Diritto, procedura, esecuzione penale - Ordinamento penitenziario -  Mario Iannucci - 08/06/2019

I suicidi dei poliziotti penitenziari - Gemma Brandi e Mario Iannucci

Secondo Ristretti Orizzonti, dal 1997 ad oggi sono 144 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita (12 suicidi all’anno di media). Tre si sono suicidati dall’inizio del 2019. Il loro numero è di certo minore rispetto a quello dei suicidi dei detenuti: 1.063 solo dal 2000 ad oggi. Considerando comunque che i poliziotti penitenziari sono 46.411 e che, almeno rifacendosi ai dati del 2015, in Italia si suicidano in un anno 6,5 persone ogni 100.000 (3,0 ogni 46.411), risulta chiaramente che, fra i poliziotti penitenziari, il tasso dei suicidi è quattro volte superiore rispetto alla media della popolazione generale.
    Questa macroscopica sproporzione non può e non deve sfuggire. Non sfugge al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e nemmeno ai Sindacati di Pol. Pen., che da anni si interrogano sulle cause e cercano rimedi. Le cause, in genere, vengono individuate nell’evidente stress connesso al difficile e peculiare lavoro, al sovraffollamento delle carceri, alla cronica carenza di organico del Corpo (che oscilla fra il 10 e il 20% rispetto al personale previsto). Non vogliamo certo negare che questi fattori abbiano un rilievo, ma bisogna intanto dire che il rapporto detenuti/poliziotti in Italia (circa 1,4 attualmente) ci colloca ai livelli più bassi in Europa, dove si oscilla fra l’1,3 della Svezia e il 3,9 dell’Inghilterra/Galles, per salire all’11,2 della Russia. Anche la concordanza fra sovraffollamento delle carceri e suicidi dei poliziotti sembra molto incerta.
    Altri elementi appaiono invece rilevanti dal punto di vista della ricerca delle cause. Sembrano influenti, intanto, la peculiarità del lavoro dei poliziotti penitenziari da un lato, il grado e l’età dei suicidi dall’altro lato.
    La peculiarità del lavoro. Vogliamo indicare solo taluni elementi ai quali porre attenzione. Le carceri sono diventate sempre più, specie in Italia, luoghi dove la società “civile” scarica e “nasconde” una porzione assolutamente consistente di soggetti molto fragili, anche se pericolosi: valanghe di malati di mente, tossicodipendenti, stranieri (di cui talora non si comprende la lingua: figuriamoci allora la psiche, i moventi e le intenzioni), “stranieri in patria” delle nostre banlieues, stalkers, radicalizzati e, insieme, bassa manovalanza e vertici della criminalità organizzata, in un coacervo inestricabile che complica la vigilanza e vanifica spesso ogni sforzo trattamentale. La difficoltà dei poliziotti penitenziari nel ricavarsi un vero spazio professionale è lapalissiana. Nonostante che negli ultimi decenni siano notevolmente cresciuti i loro curricula scolastici, continua ad essere presente un fortissimo pregiudizio relativo alla opportunità di coinvolgerli a pieno titolo nelle attività trattamentali riabilitative. Ecco che i poliziotti restano allora soli e disorientati di fronte all’ineludibile compito al quale oggi sono chiamati: prendersi cura e insieme controllare. Prendersi cura di detenuti sempre più infermi, specie mentalmente. Controllare tali soggetti con vecchi strumenti sempre più spuntati. La frustrazione, di fronte a questo enigma quasi irresolubile, è pressoché inevitabile.
    Il grado e l’età all’interno del Corpo. C’è da chiedersi perché nessuno rifletta a sufficienza su questi elementi. Gli ultimi tre suicidi: a gennaio, 41 anni, assistente capo a Milano; a febbraio, 48 anni, assistente capo ad Imperia; fine di febbraio, 49 anni, probabile assistente capo, a Cuneo. Una età critica quella fra i 40 e i 50 anni, quando il verosimile accumulo di problemi personali si somma alla difficoltà di una soddisfacente realizzazione lavorativa, in un ambiente nel quale l’ostilità dei rapporti non riguarda soltanto l’al di là delle sbarre. In una condizione professionale in cui le scarsissime prospettive di una crescita di grado (un tempo gli ‘appuntati’ potevano nutrire la speranza di essere promossi ‘brigadieri’, ma ora…) si combinano con livelli tossici di una esposizione all’aggressività che, già difficilmente tollerabile da giovani, nella maturità avanzata rischia di diventare insostenibile se non adeguatamente metabolizzata, se non fronteggiata con una disposizione e una formazione all’altezza del compito.
    C’è però un ulteriore aspetto che quasi mai viene preso in considerazione. In carcere non si finisce mai per caso. Questo vale per coloro che “vanno in prigione” e per coloro che “vanno alla prigione”: la radicale diversità semantica ce la rammenta sempre un intelligente amico avvocato, che ovviamente va spesso “alla prigione”. Tuttavia, per coloro che vanno quotidianamente “alla prigione” per trascorrervi la maggior parte del loro tempo lavorativo, di giorno e di notte, questa differenza, semantica e psicologica, si riduce notevolmente. Potremmo dire che i poliziotti penitenziari si avvicinano non poco ai ‘semidetenuti’ (i semiliberi sono i detenuti che lavorano all’esterno di giorno e tornano in carcere la notte; i semidetenuti sono i detenuti che lavorano in carcere di giorno e vanno a dormire all’esterno di notte). In carcere, infatti, non si finisce per caso: al di là come al di qua delle sbarre. Occorrerebbe quindi una grande e preliminare attenzione nel reclutare i poliziotti penitenziari. Occorrerebbe poi analoga cura nel seguire con periodica e frequente regolarità il decorso nel tempo delle loro condizioni psichiche, così come si dovrebbe fare per tutte le professioni ad alto rischio di burn-out. Sarebbe essenziale che l’assessment preliminare e il controllo periodico venissero effettuati da organismi pubblici esterni all’amministrazione penitenziaria, così come ai servizi di salute mentale dovrebbero potersi rivolgere (o essere avviati prontamente, in caso di patente disagio) i poliziotti bisognevoli. Servizi esterni, ci raccomandiamo! Come si può pensare che i poliziotti penitenziari vadano a parlare dei loro problemi con operatori della amministrazione dove prestano servizio?
    Ancora una osservazione che potrebbe aiutare. Un tempo le carceri erano situate in luoghi che avevano una loro bellezza. A Firenze c’erano ‘Le Murate’, ‘Santa Verdiana’ e ‘Santa Teresa’, luoghi che ora, restaurati gradevolmente, sono stati messi a disposizione della cittadinanza. ‘Santa Teresa’ aveva un bellissimo chiostro e una chiesetta interna dove il sindaco La Pira si recava talora la domenica per assistere alla Santa Messa assieme ai detenuti e agli agenti di custodia. Ecco: ricominciamo a dare un valore alla bellezza e al decoro dei luoghi che ospitano la enorme sofferenza dei ‘reclusi’. Restituire dignità e bellezza a quei luoghi, e insieme alle persone e alle professioni al loro interno, è una operazione che avrebbe non solo un altissimo valore simbolico (rammentiamo il καλὸς καὶ ἀγαθός degli antichi greci) ma avrebbe anche un incredibile ritorno pratico. E’ indubbio che le operazioni riabilitative funzionano molto meglio, e con sprechi umani assai minori, nel carcere norvegese di Halden o in quello italiano di Pianosa. Ma è altresì vero che i luoghi salubri sono inadatti a farvi “marcire” le persone.
    Un ulteriore suggerimento. In questo carcere che alberga numeri esponenzialmente crescenti di persone con gravi disturbi mentali, diviene indispensabile una adeguata preparazione trattamentale/terapeutica anche dei poliziotti penitenziari e un loro maggiore coinvolgimento nelle attività riabilitative: sentire di essere di aiuto agli altri (anche ai colleghi, non solo ai detenuti), sentire di partecipare attivamente a operazioni che ‘valgono la pena’, può contribuire moltissimo al benessere dei poliziotti.
    Altre manovre andrebbero studiate almeno per limitare il fenomeno preoccupante dei suicidi dei poliziotti penitenziari. Ma certo bisognerebbe studiarle a partire da una raccomandazione essenziale: per favore, evitiamo che, ad occuparsi del reperimento delle soluzioni per questi problemi, siano i ‘soliti esterni’, persone che spesso non hanno mai messo piede in carcere, ma che millantano competenze teoriche inutili allo scopo o che hanno nei curricula documentate appartenenze ideologiche, sempre le stesse.
    Un tempo il motto degli Agenti di Custodia era questo: “Vigilando redimere”. Ora quello della Polizia Penitenziaria è ancora più bello e ambizioso: “Despondere spem munus nostrum”: sostenere la speranza è il nostro compito (e anche la nostra ‘ricompensa’). E’ questo motto che dovrebbe ispirare l’arduo compito della società civile nei confronti di tutti (tutti!) gli abitanti delle carceri.