Cultura, società - Cultura, società -  Maria Rita Mottola - 21/05/2020

Gandhi un avvocato

Mohandas Karamchand Gandhi, il santo, il Manatnam. Tutti sanno che fu avvocato e che studiò in Inghilterra. Eletto a difensore del suo popolo, venerato in tutto l’occidente come l’icona della non violenza. Ma cosa sappiamo realmente di lui? E fu veramente un successo il suo programma politico?

Perché di questo si trattò. Non tanto la difesa dei diritti quale avvocato, non tanto la difesa della cultura del suo popolo quello che lo rese famoso fu il suo programma politico dettato da una visione del mondo del tutto particolare. È vero che Mohandas accettò e subì le tradizioni della sua gente. Si sposò infatti a 13 anni con una coetanea per un matrimonio combinato come tutti gli altri e il matrimonio durò per tutta la vita anche se con scelte di castità che, di fatto, vanificavano l’unità coniugale.  Ma fu anche un fanciullo ribelle. Visse sensi di colpa inadeguati [1], fu vegetariano ma non disprezzò affatto l’eleganza inglese e una vita agiata. Visse in Sudafrica e lì si prodigò per la tutela dei diritti degli indù, maltrattati e discriminati. Ma come si comportò nei confronti dei nativi africani? Nel 1909 scriveva “non abbiamo alcuna avversione verso i Kaffir (i neri), ma non possiamo ignorare il fatto che non c’è un terreno comune tra noi e loro negli affari di ogni giorno”.[2]

Non era proprio una forma di razzismo ma di una valutazione politica: i due gruppi piuttosto che condividere la lotta contro gli inglesi vivevano il conflitto tra di loro quale classe operaia in competizione, e basata sulla diatriba tra indù e nativi africani, ostili al monopolio indiano sul commercio al minuto. Come dicevamo, gli occidentali ne hanno fatto un mito: simbolicamente non violento, capace di incredibili imprese con la forza della debolezza. Così ci è stato dipinto. Dopo tanti anni, non sarà necessario procedere con più ponderazione e considerando criticamente avvenimenti, persone e opportunità?

Se si esamina con attenzione le considerazioni svolte da Gandhi circa la violenza ne appare uno scenario a tratti completamente diverso da quello narrato e ormai vivo nell’immaginario collettivo. 

Credo che ogni guerra sia totalmente sbagliata. Ma se analizziamo con attenzione le ragioni di due parti belligeranti, possiamo scoprire che una è nel giusto e l’altra nel torto. Per esempio, se A vuole conquistare la terra di B, è ovvio che B è la parte che subisce il torto. Entrambi combattono con le armi. Non credo nella violenza della guerra, ciononostante B, la cui causa è giusta, merita il mio sostegno morale e le mie benedizioni.

Così scriveva il 18 agosto 1940. Quindi non esclusione di ogni violenza ma discernimento sulle motivazioni della violenza. Ma cosa intendiamo noi per non violenza? È non violenza accettare la violenza di altri nei confronti delle persone che amiamo? Ecco un estratto di frasi di Gandhi sulla non violenza: 

“per uomini coraggiosi, sacrificare i propri figli nella guerra dovrebbe essere causa non di pena ma di gioia (pleasure).”

“il vero obiettivo della nostra lotta dev’essere uccidere il mostro del pregiudizio razziale…C’è un solo modo di uccidere il mostro ed è di offrirci in sacrificio. Non c’è vita se non mediante la morte. Solo la morte ci può sollevare. è l’unico mezzo efficace di persuasione”.

“il mio cuore è ora duro come una pietra. In questa lotta per l’autogoverno sono pronto a sacrificare migliaia e centinaia di migliaia di uomini, se ciò sarà necessario”.

“corteggiare la morte, dobbiamo abbracciarla come si abbraccia un amico…Coloro che non sono d’accordo con tale visione farebbero meglio ad andar via”.[3]

 Eros-thanatos, un legame forte tra la morte e il piacere, questo sembra suggerire l’idea di morte e di non violenza di Gandhi, personaggio complesso che lascia spazio ad un lato oscuro, tra le pieghe della sua anima. Ma ciò che qui interessa: Gandhi vinse veramente la battaglia dell’’indipendenza con la non violenza? E il suo credo morale e politico nasce dall’educazione e dagli studi di diritto? Molti dubbi sulla “potenza di fuoco” delle azioni di Gandhi. Da più parti si è ventilato che gli inglesi dovevano trovare una via “onorevole” per usciere dal pantano coloniale. 

“La nonviolenza gandhiana è ampiamente ritenuta il metodo con cui l'India ha ottenuto l'indipendenza. (La visione è assiduamente incoraggiata all'interno dell'India e al di fuori di essa.) Tuttavia, la rivoluzione indiana è diventata davvero violenta, e questa violenza ha così deluso Gandhi da tenerlo lontano dalle celebrazioni per l'indipendenza in segno di protesta. Inoltre, il rovinoso impatto economico della Seconda Guerra Mondiale sulla Gran Bretagna e - come afferma lo scrittore britannico Patrick French nel suo libro Liberty or Death: India's Journey to Independence and Division - il graduale crollo della presa burocratica del Raj sull'India dalla metà degli anni '30 in poi incisero altrettanto per realizzare la libertà come qualsiasi azione di Gandhi. È probabile, infatti, che le tecniche gandhiane non siano state la determinante chiave della liberazione dell'India. Hanno dato all'indipendenza il suo carattere esteriore ed erano la sua causa apparente, ma forze storiche più oscure e profonde hanno prodotto l'effetto desiderato. Ai giorni nostri, poche persone si fermano a considerare il carattere complesso della personalità di Gandhi, la natura ambigua dei suoi successi e del suo retaggio, o persino le vere cause dell'indipendenza indiana. Questi sono tempi frettolosi e sloganizzanti, e non abbiamo il tempo o, peggio ancora, l'inclinazione ad assimilare le verità a molte facce. La verità più dura di tutte è che Gandhi è sempre più irrilevante nel paese il cui "piccolo padre" - Bapu - viveva. Come ha sottolineato l'analista Sunil Khilnani, l'India è nata come uno stato secolarizzato, ma la visione di Gandhi era essenzialmente religiosa. Tuttavia, "indietreggiò" dal nazionalismo indù. La sua soluzione era quella di forgiare un'identità indiana dal corpo condiviso di antiche narrazioni. "Si è rivolto alle leggende e alle storie delle tradizioni religiose popolari dell'India, preferendo le loro lezioni a quelle presunte della storia".[4]  Questa l’autorevole opinione di Salman Rushied data alla stampa del 1998.

Già nel 1857 vi furono alcune rivolte note come rivolta dei Sepoy o rivolta indiana del 1857, Great Indian Mutiny o Indian Mutiny che portarono alla costituzione del Raj. Cresceva sempre più una ribellione diffusa ma cresceva anche una classe sociale indiana molto ricca che non avrebbe gradito una rivoluzione socialista con ogni sua conseguenza. Gandhi, era vicino a questa classe imprenditoriale indiana. Strumento inconsapevole? O esageratamente preso dalla sua visione nichilistica della vita?

Certo è che non ottenne cosa desiderava: modificare l’anima degli indiani e dell’India. La rivoluzione non violenta divenne in breve violenta, le caste non furono abolite o meglio le differenze sociali divennero in breve tempo incolmabili, la tradizione agli occhi degli occidentali così “esotica” ma così crudele non è stata sovvertita facendo posto a una visione differente di società. L’india è libera dall’Inghilterra ma non è un terra felice. E soprattutto non è “non violenta”. Anzi. La violenza si manifesta sempre più grave. Nel 2017 la polizia ha registrato una media di 92 stupri ogni 24 ore. E si tratta solo di quelli denunciati. Le vittime sono sempre più spesso minori[5] I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri[6] La società indiana è dilaniata da profonde differenze sociali, milioni di poveri vivono nelle baracche degli slum, con meno di due dollari al giorno. Secondo il censimento del 2011, nel Paese gli indigenti erano il 21,9% della popolazione. Uno studio del Brookings Institution pubblicato a luglio 2018, riporta che il 5% degli abitanti vive in condizioni di povertà estrema, cioè 70,6 milioni (su una popolazione totale di quasi 1,3 miliardi). In assoluto, l’indiano più ricco è Mukesh Ambani, magnate del settore petrolifero, presidente del colosso Reliance Industries Limited. Egli ha ereditato il gruppo dal padre, in origine un produttore tessile. Nel 2016 ha rivoluzionato il settore delle telecomunicazioni indiane, patrimonio netto personale: 47,8 miliardi di dollari.  È recentissima la tragedia di Delhi con oltre 40 morti carbonizzati in uno stabile che ospitava una fabbrica tessile senza sistemi di sicurezza per le persone e che occupava immigrati e minori, frutto del capitalismo esasperato che prevale anche nella penisola indiana.[7] Nel mese di gennaio 2019 si sono verificati 29 episodi di violenza sui cristiani indiani, in 13 Stati dell'India. Tra i feriti vi sono 26 donne e 25 bambini. Per nessuno di tali casi è stata depositata una denuncia ufficiale (First Information Report) dalla polizia.

Domandiamoci laicamente: possiamo accettare di pensare che la soluzione ai problemi del mondo sia che l'Asia "conquisti l'Occidente" con il "messaggio d'amore", di cui sono depositari i poveri Bhangi, tenuti dal sistema indù nella condizione di reietti?  Perché attenzione: il Mahatma non invita a migliorare la loro condizione, ma solo ad ammirarne la saggezza, lasciandoli dove sono. 
Possiamo pensare che si debba arrivare, di qui, a un "mondo unico" dove imperi una simile saggezza? Il pensiero di Gandhi, infatti, è rivolto a un mondo unico che coincide con il monismo indù. E monismo significa la riduzione di tutto ad UNO.
Invito a riflettere sulle accuse all'Occidente di dualismo, che altro non è che la razionalità che distingue fra opposti: il bene non è male e il nero non è bianco, e così via, per il principio ineludibile di non-contraddizione (i cattolici possono consultare al riguardo - oltre al Vangelo - la Fides et ratio di Giovanni Paolo II).

Gandhi era figlio della sua cultura e della religione indù, Gandhi ha negato il diritto alla vita, ritenendola inferiore alle idee da egli stesso promulgate, ha posto le sue idee politiche prima e innanzi al suo popolo, con una idea di martirio così diversa dalla nostra che vede nel martirio non un traguardo da cercare, anzi deve essere evitato fino a che non diventi inevitabile e allora accettato con coraggio. Il nostro martirio non quello degli altri.

La sua educazione occidentale lo ha indotto a interessarsi alla nostra cultura e alla figura di Gesù di Nazaret ma ha negato la profondità del suo Messaggio. Non poté infatti affermare che: “Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto” (Gv, 17, 12).

[1] Si narra che egli addebitò a rapporti sessuali durante la gravidanza della moglie la morte di un figlio.

[2] Surendra Bhana and Goolam Vahed (2005) The Making of a Political Reformer; Gandhi in South Africa, 1893-1914. New Delhi: Manohar Press.

[3] http://fanuessays.blogspot.com/

 

[4]   Salman Rushdie Mohandas Gandhi His philosophy of nonviolence and his passion for independence began a drive for freedom that doomed colonialism, Time Monday, Apr. 13, 1998,

http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,988159,00.html

 

 

[5]  Nuccia Bianchini Gli agghiaccianti numeri della violenza sulle donne in India

Agi 10:23, 08 dicembre 2019

https://www.agi.it/estero/india_violenza_donne_stupri-6695128/news/2019-12-08/

[6] Maria Pace Ottieri Ricchi tra i poveri Longanesi 2006

 

[7] http://www.vita.it/it/article/2019/12/11/india-incendio-in-una-fabbrica-tessile-43-morti/153569/