Danni - Generalità, varie -  Redazione P&D - 12/07/2017

I punitive damages come sanzioni parapenali - Marta Cattarossi

Con la sentenza n. 16601, depositata il 5 luglio 2017, le Sezioni Unite civili, in seguito all’ordinanza di rimessione n. 9978/16 della Prima sezione, si sono pronunciate sul ricorso promosso avverso la sentenza della Corte d’Appello di Venezia del 3 gennaio 2014 che aveva affermato la delibabilità nell’ordinamento interno di tre sentenze statunitensi.

In riferimento a tali provvedimenti stranieri si riapre la questione circa la compatibilità con i principi del nostro sistema dell’istituto civilistico dei punitive damages, ossia di quelle misure afflittive che, negli ordinamenti di common law, si affiancano ai compensatory damages e che vengono comminate da una giuria al fine di sanzionare il danneggiante che, agendo con dolo o colpa grave, abbia commesso un’offesa particolarmente riprovevole: l’ammontare del risarcimento oltrepassa quello dei danni effettivamente patiti dal danneggiato allo scopo non già di compensare il soggetto leso, bensì di sanzionare la condotta illecita. Proprio in ragione del carattere parapenale di questi rimedi ultracompensativi, i giudici nazionali si sono sempre dimostrati diffidenti all’ingresso dell’istituto nell’ordinamento interno.

L’orientamento fino ad oggi dominante della nostra giurisprudenza sanciva l’estraneità alla responsabilità civile di qualsiasi finalità punitiva, stante la sua funzione esclusivamente riparatoria. Diverse pronunce di legittimità e di merito, infatti, avevano ribadito il carattere unicamente ripristinatorio del risarcimento del danno ritenendo, invece, che gli strumenti sanzionatori rientrassero nel “monopolio penale dello Stato”. Ne discendeva, pertanto, l’irriconoscibilità nel nostro ordinamento delle sentenze straniere comminatorie di risarcimenti punitivi per contrasto con l’ordine pubblico interno di tutte le condanne civili non riparatorie.

Con la citata sentenza, il Supremo Collegio compie un’inversione di tendenza: prendendo atto della progressiva evoluzione che ha subito la responsabilità civile, afferma che ad essa “non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile”. A conferma della molteplicità di funzioni che connotano il rimedio aquiliano, la pronuncia in oggetto passa in rassegna un elenco di misure lato sensu sanzionatorie già menzionate nell’ordinanza n. 9987/16 tra cui anche le innovative sanzioni pecuniarie di cui al d.lgs. n. 7 del 2016 che ha abrogato una serie di fattispecie delittuose con la contestuale creazione di altrettanti illeciti civili sanzionati, oltre che con il risarcimento del danno, con una sanzione punitiva aggiuntiva nel caso in cui i fatti siano commessi con dolo. Alla luce dell’introduzione, nel formante legislativo, di queste diverse figure rimediali, di natura formalmente civile ma sostanzialmente afflittiva, viene superata la concezione meramente compensativa della responsabilità civile rimuovendo così l’ostacolo, fino ad ora insormontabile, alla delibazione delle condanne straniere al pagamento di punitive damages.

Il Giudice di legittimità conclude che “non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi” precisando, tuttavia, che ogni prestazione sanzionatoria necessita di un ancoraggio normativo in virtù dei principi di cui agli artt. 23 e 25, comma 2, Cost. che pongono un limite invalicabile al soggettivismo giudiziario: così come “ogni prestazione patrimoniale di carattere sanzionatorio o deterrente non può essere imposta dal giudice italiano senza espressa previsione normativa, similmente dovrà essere richiesto per ogni pronuncia straniera”. Pertanto, principi come quello di legalità e di tipicità, costituzionalizzato solo in riferimento alla sanzione penale, debbono essere estesi anche a tutti quei risarcimenti con valenza sanzionatoria previsti da sentenze estere di cui si richiede il riconoscimento in Italia: ai fini della delibazione di queste ultime “ne discende che dovrà esservi precisa perimetrazione della fattispecie (tipicità) e puntualizzazione dei limiti quantitativi delle condanne irrogabili (prevedibilità)”.

Viene così a sgretolarsi il principio di netta separazione tra diritto civile e diritto penale che caratterizza la nostra tradizione giuridica e alla funzione precipuamente ripristinatoria del risarcimento civilistico si affianca ora quella punitivo-deterrente tipica della sanzione penale.

L’accoglimento di una nozione polifunzionale della responsabilità civile, che si proietta anche verso un’area sanzionatoria e dissuasiva, apre le porte a un nuovo scenario che potrebbe fungere da stimolo per il legislatore a proseguire un percorso, già intrapreso con la depenalizzazione del 2016, nella ricerca di misure afflittive alternative alla pena in un’ottica di deflazione del sistema penale.