Deboli, svantaggiati  -  Paolo Cendon  -  03/12/2022

I soggetti fragili e il burocratese

Le questioni generali da affrontare, quando si parla di persone "fragili", non sono in effetti di poco conto. Così anzitutto a proposito degli ostacoli che s'incontrano sul terreno del linguaggio.

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  Non si tratta soltanto delle difficoltà di intrattenere un dialogo con provincie - del sapere o dell'esperienza - dalle quali lo studioso del diritto può, ai giorni nostri, sempre meno prescindere: lemmi del psichiatrese, del biologhese, dell'economichese, del sociologhese, etc. Ancor meno facile, soprattutto per il civilista, è trovarsi a proprio agio nei rapporti (inevitabili d'altro canto, per chi si occupi di sfortuna e di devianza) con il lessico di certe leggi regionali.

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  Il riscontro - mettiamo - di sostantivi come "standard", "verifiche", "parametri", "training"; e magari "gradualità", "emarginazione", "disadattamento sociale". Verbi allusivi o suadenti quali "stimolare", "partecipare", "programmare", "coordinare", "privilegiare". Avverbi esitanti, formule piene di riserve e chiaroscuri, come "al massimo", "eventualmente", "il più possibile", "prevalentemente", "di ogni tipo", "pur nella specificità delle misure terapeutiche".

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  Oppure espressioni (rivelatrici circa il pedigree scolastico di certi funzionari regionali) quali "bacino di utenza della struttura", "ridotto livello di autonomia relazionale", "apporto di qualificate competenze", "forme alternative di intervento", "adeguate soluzioni residenziali a livello territoriale", "formazione di una coscienza sanitaria".

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  Talora stilemi ancor più criptici, che mai ci si aspetterebbe di rinvenire in un testo normativo. Le strutture, ad esempio, come sono? "Alternative in funzione deistituzionalizzante". Di cosa occorre sempre tener conto? Dei "bisogni reali del territorio di pertinenza". Cosa va invece combattuto? "Ogni forma di discriminazione e segregazione". Gli interventi come dovrebbero essere? "Multidisciplinari" nonché tali da "agire sui bisogni socio-psicologici della comunità".

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  E così di seguito. Cosa sarà bene evitare? "Frammentarietà e deficienze di azione".

E gli schemi di lavoro? Meglio quelli "programmati, in modo coordinato ed articolato secondo le necessità della collettività e degli assistiti".

La Commissione invece? "Ha il compito di formulare proposte intese alla realizzazione degli interventi [psichiatrici] a carattere globale, alla definizione dei relativi ambiti e fabbisogni di personale e strutture, nonché alla vigilanza e coordinamento sulla relazione e funzionamento dei servizi [psichiatrici]".

 

 




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