Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 18/04/2018

Gli enti filantropici nella riforma del terzo settore: figure utili per il “durante e dopo di noi”?

L’art. 37, comma 1, d. lgs. n. 117/2017, recante “Codice del terzo settore”, recita: “1. Gli enti filantropici sono enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione riconosciuta o di fondazione al fine di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale.”

Di cosa si tratta? Il Codice del Terzo settore “funzionalizza” le due forme tipiche del Libro I del Codice civile, ossia ne delimita la mission, intesa – alla stregua di quella che caratterizza le fondazioni di origine bancaria – quale sostegno finanziario a progetti comunitari incentrati sugli interventi a favore di persone fragili ovvero sulle attività di interesse generale di cui all’art. 5 del Codice del Terzo settore.

Le fondazioni e le associazioni che intendono operare nei due ambiti richiamati dal comma 1 dell’art. 37 devono essere in possesso della personalità giuridica (di diritto privato). E’ questa una previsione che deve essere collocata nell’intenzione del legislatore di individuare forme giuridico-organizzative di una certa solidità e strutturazione. A ciò si aggiunga il beneficio dell’autonomia patrimoniale perfetta che deriva dal riconoscimento in parola, a tutela di quanti, all’interno delle fondazioni e delle associazioni, ricoprono ruoli di responsabilità gestionale ed amministrativa.

In forza delle specifiche finalità che il Codice del terzo settore assegna agli enti filantropici, questi ultimi debbano raccogliere fondi che, successivamente alla raccolta, dovranno essere impiegati per il raggiungimento degli scopi statutari. Allo stesso modo, qualora intendessero erogare servizi, gli enti filantropici dovranno dotarsi di una struttura e di un’organizzazione adeguata a svolgere quei servizi.

In entrambi i casi, è opportuno che le fondazioni e le associazioni che intendano “ricadere” nella definizione di enti filantropici, adottino strumenti, controlli e procedure atti a rendere la gestione trasparente, efficace ed efficiente (si pensi, per tutti, all’adozione del modello 231 e alla pubblicità dei dati sui siti internet degli enti).

Si può immaginare che, a tacere delle clausole statutarie che necessariamente tutti gli enti del terzo settore dovranno modificare ai sensi delle previsioni del d. lgs. n. 117/2017, anche le fondazioni e le associazioni riconosciute già esistenti potranno valutare se la loro attività e i loro interventi possano essere riorientati ovvero ridefiniti nell’ottica dell’art. 37 del Codice del terzo settore.

In questa prospettiva, ma anche ovviamente progettando la costituzione ex novo di fondazioni e associazioni filantropici, i territori e le comunità locali potranno valutare se tali forme giuridiche non possano risultare funzionali alla programmazione, organizzazione e gestione dei progetti riguardanti le persone con disabilità. In questo senso, coniugando le opportunità offerte dal Codice del terzo settore con le previsioni della legge n. 112 del 2016 (Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare).

Da ultimo, preme evidenziare che, al pari di qualsiasi altra forma giuridica di diritto privato disciplinata dal Codice del terzo settore, gli enti filantropici potranno valutare se e quando adottare la veste di impresa sociale.