Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Gemma Brandi - 29/07/2019

Identikit della debolezza da famiglia e strategie psicolegali di consolidamento [Parte prima]

Ci sono storie utili a disegnare il profilo di una fragilità nata tra le mura domestiche. Narrarle può servire a comprendere quali siano i rischi che lo stare in famiglia comporta e come aiutare -dalla posizione di giuristi e di interpreti delle dinamiche psichiche- le persone a non finire o a non restare vittime senza appello delle figure significative di riferimento.
JACOPO
    Mi chiamo Jacopo. Il mio è il nome altisonante di uno dei grandi gruppi imprenditoriali italiani. Oggi sono un uomo di mezza età, definito schizofrenico, beneficiario di una amministrazione di sostegno -non si sa mai che io mi trovi a dilapidare quel che resta di un patrimonio di cui non mi sono granché avvalso! Nacqui in un Paese straniero, perché i miei genitori, entrambi reduci da matrimoni con prole, rischiavano una condanna per adulterio all’epoca. Mia madre era bellissima e distante; mio padre dolce, ma altrove. Ho un fratello minore che ebbe bisogno di cure mediche complesse fin dalla nascita e fu per questo destinatario di maggiori attenzioni, ma essendo l’avaro di cuore che è, temo che neppure lui abbia ricevuto l’amore che serve. Rimasi in quel Paese anche quando i miei genitori tornarono in Italia, e vi frequentai scuole prestigiose. Sapevo di essere il primogenito maschio e di portare un nome che era una garanzia e una responsabilità. A scuola, perché italiano e ricchissimo, subii attacchi gratuiti. Di quell’orrore non potevo parlare a chi avrebbe dovuto tutelarmi, starmi vicino, a “mamma tu compri soltanto profumi per te…”. Ero indifeso, non avendo ricevuto la base sicura che mi avrebbe permesso di fronteggiare una situazione troppo grande per i miei sette anni e di chiedere aiuto. Non me la cavai. Diventai anzi la disperazione della famiglia, imboccando la strada di una precoce psicosi. Vissi qua e là per l’Europa, presso prestigiose amicizie di famiglia, in alberghi di gran lusso -ve ne combinai di ogni, tanto da esserne esiliato con ignominia. Subii anche tutte le traversie cui va incontro un malato di mente. E nel frattempo venni inabilitato. Qualcuno si occupava delle mie finanze. Dicono che a un certo punto sia morto mio padre, l’unico del quale riuscivo a fidarmi. Non ho dato credito a questa cattiva notizia, benché riconosca che papà sarebbe oggi ultracentenario. Egli resta la mia irrinunciabile ancora, lontanissima, ma pur sempre un’ancora e non mi piacque che mia madre lo rinchiudesse, fragile per l’inclemente età, in un luogo desolato, lontano dalla immensa magione di famiglia. Ma cosa potevo fare io, pecora nera predestinata, rampollo fragilizzato sul nascere? Intorno ai miei quarant’anni era accaduto qualcosa, un accordo sottobanco forse, che mi spodestò dalla posizione di primo piano che per nascita avevo avuto in sorte. Ne divenne titolare mio fratello. Ignoro cosa abbia fatto, per tutelarmi, il mio curatore che a un certo punto la famiglia chiese che diventasse il mio tutore. Lì intervenne un giudice gentile e una simpatica psichiatra che optarono per una amministrazione, in luogo della decollazione, tanto amministrato lo ero da sempre. Il curatore di prima divenne il mio Amministratore di sostegno -adesso si dice così. Era amico di mio padre e gli avrebbe promesso di pensare alla mia posizione che fratelli e fratellastri avrebbero potuto mettere a rischio. Anche io, come papà, sono stato internato a lungo in un luogo orrendo, circondato da squallidi personaggi, pessima cucina, pessima assistenza. Dopo essere rimasto quasi immobile in seguito a una defenestrazione volontaria, ho cominciato a rimpinzarmi di cibo spazzatura raggiungendo una mole considerevole. Nessuno ha pensato di impedirmelo, in nome della libera autodeterminazione dei folli (sic!). Qualcosa che dovette riguardare i NAS determinò la mia fuoriuscita traumatica da quel luogo, nel quale mi ero sistemato come un barbone nel suo giaciglio. Sono cominciate altre peripezie finché fui condotto in una casa da Mulino Bianco, risistemata per le mie esigenze, ma incastonata tra le abitazioni di altri aspiranti al Mulino Bianco, cui la vicinanza con un soggetto dalle strane abitudini non arrideva certo. Mi sono beccato una denuncia per disturbo alla quiete altrui -conto tra i coinquilini una agguerrita avvocatessa!- e il Giudice Tutelare ha avanzato richiesta di interdizione, confermando quello che mia madre voleva per me già un decennio fa. Non so che cosa ne sia del patrimonio anche mio, nessuno mi ha mai fatto sapere niente. Sono consapevole del fatto che mamma, che non sopporto, ma da cui dipendo, abbia favorito gli altri suoi figli. La mia assistenza, oggi che ho figure dedicate a me diuturnamente, ottime persone di servizio, e una signora che mi procura manicaretti vegani, oggi che ho superato certi fastidi somatici, è una assistenza costosa, auspicherei però non per il patrimonio di cui dovrei essere titolare. L’Amministratore di sostegno, però, sembra stranamente preoccupato e così ho cominciato ad allarmarmi anche io: chi pagherà per consentirmi di non finire come mio padre, se tutto sarà affidato a chi decidesse di spadroneggiare? Perché la mia famiglia ha scelto per me un posto a rischio? Perché mamma non fa costruire, in un angolo periferico della sua grande tenuta, tre stanzette per lasciarmi vivere in pace i giorni che mi sono assegnati? Perché intendono decapitarmi con una interdizione che non potrebbe migliorare questi miei problemi? HELP MY!
Morale:
NO ALLA OVERSEMPLIFICATION DELLA INTERDIZIONE.
SI’ A UN GIUDICE TUTELARE ATTENTO.
NO A PARENTI PERVERSI, LIBERI DI DANNEGGIARE UN FAMILIARE FRAGILE.
SI’ A UNA SCUOLA ATTENTA AI PROBLEMI CHE SFUGGIRONO A GENITORI DISTRATTI.

BERNARDO
Mi chiamo Bernardo e sono figlio di una donna tedesca e di un toscano. Mio padre è un uomo semplice, di aspetto gradevole, sportivo, gran lavoratore. Mia madre, che è piuttosto bella, da adolescente aveva denunciato per abuso il suo maestro di tennis, accusa non provata. Sua madre non le aveva dato credito. Quando perse la testa per chi le insegnava una disciplina sportiva a lei cara, io e mio fratello eravamo già nati. Ricordo il giorno in cui, mentre faceva smancerie al suo moroso, sottolineò un mio commento, trasformandomi nel primo accusatore per abuso di mio padre e di mio nonno. Come deludere la mia bella e minacciosa mamma che su questa accusa tentava di ricostruire la sua credibilità di fanciulla e di accaparrarsi la casa e la fortuna lavorativa di papà? Sono stato bravissimo e con il fiato sospeso per anni, ma la mamma ha raggiunto il suo obiettivo: fare condannare mio padre, grazie a me, e riuscire ad accantonare una somma quasi milionaria. Ho letto Espiazione, il bel romanzo di Ian McEwan, e mi sono accorto che la mia vita è a rischio. A seguire ho letto anche il libro di Massimo Mannucci, Il maestro. Potrei perdermi nella malattia mentale o semplicemente perdermi. Devo pagare il mio peccato. C’è stato un solo momento in questa amara vicenda, nel quale ho visto chiaro, quando, in corso di incidente probatorio, io e mio fratello fummo affidati a una famiglia disponibile ad accoglierci. Fu come tirare un sospiro di sollievo. Forse, se fossi rimasto lì più a lungo, non avrei avuto il coraggio di tradire mio padre e mio nonno fino in fondo, forse mi sarei messo in salvo. Talvolta sento montare in me, che oggi e da tempo vivo con mia madre nel suo Paese di origine, un odio sincero per lei. Sarò in grado di risparmiarla, di non decapitarla? Potrò evitare di finire come il Kevin di E ora parliamo di Kevin? Magari sì, purché riesca a pagare il mio debito e lei il suo. HELP MY!
Morale:
NO ALLA DISTORSIONE DELLA SCENA, FAVORITA DA DIFENSORI E CONSULENTI.
SI’ AD AFFIDAMENTI TEMPORANEI, QUANDO IL LIVELLO DI COINVOLGIMENTO INFANTILE SUPERA L’ACCETTABILE.