Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Michela Del Vecchio - 27/02/2018

Fedeltà e responsabilità: i doveri coniugali nella società moderna – Cass., I Sez. Civ., ord. 4470/18

La famiglia letta dal legislatore del 1942 rivista dal legislatore del 1975 e destinataria delle regole civilistiche contenute nel codice ancora in vigore era fondata esclusivamente sul matrimonio con un rapporto fra marito e moglie paritario sì ma anche di rigoroso rispetto dei doveri coniugali fra cui quello di fedeltà.

L’art. 143 c.c. infatti, al secondo comma, parla di situazione giuridica di obbligo che, come noto, pone le parti in una reciproca posizione attiva e passiva.

Evidente che la società cambia tanto che, come sottolineò Zatti in “I diritti e i doveri che nascono dal matrimonio” (in Tratt. Rescigno, 3, Torino, 1996), la determinazione del contenuto dei singoli doveri coniugali è rimesso alla coscienza sociale rimanendo lo stesso indefinito a livello legislativo.

Di tale contenuto non tratta la giurisprudenza in esame ma definisce con chiarezza la sanzione conseguente alla loro violazione o, meglio, alla violazione del dovere di fedeltà.

Il caso nasce da un’azione promossa, nelle more del procedimento di separazione, da una moglie tradita che chiede al giudice il ristoro del danno per un marito fedigrafo.

La domanda risarcitoria, formulata ai sensi degli artt. 2043 e 2059 c.c., veniva respinta dalle Corti di merito con decisioni che hanno trovato conferma dinanzi alla Suprema Corte.

Gli Ermellini hanno infatti confermato il principio già affermato in precedenti loro pronunce (Cass. Civ., I Sez. Civ, 610/12) secondo cui i doveri nascenti dal matrimonio hanno natura giuridica per cui la loro violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, ben può integrare gli estremi dell’illecito civile e come tale essere oggetto di autonoma azione risarcitoria ma hanno altresì sottolineato come, del danno va allegata specifica prova anche attraverso presunzione semplice.

Dunque, da un lato, è ribadito il principio per cui la violazione dei doveri coniugali ben può essere fonte di responsabilità aquiliana e, dall’altro, torna ad evidenziarsi che un danno non patrimoniale non può mai ritenersi in re ipsa e ciò anche nel caso di lesione di diritti inviolabili dovendo, invece, essere sempre allegato e provato da chi lo invoca.

A parere della scrivente la Cassazione continua a non far chiarezza tra l’affermazione del diritto ed il suo accertamento ed i criteri di quantificazione economica del ristoro del diritto leso: se il danno non patrimoniale è conseguenza quasi naturale della violazione di diritti costituzionalmente protetti non va posto un problema di “prova” del danno (che continua ad affermarsi come non “in re ipsa”) bensì eventualmente può porsi una discussione sui criteri per la quantificazione economica del ristoro del danno al fine di valutare se la quantificazione compiuta è satisfattiva dell’interesse leso e “ripara” il danno stesso.