Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Gemma Brandi - 14/08/2019

Identikit della debolezza da famiglia e strategie psicolegali di consolidamento [Parte seconda]

Ci sono storie utili a disegnare il profilo di una fragilità nata tra le mura domestiche. Narrarle può servire a comprendere quali siano i rischi che lo stare in famiglia comporta e come aiutare -dalla posizione di giuristi e di interpreti delle dinamiche psichiche- le persone a non finire o a non restare vittime senza appello delle figure significative di riferimento. Nella prima parte sono state presentate le storie di Jacopo e Bernardo. Questa è la volta di Rosetta e Federico.

ROSETTA
Mi chiamo Rosetta e non voglio stare in un luogo per bambini abbandonati! Avevo sei anni quando questa mia volontà diventò irremovibile. Da molto tempo ero stata allontanata dalla mia casa e da entrambi i miei genitori per essere affidata a un luogo di accoglienza per minori orfani, abbandonati o provenienti -come avevano ritenuto fosse il mio caso- da situazioni familiari non affidabili. Era una accolita di disperati in erba che non poteva garantire a nessuno un futuro non dico luminoso, ma neppure modestamente normale. Dividevo la camera con due giovanette quasi adolescenti i cui problemi comportamentali non riuscivo neppure a decifrare. Avrei iniziato di lì a poco il mio percorso scolastico e non era il caso che questo avvenisse in una condizione fatta di promiscuità, miseria relazionale e traumi quotidiani. La scuola mi appariva una seconda occasione per riprendere un cammino non disperato. Che fare? Mia madre, nata in Germania da una famiglia oriunda del Sud Italia, da tempo era internata in una comunità per persone portatrici di sofferenza psichica. La seguiva una psichiatra che aveva preso per buone le accuse che mamma aveva mosso al babbo, colpevole a suo avviso di avermi molestata, accuse estese anche a uno zio di mio padre, la cui famiglia, residente in Toscana, proveniva dalla Sicilia. Tutto questo lo avrei scoperto solo molto più tardi, leggendo perizie e atti del processo che aveva riguardato i miei genitori. Che qualcosa non andasse lo capivo comunque anche a sei anni. Venni informata della prossima visita di una Giudice -accompagnata da una Consulente Tecnica Psichiatra- che avrebbe deciso del mio affidamento. Incontrai le due donne in un pomeriggio di primavera, nel luogo che mi ospitava. Sapevo che avrei dovuto fare capire alle mie interlocutrici che le accuse della mamma erano infondate. Mia madre era una donna bella e folle; mio padre un uomo goffo, semplice e buono. Aveva continuato a farmi visita con candore, testimoniandomi il suo affetto sincero, dovendo fronteggiare accuse infamanti delle quali mai aveva fatto cenno con me. Penso di essere riuscita a farmi intendere da quelle signore, che mi ascoltarono con rispetto e interesse. Di fatto ho potuto fare ritorno a casa, iniziare le scuole elementari nel paese dove avevo trascorso i miei primi anni, occupando la mia cameretta, nella dimora che era dei miei nonni paterni. Oggi ho una vita, mio padre ha riguadagnato la dignità che merita, di mia madre ho perso le tracce, ma è stato meglio così.
Morale:
NO ALLE SEMPLIFICAZIONI DI SERVIZI IDEOLOGICI, PREGIUDIZIALI, ACCIDIOSI: LEI DONNA FRAGILE, LUI MASCHIO BRUTALE, LA FIGLIA IN ISTITUTO.
SI’ A UNA RESPONSABILITA’ ISTITUZIONALE SERIA, CHE SEMMAI COMPENSI E RIDUCA EVENTUALI FRAGILITA’ FAMILIARI.
SI’ ALL’ASCOLTO DEI BAMBINI.

FEDERICO
Mi chiamo Federico e voglio essere un bambino libero. Mio padre è un medico, con una posizione sociale rassicurante, anche perché inserito nel mondo associativo cattolico. E’ un uomo di bell’aspetto e figlio unico, con una solida famiglia alle spalle. Mia madre è una insegnante di lettere, poco convinta delle sue possibilità. E’ anche lei figlia unica e ha perso il padre. Mia nonna non le è di grande sostegno. Ho un fratello maggiore di sette anni che mi sembra però minore come età mentale. Il babbo si è innamorato di una sua studentessa e ha deciso di separarsi da sua moglie, preferendo una unione che ha presentato al mondo come assai più soddisfacente. Il fatto è che poi ha cominciato ad attaccare incomprensibilmente la mamma, ferita da un abbandono che l’ha resa ancora più insicura, ma non ha ridotto la premura e l’attenzione riservata a noi figli. La pretesa di mio padre e della sua nuova compagna, che frattanto hanno messo al mondo una numerosa prole in pochissimi anni, è che io e mio fratello maggiore ci si aggiunga alla compagnia, abbandonando il tetto materno, perché a loro piacciono “le tavolate numerose”. Mio fratello, che purtroppo è stato colto dalla separazione in una fase delicata del suo percorso esistenziale, vale a dire nell’età di latenza, è caduto nella trappola e ha cominciato ad accondiscendere alle richieste del babbo di sbeffeggiare la mamma e di preferire la nuova sistemazione con lui a quella con lei. La stupidità di mio fratello mi ha preoccupato e allora ho chiesto di parlare con la Giudice che stava decidendo circa la richiesta di affidamento esclusivo promossa da mio padre. Avevo già incontrato la Psichiatra incaricata della perizia. Fui ricevuto dalle due donne, la giudice e la psichiatra, in una antica casa fiorentina. Mi ascoltarono con attenzione. Presi il coraggio a due mani, stringendo ripetutamente le mie piccole dita prima di prendere la parola, e spiegai che non intendevo fare la fine di mio fratello, il cui cervello era diventato piccino piccino, forse perché la separazione dei miei genitori ne aveva incrociato il percorso in una età fragile di passaggio. Io, essendo più piccolo, ero stato paradossalmente salvaguardato. Cercai di illustrare a quelle interlocutrici comprensive quale fosse il mio pensiero su mio padre e su mia madre. Soprattutto spiegai che volevo essere un uomo libero, non condizionato da pressioni persuasive. Devono avermi capito, perché lasciarono a mio fratello, ormai sedicenne, il diritto di scegliere dove vivere, mentre io fui affidato alla mamma con la libertà di frequentare, come già accadeva prima, la nuova casa di mio padre e tutti i miei fratelli.
Morale:
NO ALLA MAGGIORE AFFIDABILITA’ LEGATA A CENSO E SOLIDITA’ SOCIALE.
SI’ A UN GIUDICE AVVEDUTO CHE COLLABORI CON IL SUO CONSULENTE ALLO SCOPO DI FARE EMERGERE LA VERITA’.
SI’ ALL’ASCOLTO DEI BAMBINI.

    Se dunque giuristi e professionisti della salute possono fare qualcosa per attutire le amputazioni determinate dalla fine di un matrimonio, specie di un matrimonio con prole, come rendere questo possibile? Due cose sono essenziali: che il consulente tecnico esperto di dinamiche psichiche si limiti a svolgere la propria funzione, interpretando e quindi dichiarando le dinamiche in gioco, così da consentire al giudice di orientarsi; che l’avvocato non pretenda di vincere ad ogni costo, anche a costo della vita dei bambini, ma consideri una vittoria di tutti la riduzione del danno che ogni separazione comporta, sempre che l’obiettivo sia tutelare l’interesse dei protagonisti, attivi e passivi, della dolorosa vicenda in corso, perno di ogni azione professionale degna di questo nome.