Amministrazione di sostegno - Amministrazione di sostegno -  Michele Delrio - 06/11/2017

Finchè c'è desiderio vi deve essere riconoscimento

Il Tribunale di Torino si caratterizza da tempo per una certa propensione a dichiarare l’interdizione di soggetti non in grado di provvedere ai propri interessi.

Lo fa scegliendo di non nominare un amministratore di sostegno e quindi a scapito del riconoscimento delle possibilità insite nella Legge n. 6 del 9 gennaio 2004.

Il giudice tutelare del Tribunale di Torino motiva la scelta proprio a partire da una riflessione - che non condividiamo - sulla portata dell’Amministrazione di Sostegno e sulla sua applicabilità: un provvedimento di Amministrazione di Sostegno che autorizzi tutti gli atti necessari alla gestione personale e patrimoniale, pare in contrasto con l'interpretazione della Corte Costituzionale, la quale, nella sentenza n. 440/05, ha affermato che l'Amministrazione di Sostegno è strumento applicabile ai soggetti che, pur non presentando una vera e propria infermità mentale, si trovino in condizioni di menomazione fisica o psichica che non li renda completamente incapaci di provvedere ai propri interessi, tanto che il provvedimento di Amministrazione di Sostegno può riferirsi solo ai singoli atti laddove l'interdizione è caratterizzata da un generico e generale ambito di attività (rappresentanza) e, comunque, in nessun caso i poteri dell'amministratore possono coincidere integralmente con quelli del tutore pena la violazione di principi di rango costituzionale, fra i quali quello del c.d "giusto processo". Dunque, nella specie, l'apertura di un'Amministrazione di Sostegno si tradurrebbe in un'attribuzione in capo all'amministratore di poteri analoghi a quelli del tutore e, soprattutto, in una sostanziale "incapacitazione" del destinatario, incidendo irreversibilmente sul suo status, senza le garanzie che il legislatore richiede per un intervento così radicale.

L’ultimo periodo citato rivela in realtà un modo orientato e pregiudizievole di leggere l’istituto dell’Amministrazione di Sostegno che non è condivisibile.

Con la nomina di un amministratore di sostegno non si “incapacita” nessun soggetto, neppure il più fragile: gli si riconosce una ulteriore possibilità esistenziale, fosse anche l’ultima e più estrema possibilità relazionale che si esplica grazie alla vicinanza del soggetto nominato.

Il giudice interpreta l’Amministrazione di Sostegno alla luce della possibilità di interdire, come se si trattasse semplicemente di accertare un diverso grado di incapacità. Con l’aggravante di non riconoscere la portata generale del sostegno al beneficiario riducendo l’istituto previsto dall’art.404 del codice civile alla gestione di “singoli atti”.

Così argomentando, si tradisce lo spirito che dovrebbe informare l’Amministrazione di Sostegno e si ribadisce l’odiosa portata di un istituto, quale quello dell’interdizione, che rappresenta una misura di stampo oppressivo, imprime su chi verrà interdetto un marchio incancellabile.

Giova ricordare che molti fra i paesi europei di più avanzata civiltà giuridica (ad es. Austria e Germania) hanno da tempo eliminato sia interdizione che inabilitazione dai loro codici, seguendo anche le indicazioni del più autorevole diritto europeo e transnazionale.

Nella nostra Italia, che si è dotata dal 2004 di uno strumento moderno e rispettoso delle prerogative dell’individuo come l’Amministrazione di Sostegno, l’interdizione non è più tecnicamente necessaria; tutto ciò che occorre per la protezione di un soggetto ai confini della fragilità (come ormai riconosciuto dalla grande maggioranza dei Tribunali italiani) si può fare benissimo con l’Amministrazione di Sostegno, debitamente plasmata dal Giudice tutelare sulle necessità dell’interessato.

Non è vero in tal senso, come si legge nella motivazione del Tribunale di Torino, che in alcuni contesti “l'interdizione risulta l'unico strumento che assicuri un'adeguata protezione la convenuta in termini di assistenza, cura della persona e gestione patrimoniale, non risultando che l'Amministrazione di Sostegno o l'inabilitazione costituiscano, nella specie, misure di tutela adeguata in considerazione della gravità della patologia mentale accertata in capo alla convenuta, della sostanziale incapacità di provvedere ai propri interessi e della assoluta incapacità della convenuta stessa di collaborare con una figura alla quale sia affidato il compito della sua curatela o amministrazione.”

Nel sostenerlo, il giudice torinese non riconosce l’effettiva portata dell’Amministrazione di Sostegno e, paradossalmente, quanto potrebbe essere importante il ruolo del giudice tutelare nell’applicare in modo diffuso e singolare l’istituto introdotto nel nostro codice civile nel 2004.