Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 10/11/2017

Famiglia mafiosa - famiglia abusante e maltrattante -: quali rimedi per realizzare il diritto del minore ad una esistenza libera e dignitosa? - Maria Zappia

Risoluzione del Consiglio Superiore della Magistratura Odg. n.1349 del 25 ottobre 2017
                                                                                                                               
Minori/Famiglia/Criminalita’organizzata/art. 330 cpc./ potesta’ parentale/processo minorile/diritto al rispetto della vita privata e familiare/Convenzione Onu sui diritti del fanciullo/ Carte dei diritti Unione Europea/

Il Consiglio Superiore della Magistratura su iniziativa della VI commissione (Relatori i Cons. Ardituro e Aprile), ha approvato, durante il Plenum del 31 ottobre 2017,  una risoluzione in materia di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata cogliendo una prassi operativa sperimentata dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria.

La risoluzione approvata dal Plenum del CSM qualche giorno addietro, costituisce un documento di estremo interesse per tutti coloro che osservano l’evolversi del fenomeno mafioso interrogandosi sulle possibili risposte che lo Stato debba  fornire al fine del superamento dei modelli criminali violenti e rende effettiva la tutela per i minori il cui percorso educativo e di crescita si svolge all’interno di famiglie “di mafia”.
 Il documento si fonda, traendone importantissime conseguenze,  su di una prassi virtuosa intrapresa dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria i cui risultati, sono stati nel tempo condivisi sia dagli studiosi della materia e sia dagli operatori del diritto operanti in Sicilia e Campania regioni nelle quali, la trasmissione di valori criminali, per via familiare,  è particolarmente diffusa.
L’adozione della risoluzione è stata dunque l’occasione per estendere su tutto il territorio nazionale la prassi “coraggiosa”ed “evoluta”  adottata dalla Corte Calabrese definita  nello stesso testo  “pionieristica” nonché  per dettare, principi metodologici uniformi per la pratica applicazione della tutela.
L’idea sostanziale, il substrato ideologico dell’intero documento, è realmente idoneo a operare un capovolgimento dell’intero sistema di valori sui quali le strutture mafiose fondano il consenso: si tratta di ritenere e qualificare la famiglia mafiosa come una famiglia abusante all’interno della quale, oltre ad essere violati i principi del regolare vivere sociale sono minati i diritti del minore ad una esistenza libera e dignitosa. E d’altronde opinare diversamente ci riporterebbe ad una dimensione lombrosiana della comprensione criminale che le moderne acquisizioni scientifiche rifuggono categoricamente.  
Il “minore di mafia” non nasce criminale, criminale lo diventa perché acquisisce modelli comportamentali confliggenti con quelli della società che lo circonda. Se a questo soggetto,  al pari degli altri minori che vivono in territori non sottoposti al controllo della criminalità organizzata, deve essere garantito un’armonioso sviluppo della personalità, l’esigenza primaria è quella di sottrarlo alle influenze di modelli educativi nocivi cui Egli è venuto in contatto sin dalla nascita.
Il modello familiare mafioso, che a tutt’oggi  in talune realtà è considerato dal forte valore emulativo,  è nei fatti un modello disturbante, chiuso e impermeabile alla realtà esterna, un modello sociologicamente “patologico” che va disgregato mediante un complesso intervento rieducativo e di mediazione  da parte degli organi statali e giudiziari.   
Lo strumento che in concreto il magistrato minorile dovrà adottare è il provvedimento de potestate ex art. 330 cpc. che limiterà totalmente o parzialmente le potesta’ parentali al fine di modulare un’azione  mirata a sottrarre il minore ad una perniciosa influenza che ne condizionerà le future scelte di vita L’impulso, al fine dell’adozione del provvedimento limitativo o ablativo della potestà parentale proverrà dall’informativa contenuta negli atti dei procedimenti penali, tuttavia il magistrato minorile dovrà giudicare caso per caso, anche procedendo ad indagini psicologiche e valutando accuratamente ogni singola situazione nel contemperamento del diritto del minore ad evolversi circondato dall’affetto del nucleo familiare e del diritto di ricevere un’educazione che lo proietti nella società senza alcun pregiudizio e senza alcun condizionamento.
Non è il caso di proseguire nell’analisi del documento, particolarmente esaustivo sia riguardo agli  strumenti di intervento che ai suggerimenti rivolti al legislatore, cio’ che tuttavia è indispensabile evidenziare è che gli strumenti adottati nella risoluzione, non manifestano alcuna genesi “totalitaria” mirata ad imporre sistemi valoriali statuali in conflitto con quelli della “società” naturale definita nella Carta Fondamentale,  né mirano a sacrificare il diritto del minore alla crescita affettiva nel nucleo di origine,  a vantaggio della lotta al crimine organizzato.
Per contro, la risoluzione fornisce un adeguato piano di azione che posto in essere durante gli anni formativi della personalita’ del minore, impedirà il perpetuarsi di modelli culturali erronei ed antisociali consentendo a quest’ultimo di ricongiungere i fili della propria identita’ all’interno di una trama di valori improntati al rispetto dei principi della comunità cui appartiene.