Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Maria Beatrice Maranò - 10/11/2017

I figli maggiorenni: dovere di mantenimento e limiti.

Il mantenimento dei figli maggiorenni nella società nella quale ci troviamo a vivere, in cui spesso alberga una gioventù lassista, portato e risultato di una generazione di genitori che spesso ha lasciato correre pronunciando più “ sì”, che “no”, è un tema di pregnante attualità e, sotto il profilo giuridico, avendo molte implicazioni sul piano pratico, tiene impegnate le Corti, chiamate a stabilire, caso per caso, i limiti e le condizioni di un obbligo che trova fondamento in un preciso quadro normativo ma che non dura in eterno. Il dovere al mantenimento dei figli maggiorenni è sancito, in primis, dall'art. 30 della Costituzione e dagli art. 147 e ss. c.c. che impongono ad ambedue i genitori l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole, tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo, non prevedendo alcuna cessazione , ipso facto, per via del raggiungimento della maggiore età. L'obbligo è stato rafforzato dalla novella della legge n. 54/2006 che all'art. 155-quinquies ha stabilito che "il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico". Non si tratta, tuttavia, di un obbligo protratto all'infinito, ma dalla "durata mutevole" da valutare caso per caso (Trib. Novara n. 238/2011 ), essendo soggetto al parametro generale del raggiungimento di un'autosufficienza economica tale da consentire al soggetto di provvedere autonomamente alle proprie esigenze di vita. In base a quanto previsto dal legislatore, l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne, analogamente all'obbligazione in genere gravante, solidalmente, su entrambi i genitori nei confronti della prole, ha un contenuto ampio, e comprende sia le spese ordinarie della vita quotidiana, come il vitto e l’abbigliamento, sia quelle relative all'istruzione e finanche quelle per lo svago e le vacanze. L'art. 155 c.c. statuisce, inoltre, che in caso di separazioni o divorzio, per la determinazione dell'assegno di mantenimento occorre fare riferimento al tenore di vita goduto dai figli in costanza di convivenza con entrambi i genitori, ai tempi di permanenza presso ciascun genitore, alle risorse economiche di entrambi e alle "esigenze attuali del figlio". La Cassazione con sentenza n. 8927/2012 , (in De jure Giuffrè), ha sancito che le stesse mutano in ragione del semplice trascorrere del tempo e giustificano un adeguamento automatico dell'assegno, senza bisogno di specifica dimostrazione. Per ciò che attiene al al quantum, rilevano inoltre i principi sanciti dalla S.C., con sentenza n. 22255/2007,(in De jure Giuffrè) la quale ha statuito che l'assegno va adeguato, oltre che alla differenza di reddito dei due coniugi separati o divorziati, anche al reddito percepito dai figli come corrispettivo dell'attività lavorativa svolta, aumentando o diminuendo in base al grado di autonomia conseguito dagli stessi. La giurisprudenza ha più volte definito i limiti del concetto di indipendenza del figlio maggiorenne, statuendo che non qualsiasi impiego o reddito (prendiamo l’ipotesi del lavoro precario) fa venir meno l'obbligo del mantenimento (Cass. n. 18/2011 , in De jure Giuffrè), sebbene non sia necessario un lavoro stabile, essendo sufficienti un reddito o il possesso di un patrimonio tali da garantire un'autosufficienza economica (Cass. n. 27377/2013, in De jure Giuffrè). È pacifico che, affinché venga meno l'obbligo del mantenimento, lo status di indipendenza economica del figlio può considerarsi raggiunto in presenza di un impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità e un'appropriata collocazione nel contesto economico-sociale di riferimento, adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni (v. Cass. n. 4765/2002; n. 21773/2008; n. 14123/2011; n. 1773/2012, in De jure Giuffrè). In merito, è orientamento uniforme quello per cui la coltivazione delle aspirazioni del figlio maggiorenne che voglia intraprendere un percorso di studi per il raggiungimento di una migliore posizione economica non faccia venir meno il dovere al mantenimento da parte del genitore (Cass. n. 1779/2013, in De jure Giuffrè). È esclusa, invece, dalla Cassazione l'attribuzione del beneficio ricondotta a "perdita di chance" perché una tale interpretazione a parere della Cassazione travisa l’istituto del mantenimento che è destinato a cessare una volta raggiunto uno status di autosufficienza economica con la percezione di "un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato" (Cass. n. 20137/2013, in De jure Giuffrè). Per indirizzo costante e unanime della giurisprudenza e della dottrina, l'obbligo perdura sino a quando il mancato raggiungimento dell'autosufficienza economica, non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio. Per cui, è configurabile l'esonero dalla corresponsione dell'assegno, laddove, posto in concreto nelle condizioni di raggiungere l'autonomia economica dai genitori, il figlio maggiorenne abbia opposto rifiuto ingiustificato alle opportunità di lavoro offerte (Cass. n. 4765/2002; n. 1830/2011; n. 7970/2013, Cass., sent. n. 2858/2016 e ord. 7168/2016, in De jure Giuffrè), ovvero abbia dimostrato colpevole inerzia prorogando il percorso di studi senza alcun rendimento (nella fattispecie la Corte, con sentenza n. 1585/2014, ha escluso il diritto al mantenimento del figlio ventottenne che aveva iniziato ad espletare attività lavorativa, ancorché saltuaria, e "non frequentava con profitto il corso di laurea a cui risultava formalmente iscritto da più di 8 anni"), oppure semplice negligenza e disinteresse a proseguire negli studi, come indicato in Cass., sent. 1858/2016( in De jure Giuffrè). In particolare nel caso portato all'attenzione di questa sentenza nella prima sezione civile, una mamma chiedeva la revoca dell'assegno di mantenimento di 400 euro al mese da corrispondere ai figli conviventi con il padre. La sua richiesta veniva accolta dalla corte d'appello che revocava il contributo, ma l'ex marito adita la Cassazione per sentir affermare le sue ragioni, si vedeva respinto il ricorso. Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne, spiegano infatti i giudici della Suprema Corte, "cessa ove il genitore onerato dia prova che il figlio abbia raggiunto l'autosufficienza economica pure quando il genitore provi che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita". Nel caso de quo i genitori avevano dato ad entrambi i figli l'opportunità di proseguire gli studi e frequentare l'università, ma nessuno dei due ha saputo trarne profitto, non dando prova di brillanti risultati visto che uno era iscritto al terzo anno di scienze biologiche e aveva superato soltanto 4 esami, l'altro era al quarto anno fuori corso in beni culturali e aveva sostenuto meno della metà degli esami complessivi. Diverso è il caso del figlio che, pur percependo un reddito da lavoro, stia completando la propria formazione (Cass., sent. n. 8714/2008, in De jure Giuffrè), oppure se svolge un lavoro precario e limitato nel tempo (sent. n. 8227/2009, in De jure Giuffrè), ad esempio saltuario o "a chiamata, oppure sia in rapporto di apprendistato (sent. n. 407/2007, in De jure Giuffrè) che va distinto dal lavoro subordinato sotto vari profili, compreso quello retributivo: inj questo caso il mantenimento calibrato è dovuto. Stessa conclusione si è ritenuta raggiunta in caso di svolgimento, da parte del figlio maggiorenne, di un lavoro non qualificato rispetto al titolo di studio conseguito(ad esempio lavorare come cameriere in attesa di conseguire il titolo lavorativo legato ai suoi studi) oppure se questi sia titolare di una borsa di studio correlata a un dottorato di ricerca, trattandosi di introito modesto e temporaneo (sent. n. 2171/2012, in De jure Giuffrè). Ancora, persiste l'obbligo di mantenimento dei confronti del figlio studente che scelga di proseguire gli studi, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni, purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori (Cass. ord. 10207/2017, in De jure Giuffrè). Interessante è il caso della Corte d'Appello di Trieste che, con il decreto 173/2017, ha ridotto il mensile spettante alla figlia fuori corso all'università a causa della sua "inerzia nella maturazione" dell'autosufficienza economica. In quest'ultimo caso, il mantenimento è stato ridimensionato (e non abolito del tutto) per sollecitare l'impegno della ragazza e dimostrare una volontà volta all’impegno e alla responsabilizzazione. La figlia che rinuncia al posto fisso, ed è poi, costretta ad "accontentarsi" di un contratto a termine, non ha diritto a mantenimento alcuno: così la Cassazione,(ordinanza n. 6509/2017), che ha confermato pronuncia di merito, che argomentava escludendo qualunque mantenimento perchè la figlia non solo era di età da escludere di per sé ogni ipotesi di mantenimento, ma risultava, inoltre, che sulla base delle dichiarazioni rese dalla madre, avesse "lasciato il lavoro, da ritenersi a tempo indeterminato, per lavorare come magazziniera a tempo determinato". Per la sesta sezione civile, ha ragione la corte di merito, che, "dopo avere considerato l'età in sé della figlia" ha argomentato in ogni caso rilevando che la stessa aveva "lasciato il precedente lavoro a tempo indeterminato, per trovare poi un'occupazione a tempo determinato". Pertanto una volta venuti meno i presupposti del mantenimento, a seguito del raggiungimento della piena autosufficienza economica del figlio maggiorenne, "la sopravvenienza di circostanze ulteriori che determinano l'effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico" non può far risorgere l'obbligo "potendo sussistere al massimo, in capo ai genitori, un obbligo alimentare" (Cass. n. 2171/2012; n. 5174/2012; n. 1585/2014, in De jure Giuffrè). Non rileva, invece, per la cessazione dell'obbligo di mantenimento, il mero conseguimento di un titolo di studio universitario né la costituzione di un nucleo familiare da parte del figlio maggiorenne, a meno che non si tratti "di una nuova entità familiare autonoma e finanziariamente indipendente" (Cass. n. 1830/2011 in De jure Giuffrè). Ai fini dell'esenzione dall'obbligo di mantenimento è necessario un provvedimento del giudice (Cass. n. 13184/2011 in De jure Giuffrè; Trib. Modena 23.2.2011, ). L'assegno di mantenimento a carico del genitore va ridotto se il figlio, divenuto maggiorenne, ha completato un percorso formativo in una scuola professionale ed è dunque idoneo a svolgere un'attività lavorativa: in tal senso cfr la sesta sezione civile, della Suprema Corte nell'ordinanza n. 7168/2016 . Il fatto traeva origine da una cessazione degli effetti civili del matrimonio in conseguenza della quale il figlio minore era stato affidato ad entrambi i genitori con residenza presso la madre, assegnataria della casa coniugale, e a carico del marito era stato posto un assegno mensile di 1.500 euro, destinato al mantenimento dei figlio, oltre al 50% delle sue spese straordinarie, nonché un assegno divorzile di 800 euro mensili. La Corte d'Appello, accogliendo parzialmente il gravame dell'uomo, aveva rideterminato l'assegno divorzile in 600 euro e in 1.000 il contributo in favore del figlio. In Cassazione aveva fatto ricorso il padre contestando che il figlio, divenuto maggiorenne, avesse ultimato una scuola per intagliatore di legno ed era quindi in grado di svolgere attività presso qualche laboratorio artigiano, e pertanto evidenziava che l’assegno come rideterminato dalla Corte territoriale, rimaneva eccessivamente oneroso. Si tratta di una doglianza fondata secondo i giudici del Collegio, i quali evidenziano che secondo la giurisprudenza di legittimità, l'obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli maggiorenni, secondo le regole dettate dagli artt. 147 e 148 c.c., cessa a seguito del raggiungimento, da parte di questi ultimi, di una condizione di indipendenza economica che si verifica con la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, ovvero quando il figlio, divenuto maggiorenne, è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta.Nonostante l' obbligo di mantenimento non sia correlato a uno specifico limite d'età, parte della giurisprudenza di merito ha individuato una soglia d'età oltre la quale lo stato di disoccupazione o non autosufficienza economica del figlio deve ritenersi ingiustificato, in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee, in materia; Tuttavia la giurisprudenza di merito non è uniforme su questo punto. A sancirlo in maniera espressa è la nona sezione civile del tribunale di Milano (Trib. Milano, sent. 29/3/2016;) che pronunciandosi sulla domanda di separazione di due anziani coniugi ha negato in radice il mantenimento per il figlio ormai quarantunenne. Con il superamento di una certa età, si legge infatti nel provvedimento, "il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma che lo rende, semmai, meritevole dei diritti ex art. 433 c.c. ma non può più essere trattato come 'figlio', bensì come adulto”; Si legge in sentenza: “l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione" (cfr. Cass. n. 18076/2014; Cass. SS.UU. n. 20448/2014, in in De jure Giuffrè). Tale obbligo, scrive il giudice milanese, "in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee" non può protrarsi dunque "oltre la soglia dei 34 anni", età a partire dalla quale "lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso possa, semmai, avanzare le pretese riconosciute all'adulto". Ne consegue, che la valutazione delle circostanze che giustificano la ricorrenza o il permanere dell'obbligo dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni, conviventi o meno ch'essi siano con i genitori o con uno di essi, va effettuata "in guisa da escludere che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe, com'è stato evidenziato in dottrina, in "forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani”. Altro caso è quello potato all’attenzione del Tribunale di Napoli, sent. 3545/2017, che ha negato il mantenimento al quarantenne che aveva continuato a ricevere esborsi dal padre senza far nulla per rendersi autonomo. Sotto il profilo probatorio, in ogni caso per ottenere la diminuzione o l’elisione del mantenimento, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, spetta al genitore che chiede di essere esonerato dall'obbligazione ex lege, fornire "la prova che il figlio è divenuto autosufficiente, ovvero che il mancato svolgimento di attività lavorativa sia a quest'ultimo imputabile (Cass. n. 2289/2001; n. 11828/2009, in De jure Giuffrè). Infine una questione controversa in dottrina e in giurisprudenza è quella inerente il soggetto legittimato a far valere in giudizio il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento, considerato che l'art. 155-quinquies c.c. dispone il versamento dell'assegno "all'avente diritto". Oltre al favor della Cassazione (Cass. n. 18844/2007; n. 23590/2010, in De jure Giuffrè) riguardo all'intervento del figlio maggiorenne ma non autonomo nel giudizio (di separazione o divorzio) pendente tra i propri genitori al fine di far valere il proprio diritto al mantenimento (realizzando così un "simultaneus processus"), sia in vigenza del regime precedente che di quello attuale, l'orientamento maggioritario ritiene "tuttora sussistente la legittimazione del coniuge convivente ("concorrente" o "straordinaria") ad agire iure proprio nei confronti dell'altro genitore, in assenza di un'autonoma richiesta da parte del figlio" per richiedere il versamento dell'assegno (Cass. n. 9238/1996; n. 11320/2005; n. 359/2014; n. 921/2014; n. 1805/2014, in De jure Giuffrè).