Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Andrea Castiglioni - 01/08/2018

Famiglia allargata. Può comprendere anche un'amica – Cass. sez. III n. 18568/2018

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei danneggiati, che si sono visti respingere le richieste di risarcimento da parte della Corte d’Appello, la quale ha erroneamente applicato i principi relativi al risarcimento del danno non patrimoniale iure proprio derivanti dalla lesione del rapporto parentale.

Il caso: in un incidente stradale trovava la morte una donna che conviveva da tempo (almeno 10 anni) all’interno di una famiglia (quella dei ricorrenti); famiglia formata da una coppia con dei figli. Il legame affettivo era tanto intenso che i figli appellavano la donna come “zia” o “nonna”, pur non essendolo. Era socialmente percepita come una componente effettiva del nucleo famigliare, al pari di un elemento di sangue o affine; tanto che, in occasione dell’evento funebre, giungevano telegrammi di condoglianze diretti alla famiglia; la quale aveva sostenuto le spese funerarie con le proprie sostanze. La donna apportava sostegno non solo morale ma anche economico, mettendo a disposizione della famiglia la propria pensione.

La Corte territoriale, invece, aveva ritenuto che legittimati a far valere il diritto iure proprio al risarcimento fossero soltanto i soggetti con legami di sangue, affini (genero o nuora) o ai conviventi more uxorio, intesi come soggetti legati da relazione sentimentale. Con ciò escludendo i componenti di una famiglia di fatto ma diversi dalla coppia.

La terza Sezione della Corte di Cassazione smentisce questo orientamento, confermando quanto da lei già fermamente sostenuto.

La situazione di convivenza giuridicamente rilevante ai fini di un risarcimento come nel caso di specie è definito come “connotato minimo in cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost. (Sez. 3, Sentenza n. 4253 del 16/03/2012)”.

Si può – e si deve – notare che da questa definizione non vengono inclusi i soli conviventi (intesi come coppia unita da rapporto sentimentale e fisico-sessuale) o i parenti; non vengono automaticamente esclusi coloro che non sono parenti. Sono componenti di quel “luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost.” anche persone che non sono parte della stirpe dei conviventi, o dei coniugi; possono farne parte anche persone “estranee”; ad es., anche persone unite – inizialmente – da una semplice amicizia, ma che nel tempo muta, il rapporto si consolida, al punto da far nascere una convivenza; l’amico diventa parte di un’intimità che assurge a “famiglia”; si instaurano legami affettivi su cui gli altri componenti fanno affidamento; vi è anche sostegno economico reciproco.

Anche il legislatore è orientato in tal senso, e viene segnalata la modifica all’art. 90 c.p.p. ad opera del D.lgs. 212/2015, laddove il comma 3 precisa che facoltà e diritti della persona offesa, deceduta in conseguenza del reato, sono esercitati dai prossimi congiunti di essa, “o” dalla persona legata alla p.o. da “relazione affettiva e con essa stabilmente convivente”. Quindi due sono le categorie: (1) il prossimo congiunto, per cui basta il vincolo affettivo o di sangue, e infatti può non essere convivente; (2) la persona, quindi senza vincolo di sangue, con cui si era stabilito un legame particolare, per il quale è richiesta la sussistenza dei due requisiti della “relazione affettiva” e (contestualmente, non in alternativa) della “stabile convivenza”.

Viene sottolineato che anche questa modifica, valevole sul versante penalistico, è allineata all’orientamento civilistico sostenuto dalla Suprema Corte.

In conclusione, i ricorrenti hanno dimostrato la sussistenza di un consolidato rapporto affettivo tra il soggetto deceduto e la famiglia in cui era inserita. Ne consegue che tale rapporto deve considerarsi intangibile e soggetto a tutela, al pari di una famiglia non allargata. La sua lesione genera un danno che può essere fatto valere iure proprio dai conviventi e che deve essere risarcito.

Da ciò deriva anche il diritto iure hereditatis al risarcimento del danno biologico terminale (anche danno catastrofale), per avere la donna mantenuto una lucida consapevolezza, per un apprezzabile lasso di tempo (6/7 ore) dell’approssimarsi della morte.

Su quest’ultimo punto viene rilevato che la Corte d’Appello ha omesso di pronunciarsi, sicché la pronuncia di cassazione con rinvio include anche questo preciso aspetto.

Tuttavia, dalla motivazione si può ben dedurre che la Corte d’Appello dovrà riconoscere ai conviventi anche il risarcimento del danno catastrofale, nelle sue sfaccettature appartenenti sia al danno biologico che, soprattutto, al danno morale (pensando alla consapevolezza mantenuta per le 6/7 ore di ricovero).