente alti. E allora è accaduto che invece di ricevere i dovuti chiarimenti su tale “enigma” gli italiani si siano visti «diffamati e umiliati dall’iterazione di comunicazioni e rappresentazioni sensazionalistiche e opportunistiche». In questo contesto, contorni ancora più inquietanti ha assunto la caccia al novello untore additato nei runners solitari: ossia quei (pochi) cittadini che cercavano di riappropriarsi di un minino libertà con la corsa. Su costoro è stata scaricata la colpa del diffondersi del contagio. Salvo poi scoprire che mentre tutta la popolazione impaurita stava rinchiusa in casa a vomitare improperi sui social network nei confronti di tale improbabile capro espiatorio (una sorta  nuovo Gian Giacomo Mora), nella regione epicentro dell’epidemia, i focolai di contagio erano gli ospedali (emblematico il caso della mancata chiusura dell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo  che la stampa indica quale principale causa di propagazione del virus in tutta la Val Seriana) e le RSA per anziani. In particolare, per quest’ultime con la Deliberazione XI/2906, del 8 marzo 2020, la Regione Lombardia ha richiesto alle Aziende territoriali della sanità - Ats, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità.
L’effetto è stato di innestare la miccia a nuovi focolai di contagio che hanno portato un altissimo tasso di mortalità tra i degenti (700 vittime nella sola Milano alla data del 10 aprile 2020), tanto che ad oggi sono in corso delle indagini da parte della magistratura. Tuttavia, per quello che qui interessa, si noti che il Presidente della Regione, Attilio Fontana, ha dichiarato che si è trattata di una decisione presa sulla base di proposte e pareri provenienti da tecnici ed esperti.  Quindi, ancora una volta, si è trattata di una decisione ammantata di una indiscutibile, inappellabile autorità e verità scientifica che alla prova dei fatti si è rilevata (mortalmente) fallace, ma che ciononostante condiziona e condizionerà le vite e le libertà dei cittadini, se è vero che sempre il Presidente della Regione Lombardia ha dichiarato che la «condizione ineludibile per parlare di riaperture è che ci sia il via libera della scienza, degli esperti, di chi sa interpretare l’evoluzione epidemiologica: partiamo da questo presupposto, se la scienza ci dirà che dobbiamo stare chiusi, staremo chiusi».
Concludendo, in questo contesto, l’agognata e sperata c.d. “Fase 2”, nell’improbabile (quantomeno a breve – medio periodo) meta da raggiungere di una totale scomparsa del virus, sta assumendo sempre più i contorni pasticciati di una moltiplicazione di fake-news e di una produzione sempre più ipertrofica di provvedimenti, ordinanze, circolari, chiarimenti, modifiche, aggiustamenti, destinati a durare nel tempo e che coinvolgeranno sempre più l’adozione di modelli di sorveglianza e che dovranno trovare il giusto bilanciamento tra la privacy dei cittadini con l’interesse pubblico a che il virus non si propaghi oltre la soglia di reazione del sistema sanitario.

In allegato il testo integrale dell'articolo con note