Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Annalisa Gasparre - 12/11/2020

Figlio maltrattante condannato – Cass. pen. 19361/20

Un figlio è stato condannato per maltrattamenti in famiglia agiti in danno dei genitori conviventi.
A provare la responsabilità dell’uomo sono bastate le dichiarazioni dei genitori. In particolare il padre riferiva di lividi sulle mani e sotto l’occhio. Ma anche la madre riferiva di minacce, aggressioni e violenze subite dal figlio.
Le dichiarazioni delle persone offese poi erano confermate anche dal teste di polizia giudiziaria che aveva riferito di essere intervenuto in un’occasione per strada e di aver trovato l’imputato che gridava ed inveiva nei riguardi della sorella, non presente, pretendendo denaro nonchè dalle dichiarazioni della stessa sorella dell’imputato.
La condanna per maltrattamenti in famiglia è stata dunque confermata dalla corte di cassazione.
Purtroppo sono molto frequenti i casi di figli maltrattanti e le vittime devono essere accompagnate nel decidere se denunciare tali fatti, decisione oltremodo dolorosa, ma necessaria

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 28 novembre 2019 – 25 maggio 2020, n. 19361 - Presidente Tronci – Relatore Silvestri
Ritenuto in fatto
1. La Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza con cui Ce. Ro. è stato condannato per il reato di maltrattamenti in famiglia in danno dei genitori conviventi.
2. Ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell'imputato articolando due motivi.
2.1. Con il primo si deduce violazione di norme processuali previste a pena di inutilizzabilità e vizio di motivazione; il tema attiene alla acquisizione del verbale delle dichiarazioni rese da Pa. An., madre dell'imputato, nel novembre del 2015 nel corso delle indagini preliminari.
La Corte avrebbe giustificato l'acquisizione delle dichiarazioni in questione in quanto, al momento in cui furono rese, la donna sarebbe stata in condizioni psichiche tali da comprendere e riferire i fatti nella loro esatta portata e non vi sarebbe stato nulla che potesse far presagire il successivo rapido decadimento delle capacità cognitive della dichiarante.
Assume il difensore invece che il verbale contenente le dichiarazioni sarebbe stato acquisito in violazione dell'art. 512 cod. proc. pen.
La Corte avrebbe errato nel limitarsi ad esaminare quelle dichiarazioni solo sul piano della attendibilità, laddove il profilo che avrebbe dovuto essere considerato era quello relativo al se fosse prevedibile che quelle dichiarazioni non sarebbero state più ripetibili; in tal senso, si aggiunge che l'Alzheimer, da cui sarebbe stata affetta la donna, sarebbe una malattia notoriamente degenerativa che si evolve conducendo alla totale demenza; la motivazione sarebbe errata nella parte in cui si è affermato che non fosse prevedibile il progressivo peggioramento delle condizioni di salute della teste.
Il perito, dott. La., sentito in dibattimento per accertare la capacità a testimoniare della donna, aveva espresso un giudizio negativo sulla capacità di questa di riferire correttamente già all'epoca in cui fu sentita dalla polizia giudiziaria, avvisando che la patologia si sarebbe aggravata "in una condizione di grado sicuramente patologico e rilevante ma non in quella situazione di grave sfacelo cognitivo che è stata osservata attualmente". Alla data di assunzione delle sommarie informazioni, "la diagnosi era quindi di decadimento cognitivo di grado moderato, lentamente evolutivo" (così il ricorso che riporta parte della relazione peritale).
Si aggiunge che le condizioni della donna al momento in cui fu sentita nel corso delle indagini sarebbero state note all'Autorità giudiziaria perché informata dal medico di famiglia e perché di essere si erano accorti anche gli ufficiali di polizia giudiziaria al momento dell'assunzione dell'atto di indagine.
2.2. Con il secondo motivo si lamenta vizio di motivazione quanto al giudizio di penale responsabilità fondato sulle convergenti dichiarazioni della stessa Pa. con quelle del di lei marito, Ce. Gi., anch'esse rese nel corso delle indagini preliminari e poi acquisite ai sensi dell'art. 512 cod. proc. pen.
Si sostiene che Ce., allorché fu sentito dalla polizia giudiziaria, avrebbe negato i fatti contestati al figlio, ma secondo i giudici di merito dette dichiarazioni avrebbero avuto una limitata valenza probatoria in quanto condizionate dalla volontà di non accusare l'imputato.
Nonostante un motivo di appello che evidenziava come non potesse farsi discendere da dette dichiarazioni il giudizio di penale responsabilità del ricorrente, la Corte avrebbe omesso di motivare ed indicare in quali punti le dichiarazioni avrebbero avuto una valenza accusatoria nei riguardi del ricorrente.
Sotto altro profilo, si deduce vizio di motivazione anche in relazione al formulato giudizio di attendibilità delle dichiarazioni rese da Pa. An., della quale si è già detto, senza tuttavia fornire risposta rispetto alle considerazioni formulate nei motivi di appello; anche in questo caso si riportano le dichiarazioni del perito relative alle condizioni della donna al momento in cui furono rese quelle dichiarazioni.
Si fa riferimento anche alle dichiarazioni dibattimentali rese dal medico di famiglia e dallo stesso ispettore di polizia giudiziaria che assunse quelle dichiarazioni e che in giudizio avrebbe confermato che la donna fosse in difficoltà nel riferire, giungendo a contraddirsi negando circostanze fattuali certe.
La motivazione sarebbe errata anche per quel che concerne i riscontri che avrebbero assistito le due dichiarazioni dei genitori e che consisterebbero nelle dichiarazioni di Ce. Lo. e Sp. Pa., che si sarebbero in realtà limitati a riferire quanto appreso dalla stessa Pa. senza aggiungere fatti da loro direttamente percepiti
Ce. si sarebbe peraltro limitata a riferire di aver appreso dalla madre che l'imputato si comportava in modo brusco senza aggiungere alcunché; Ce. e Sp. sarebbero stati sentiti ai sensi dell'art. 197 bis cod. proc. pen. e, quindi, le loro dichiarazioni avrebbero dovuto a loro volta essere confermate da riscontri, nella specie inesistenti.
L'assunto secondo cui l'imputato avrebbe maltrattato i propri genitori contrasterebbe inoltre con tutte le altre risultanze probatorie; si fa riferimento alle dichiarazioni del medico di famiglia, dott. Nava, che avrebbe riferito di non avere riscontrato su Pa. segni di violenza e di non aver mai raccolto lamentele da parte dei genitori dell'imputato sul comportamento di questi. Si fa ancora riferimento alle dichiarazioni rese da Se. Si. e Ve. Gi., la prima, nipote delle persone offese, ed il secondo, infermiere che per lungo tempo aveva frequentato la casa.
Considerato in diritto
1. Il ricorso, i cui motivi possono essere esaminati congiuntamente, è infondato.
2. Al di là della questione, sbrigativamente risolta dalla Corte di appello, relativa all'acquisizione ed alla utilizzabilità probatoria delle dichiarazioni rese da An. Pa., madre dell'imputato, il giudizio di penale responsabilità formulato nei confronti dell'imputato prescinde dalle dichiarazioni in questione.
In particolare, dalla sentenza di primo grado emerge che il 28.11.2015 Gi. Ce., padre dell'imputato, a cui era stato chiesto di fornire una spiegazione sul "vistoso livido sotto l'occhio destro e dei lividi sul dorso di entrambe le mani", pur affermando testualmente "tante cose non si raccontano.... I lividi sulle mani sono perché a volte sono caduto", confermò "quello detto da mia moglie.... Siamo sposati da 61 anni e penso che lei abbia detto le cose che penso io. Io non devo dire niente".
Dunque, l'assunto difensivo secondo cui la responsabilità penale sarebbe stata affermata solo sulla base delle decisive dichiarazioni della madre dell'imputato non è esatta perché anche il padre di questi, pur nella cautela dell'eloquio di un genitore, riferì non solo che quei lividi chiari - notati sulle sue mani e sotto l'occhio - non avevano origine "naturale", ma erano conseguenti a "cose" che non si potevano raccontare, ma, soprattutto, aggiunse di confermare i fatti raccontati dalla moglie, che, invece, aveva compiutamente descritto il contesto in cui collocare i fatti oggetto del processo, le continue minacce, aggressioni e violenze subite dal figlio, ma anche le percosse e le reali origini dei lividi sui quali il marito aveva glissato.
Dunque, chiare dichiarazioni accusatorie da parte del padre dell'imputato, peraltro confermate, - in tutto o in parte - secondo la ricostruzione fattuale dei Giudici di merito:
a) da quelle del teste di Polizia giudiziaria …., che aveva riferito di essere intervenuto in una occasione per strada e di aver trovato il ricorrente che gridava ed inveiva nei riguardi della sorella, non presente, pretendendo denaro;
b) da quelle di Ce. Pa., sorella dello stesso imputato, che ha fatto riferimento ad una aggressione personale subita dal fratello ed ha ribadito, per averlo appreso dalla madre, la triste condizione dei genitori, le angherie da questi subite, le violenze ed i lividi, questi ultimi peraltro constatati di persona;
c) dalle dichiarazioni chiare ed univoche di Sp. Pa., marito di Ce. Pa. (si tratta di dichiarazioni, che pur apprese dalla madre dell'imputato, riscontrano quelle solo indirettamente riferite da Gi. Ce.).
Rispetto a tale quadro di riferimento, i giudici di merito hanno correttamente motivato, spiegando le ragioni per cui le altre dichiarazioni assunte, pur in astratto favorevoli all'imputato, assumono una valenza accessoria e, comunque, non sono in grado di inficiare il quadro probatorio accusatorio.
Né è stato anche solo ipotizzata in astratto l'esistenza di un interesse inquinante da parte dei testimoni e, soprattutto, da parte di Ce. Pa. e Sp. Pa..
Ne consegue l'infondatezza del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Cosi deciso in Roma, il 28 novembre 2019.