Interessi protetti - Interessi protetti -  Francesca Zanasi - 27/04/2018

Guida alla qualificazione degli eredi e alla corretta interpretazione del testamento

Erede legittimo e legittimario: categorie a confronto.
Il Legislatore italiano ha previsto due particolari categorie di eredi “necessari”, distinte in base alla presenza o meno di un testamento del de cuius, prescrivendo che a questi spettino ex lege delle specifiche quote ereditarie determinate in base agli artt. 566 ss. c.c.
La prima di queste categorie è quella degli eredi c.d. legittimi. In base all’art. 565 c.c., si definiscono tali quei soggetti chiamati all’eredità quando manchi – in tutto o in parte – un valido testamento. Tra gli eredi legittimi sono ricompresi il coniuge, i discendenti, gli ascendenti, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato. Questi soggetti sono definiti eredi “legittimi” in quanto designati direttamente dalla legge, e succedono in caso di assenza – o invalidità del testamento in base ad un principio di gradualità le cui condizioni possono essere così brevemente riassunte (1):
- il parente più prossimo esclude quello più remoto in linea ascendente;
- i parenti di pari grado concorrono all’eredità in quote identiche.
Gli eredi legittimi sono distinti dai c.d. legittimari, particolare tipologia di eredi che viene in rilievo nell’ipotesi in cui il de cuius abbia redatto il proprio testamento. L’art. 536 c.c. individua nei legittimari quelle “persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione”, individuandoli nel coniuge, nei figli e negli ascendenti.

(1) Sulla base degli articoli di legge contenuti nel Capo I del Titolo II del Libro II del codice civile.

I legittimari, tra successione necessaria e disposizioni testamentarie.
La figura del legittimario è particolarmente rilevante nel rapporto tra successione testamentaria e norme di legge. Infatti, nel tratteggiare all’art. 457 c.c. il generale principio della prevalenza della successione testamentaria, il Legislatore stabilisce uno specifico limite costituito dall’impregiudicabilità dei diritti in capo ai legittimari. Si parla dunque di successione necessaria, in quanto la legge, pur rimarcando una certa preminenza della volontà negoziale del singolo, assicura agli eredi legittimari una protezione che rende invalida qualunque disposizioneinter vivos, come nell’ipotesi di una donazione effettuata in vita del testatore, o mortis causa, cioè prescritta nel testamento – lesiva della quota di legittima.
L’assunzione della qualità di erede in capo al legittimario escluso dal testamento non è però automatica: l’erede, in qualità di legittimato attivo, deve prima esperire (con successo) una azione di riduzione, tesa a ricostruire l’asse ereditario in modo da ottenere la soddisfazione della propria quota di legittima.

Applicazioni pratiche.
In sede di esegesi testamentaria, un’interessante questione tecnico-giuridica è rappresentata dalla determinazione delle regole per la corretta qualificazione degli eredi nominati dal de cuius. Se il testatore nomina un legittimario istituendolo erede per la quota a lui destinata per legge, si tratta di vocazione testamentaria o vocazione legittima?
Si dia un’ipotesi classica, in cui il defunto ha nominato nel proprio testamento il proprio figlio (legittimario) come erede “per la propria quota di legittima al momento dell’apertura della successione”, destinando il resto della propria eredità ad altri soggetti.
Dottrina e giurisprudenza sono ormai granitiche nell’affermare, nei limiti delle quote di riserva in capo ai legittimari, la prevalenza della successione testamentaria, in particolare basandosi sul disposto dell’art. 457 c.c.. In particolare, la giurisprudenza ha determinato il verificarsi di un assorbimento della vocazione necessaria in quella testamentaria. Il defunto padre che nomini il proprio figlio nel testamento riservandogli la quota di legittima opera un rinvio sostanziale alla disciplina codicistica esclusivamente per una precisa attribuzione delle quote (procedendo alla c.d. riunione fittizia che si traduce in un’operazione contabile con cui si valuta l’entità del patrimonio del defunto ex art. 556 c.c.), non rilevando l’elemento volitivo del testatore (2).
L’importanza della distinzione è più rilevante di quanto si possa pensare: in presenza di un testamento come quello descritto nell’esempio, in cui vengano istituiti eredi soggetti estranei alla categoria dei legittimari, una corretta qualificazione è utile per evitare problematiche sulle quote spettanti a ciascun soggetto.

(2) Si vedano, in particolare, Cass. civ., sentt. 12.6.1957, n. 2208; 9.1.1967, n. 92.

Conclusioni.
In definitiva, è opportuno per il testatore accorto redigere le proprie ultime volontà tenendo conto della disciplina codicistica e dei limiti imposti alla propria autodeterminazione. La primazia della libertà di testare, come abbiamo visto, non pregiudica particolari categorie di soggetti: è d’uopo quindi, pur trattandosi di successione testamentaria, rifarsi alle regole della successione necessaria per la determinazione delle quote ed evitare di incorrere in potenziali difficoltà interpretative.