Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 30/04/2018

Gli Statuti delle Fondazioni nel Codice del Terzo Settore – d. lgs. n. 117/2017

Ai sensi e per gli effetti del d. lgs. n. 117/2017 (“Codice del terzo settore), gli statuti delle fondazioni devono indicare la/le finalità che l’ente intende perseguire e, obbligatoriamente, le attività di interesse generale che intende svolgere, da selezionare tra quelle indicate nell’art. 5 del Codice medesimo.

L’individuazione della/delle finalità che la fondazione intende perseguire e delle attività concrete che l’organizzazione intende svolgere per conseguire quelle finalità emerge quale scelta essenziale per:

-) segnalare il “posizionamento” dell’organizzazione nell’ambito dei servizi erogabili in un territorio dato;

-) comunicare il livello di “affidabilità”, in specie patrimoniale, nel caso specifico delle fondazioni;

-) tutelare quanti operano all’interno dell’organizzazione (membri degli organi di governo, dipendenti, collaboratori).

Il “posizionamento” dell’organizzazione risulta vieppiù importante in un contesto di servizi (quelli socio-sanitari), in cui il metodo di programmazione (piano di zona) tende a favorire, da un lato, l’individuazione degli attori capaci di intervento sul territorio e, dall’altro, di valorizzare quanti di essi sono in grado di erogare “determinati” servizi, in luogo di altri.

Il livello di affidabilità, oggi più che in passato, è anche sostenuto dalla capacità delle singole organizzazioni non profit di prevedere regole e comportamenti etici coerenti con il conseguimento di quello scopo specifico. In questo senso, devono leggersi le disposizioni contenute nella Riforma del terzo settore relative alla redazione del bilancio sociale o di altri strumenti similari di rendicontazione o, ancora, circa l’adozione di codici etici di comportamento ovvero di regolamenti di organizzazione in cui si esplicitano le modalità di coinvolgimento degli utenti e/o dei lavoratori.

Speciale attenzione merita il momento genetico delle fondazioni: mentre ai sensi del d.p.r. n. 361/2001, è demandato alla Regione ovvero alla Prefettura stabilire il quantum minimo di patrimonio ritenuto congruo per concedere il riconoscimento della personalità giuridica, quest’ultima, ai sensi del Codice del Terzo settore, si ottiene con l’iscrizione al registro unico degli enti del terzo settore, che consegue alla dimostrazione di possedere un patrimonio pari a € 30.000.

Altro importante fattore strategico nelle fondazioni è rappresentato dalla governance interna: quest’ultima, nel corso degli ultimi decenni, non attiene più al solo consiglio di amministrazione, ma anche a quegli organi interni che coadiuvano il CdA nell’espletamento delle proprie funzioni, quali, per esempio, l’organo di revisione contabile e l’Organismo di Vigilanza nominato ex “modello 231”.

Ovviamente, la governance sarà più complessa in presenza delle fondazioni di partecipazione: accanto agli organi sopra menzionati, nel caso di specie, si devono aggiungere, tra gli altri, l’assemblea dei soci fondatori e dei partecipanti e un comitato di indirizzo generale.

Le fondazioni, come è noto, possono assumere dipendenti e collaboratori, individuare figure apicali, quali, per esempio, il segretario generale ovvero un direttore coordinatore delle attività, cui affidare il management dell’organizzazione non profit.

Un’altra previsione che, sebbene non richiesta quale obbligatoria né dal Libro I del codice civile né dal Codice del terzo settore, potrebbe essere opportuno inserire negli statuti di nuovo “conio” è quella relativa alla partecipazione o meno della fondazione a procedure pubbliche di affidamento di servizi.  Si ritiene che siffatta disposizione statutaria possa rappresentare una ulteriore garanzia di trasparenza dell’azione delle fondazioni per quanti entrano in contatto con le medesime: in quest’ottica, lo statuto esplicita che l’ente di terzo settore “vive” non soltanto grazie a sponsorizzazioni, donazioni, raccolte fondi, ma, in linea generale, può prendere parte a procedure ad evidenza pubblica, a forme di co-progettazione con la P.A. et similia. La collaborazione con gli enti pubblici, specie locali e aziende sanitarie, può invero assumere un vantaggio competitivo per l’azione della fondazione interessata: essa può diventare un partner affidabile per l’organizzazione, la realizzazione e la successiva, eventuale, gestione di servizi di interesse generale.

In ultima analisi, lo statuto acquista una importanza “strategica” nella definizione dei rapporti interni ed esterni, coadiuvato e integrato da altri strumenti (regolamento di organizzazione, documento sulla responsabilità amministrativa, regolamento del personale dipendente). Ciascuno è in grado di comprendere che uno statuto “fatto bene” non impedisce che talune situazioni negative possano verificarsi lungo il cammino. Tuttavia, la condivisione iniziale di quanti contribuiscono a definirne l’architettura generale, da richiamare nel corso dei diversi momenti istituzionali della vita fondazionale, possono contribuire a dare alla fondazione certezza giuridica e solidità nel perseguimento delle proprie finalità di pubblica utilità.