Danni - Danni -  Emanuela Foligno - 30/11/2018

I pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale sono risarcibili

CASS.  CIV. SEZ III, N. 19151 del 19 luglio 2018

Con questa interessante pronunzia la Suprema Corte spiega quali pregiudizi non derivanti da valutazione medico-legale siano risarcibili.

La vicenda, che riguarda la nascita indesiderata di una bambina down, è stata trattata dal Tribunale di Camerino che giudicava responsabile il medico ginecologo e la struttura sanitaria condannandoli al risarcimento del danno morale, biologico e patrimoniale.  

Nei fatti il Ginecologo si rifiutava di svolgere gli esami e i test prenatali sulla gravida a causa dell’intervento di cerchiaggio dell’utero cui la stessa si era sottoposta agli inizi della gestazione.  Per tale ragione il Ginecologo sconsigliava alla donna ogni ulteriore pratica invasiva sul feto.

Il Medico e la struttura ospedaliera impugnavano la sentenza in Appello e la donna svolgeva appello incidentale.

La Corte d’Appello, dapprima con sentenza non definitiva confermava quanto deciso dai Giudici di primo grado in merito alla responsabilità del Ginecologo e dell’Ospedale e con sentenza definitiva del gennaio 2016 che decideva solo sul quantum debeatur, accertava in misura minore rispetto al Tribunale di primo grado sia il danno biologico che il danno patrimoniale conseguente alla omessa effettuazione dei test diagnostici richiesti dalla donna durante la gravidanza al proprio Ginecologo.

La Corte d’Appello di Ancona negava la sussistenza del danno morale che, invece, era stato riconosciuto in primo grado come ulteriore voce di danno alla persona, ritenendolo assorbito nel danno biologico di tipo psichico permanente riconosciuto alla donna nella misura del 20% dal Consulente Medico Legale nominato dal Tribunale.

La Corte liquidava alla madre solo 1/3 del danno biologico di tipo psichico accertato nella misura del 20%  in quanto riteneva gli altri 2/3 del danno biologico derivanti da cause diverse da quelle dello “stress da nascita indesiderata”. 

Eguale percorso argomentativo seguiva la Corte nella liquidazione del danno patrimoniale che veniva riconosciuto alla donna nella misura di 1/3.

La donna ricorre in Cassazione adducendo errata determinazione del risarcimento del danno, incidentalmente ricorre anche il Ginecologo adducendo errata attribuzione della responsabilità per mancato assolvimento dell’onere della prova dell’intento abortivo della donna e omessa pronuncia di manleva nei confronti dell’assicurazione dallo stesso chiamata in giudizio.

Gli Ermellini, riguardo la errata attribuzione di responsabilità lamentata dal Ginecologo,   richiamano il principio reso dalle Sezioni Unite sulla responsabilità medica da nascita indesiderata il quale recita che “ il genitore che agisce per il risarcimento del danno deve provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza qualora fosse stata informata dell’anomalia del feto, mentre sul Medico grava la prova contraria che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale”, e considerano assolto da parte della donna l’onere probatorio.

La doglianza della donna attinente al mancato riconoscimento degli aspetti esistenziali che andavano liquidati in via autonoma, oltre al danno biologico, viene considerata infondata.

Sul punto gli Ermellini ritengono corretta l’applicazione da parte della Corte territoriale dei principi cristallizzati dalla celeberrima pronunzia delle Sezioni Unite del 2008 sul danno esistenziale.

Ovverosia, “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti il Giudice deve valutare sia l’aspetto interiore del danno (danno morale) sia le conseguenze peggiorative dello stesso che si riflettono nella vita quotidiana”.

Ed aggiungono che oggetto dell’accertamento e della quantificazione del risarcimento è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, che si può connotare di entrambi gli aspetti essenziali, costituenti danni diversi e autonomamente risarcibili ma solo se provati caso per caso con tutti i mezzi di prova.

Costituisce pertanto una duplicazione risarcitoria riconoscere congiuntamente il danno biologico e il danno dinamico-relazionale perché l’aspetto dinamico-relazionale attiene a pregiudizi già espressi nella percentuale di invalidità del danno biologico.

Non è una duplicazione, invece, attribuire congiuntamente il danno biologico e una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale perché non hanno base organica e sono estranei alla determinazione medico-legale del grado di percentuale di invalidità permanente.

Quindi nel caso in cui sia dedotta e provata l’esistenza di uno di tali pregiudizi disancorati dalla valutazione medico-legale, essi dovranno essere separatamente valutati e liquidati. (Cass. sez. III, Ordinanza 7513/2018).

Relativamente alla liquidazione del danno biologico nella misura di 1/3, frutto di una scomposizione del danno in tre parti fatta dalla Corte d’Appello, la Suprema Corte osserva che il danno psichico è per sua natura soggettivo ed assume differenti dimensioni a seconda del soggetto su cui incide. Il danno del 20% accertato dal C.T.U. in corso di causa è il danno attribuito alla donna esaminata. Senz’altro su altri soggetti il danno psichico, anche se di eguale derivazione da nascita indesiderata, potrebbe sortire valutazioni medico-legali differenti.

Per tale ragione è privo di logica scomporre o frazionare la responsabilità dell’autore del danno   con conseguente ridimensionamento del risarcimento.

Ai fini della configurabilità del nesso causale tra un fatto illecito e un danno di natura psichica non è necessario che il danno psichico si prospetti come conseguenza inequivoca dell’evento traumatico ma è sufficiente che la derivazione causale del primo al secondo possa affermarsi in base a un criterio di elevata probabilità e che non sussista l’intervento di un fattore successivo idoneo a disconnettere la sequenza causale.

In definitiva, il danno accertato in giudizio della donna è la misura del danno della stessa e non una misura standardizzata per il danno psichico e quindi la Corte d’Appello doveva attenersi, senza scomporre, basandosi su con-cause concomitanti o successive, che sono risultate prive di incidenza sul danno stesso, a liquidare il danno accertato nella sua interezza.

Anche nella liquidazione del danno patrimoniale la Corte territoriale ha scomposto in tre parti il danno e, a parere dei Supremi Giudici, anche qui senza ragionevoli motivazioni e senza logica.

 Il danno patrimoniale è riconducibile alla nascita indesiderata e quindi involge tutta la vita della donna atteso che dovrà occuparsi per tutta la vita di un figlio diversamente abile. Ne consegue che una “scomposizione” è totalmente priva di logica.