Persona, diritti personalità - Generalità, varie -  Ilaria Rega - 25/11/2018

Femminicidio un problema socio-culturale: la soluzione parte da un nuovo paradigma educativo

Anno 2018: 106 i femminicidi in Italia, praticamente uno ogni 72 ore, questo il triste dato che sale alle cronache in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita nell’ormai lontano 1999 dall’Onu.

 Proviamo a ripercorrere insieme le tappe principali di un fenomeno che per la sua incidenza a livello mondiale, potrebbe essere paragonato ad un genocidio.

Iniziamo dagli anni 90, il termine femminicidio venne usato per identificare quegli omicidi basati sul genere, che vedevano come vittima la donna, proprio "in quanto donna".

I dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità,  indicano come la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra 16 e i 44 anni sia ad opera di persone conosciute,  ma negli anni 90, questi dati non erano ancora noti e si ritenne importante dare un nome a questa tipologia di omicidio per renderlo ‘visibile’ alla società.

L’antropologa e deputata messicana Marcela Lagarde ha concettualizzato il termine“femminicidio” come“La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia“.

Proprio nei confronti dello Stato del Messico la Corte Intramericana per i Diritti Umani, presieduta per la prima volta nella storia da una donna, la magistrata Cecilia Medina Quiroga, ha pronunciato una sentenza storica nel 2009, conosciuta come la “Sentenza di Campo Algodonero”, riconoscendo lo Stato Messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte di tre giovani donne.

Vediamo, ora,  come funziona in Italia: il nostro ordinamento non prevede il femminicidio come ipotesi di reato autonoma, ma solo come circostanza aggravante.

La recente normativa (decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in legge 15 ottobre 2013, n. 119: c.d "legge contro il femminicidio"), che anche porta tra le sue motivazioni quella di rispondere al "susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne è derivato", non definisce la fattispecie di femminicidio, ma disciplina e rafforza l'azione rivolta a contrastare e prevenire la violenza di genere.

Da una indagine svolta da Fabio Bartolomeo del Ministero della Giustizia, nel 2016, emerge che il femminicidio ha un profilo ‘primitivo’, con colluttazioni corpo a corpo, quasi sempre a seguito di un raptus e, come arma utilizzata in prevalenza, il coltello, quello più facilmente reperibile in ambito domestico. Nel 40,2% dei casi le donne vengono colpite ripetutamente. Su 417 sentenze esaminate, 355 sono classificabili come femminicidio, che rappresenta l’85% dei casi. Inutile, quindi, ignorare il fenomeno: sono quasi sempre gli uomini a uccidere le donne. Nell’ 88,5% dei casi l’autore del reato è un uomo e la vittima è una donna.

Nel 55,8% dei casi tra autore e vittima esiste una relazione sentimentale, in atto al momento dell’omicidio o pregressa. Se a questi si aggiungono i casi in cui tra autore e vittima esisteva una relazione di parentela si scopre che in circa il 75% dei casi le donne muoiono nell’ambito familiare, all’interno, cioè, di quell’ambiente che teoricamente dovrebbe proteggerle di più.

La nazionalità dell’autore, pur confermando la prevalenza di soggetti italiani, evidenzia una marcata incidenza del fenomeno tra gli stranieri presenti nel nostro paese.  Quasi sempre le donne vengono aggredite all’interno delle loro abitazioni, dove sono raggiunte dai loro ‘persecutori’, ma non avviene, quasi mai, il contrario.

L’identikit dell’autore di femminicidio mostra che sovente si tratta di persone insospettabili, quasi sempre italiani, cresciuti nello stesso ambiente sociale e culturale della vittima, considerati soggetti “normali”, senza alcuna, apparente, caratteristica deviante, che raramente riportano precedenti penali o hanno una storia criminale alle spalle, mentre spesso risultano avere un livello di istruzione elevato e un’occupazione. Si sottolineano però tratti psicologici peculiari che rispecchiano il bisogno di possesso e la gelosia.

Non trascuriamo anche il fenomeno del ‘ciclo della violenza’, spesso, infatti, il femminicidio trova terreno fertile in situazioni di maltrattamento familiare in cui la violenza verso la donna viene agita di fronte e anche nei confronti della prole che interiorizza il principio dell’esternalizzazione della violenza come condotta normale e, una volta adulta, è altamente probabile che agisca allo stesso modo: i bambini diventati uomini si comporteranno come il padre, utilizzando la donna come mezzo per scaricare lo stress e la frustrazione; la bambina in età adulta potrà avere, invece, la tendenza a ricercare una figura maschile assimilabile a quella paterna e a subirne le violenze (Norwood), così come la madre tollerava quelle del padre. Ciò è stato ben descritto da Otto Kernberg: “Bambini maltrattati sviluppano maggiore dipendenza dai genitori abusanti e tendono a riprodurre i rapporti di maltrattamento nell’età adulta“.

Negli ultimi anni i provvedimenti presi contro la violenza di genere sono stati numerosissimi, come ad esempio la legge sullo stalking approvata nel 2009. Ciò nonostante, il numero delle violenze rimane pressoché invariato.

Forse qualcosa nel sistema di prevenzione non funziona? Diciamo che i centri antiviolenza e le case di accoglienza sono ancora troppo poche e troppo pochi gli investimenti a sostegno dell’autonomia delle donne, per renderle libere da ricatti psicologici ed economici. Secondo la Corte dei Conti ad ogni centro antiviolenza sono stati assegnati in media 5.862,28 euro; ad ogni casa rifugio 6.720,18. Cifre assolutamente inadeguate a sostenere le attività necessarie.

Le donne, inoltre,  hanno paura a sporgere denuncia, visti soprattutto i tempi della giustizia, troppo lunghi e poiché si sentono scarsamente tutelate e sole nell’attesa di un giudizio. 

Ma non basta, quello che succede alle donne in Italia e nel mondo è conseguenza di un retaggio culturale. Fin dal nido, ma a cominciare dalla famiglia e dai media, bisognerebbe insegnare la parità di genere, il valore del rispetto, l’importanza di saper gestire le proprie emozioni negative per non farle sfociare in violenza. Parlando dei media, ci tengo a sottolineare quanto tossici siano i modelli proposti di donna oggetto nell’immaginario maschile e femminile.

In molte scuole, nel mondo, vengono insegnate tecniche di rilassamento, di meditazione e l’empatia, basandosi su modelli collaborativi e non competitivi, per scongiurare la tendenza alla violenza, al bullismo,  alla prevaricazione e per la gestione dello stress, con ottimi risultati in termini educativi, di resilienza e culturali.

Le vittime di questo triste fenomeno, non sono solo le donne, il nostro sistema assistenziale, troppo sovente, lascia da soli, anche per scarsità di fondi, uomini in difficoltà non capaci di interagire con la realtà che li circonda in maniera costruttiva,  quindi potenzialmente violenti e in alcuni casi si pensa di risolvere la situazione attraverso la somministrazione di psicofarmaci.

Per ridurre il rischio di inasprimento della situazione di violenza, inoltre, dal primo atto di denuncia, vittima e persecutore andrebbero inseriti in un percorso di sostegno psicologico per comprendere le ragioni profonde del conflitto e cercare una via d’uscita, ma soprattutto per scongiurare la perdita di vite, interrompendo il circolo vizioso innescatosi.

Forse il male del nostro secolo è proprio la solitudine e l’egocentrismo, ma se non si creano dei percorsi per sostenere uomini e donne ad uscire dalla violenza, non potrà mai bastare il solo deterrente della punizione a fermare questo fenomeno. E’ come se ad un bambino esposto al gelo e con la febbre gli dessimo del paracetamolo per curarlo, ma non lo portassimo in casa per permettergli di riscaldarsi, insomma se il problema, che è in primis un problema di natura sociale e culturale, non si risolverà alla radice, iniziando con progetti specifici attivati nelle scuole, temo che tra vent’anni saremo ancora qui a parlare della gravità di un fenomeno che può e deve essere ridimensionato a partire dall’educazione e dalla più tenera età.

 

 

Femminicidio: indagine svolta da Fabio Bartolomeo del Ministero della Giustizia 2016

Sassaroli S., Semerari (2012) G.S. La psicologia del femminicidio.

State of Mind.Karadole C. (2012) Femicidio: la forma più estrema di violenza contro le donne. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza. Vol. VI, n. 1, Gennaio-Aprile.

Spinelli B. (2011) Il riconoscimento giuridico dei concetti di femicidio e femminicidio, in AA.VV. “Femicidio: dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere”, Regione Emilia Romagna – Assessorato Promozione Politiche Sociali. A cura di Karadole C. e Pramstrahler A. pp.125-14

Norwood R. (1990) Donne che amano troppo. Feltrinelli