Letteratura  -  Giuseppe Piccardo  -  29/11/2021

Il ballo delle pazze: il diritto negato di essere se stesse

“Il ballo delle pazze” è un romanzo bellissimo ed emozionante di Victoria Mas edito da EO editore, dal quale è stato tratto un film nelle sale cinematografiche in questi mesi e che ho letto su consiglio e indicazione di una carissima amica.

La storia narrata da Victoria Mas è una storia vera, realmente accaduta nella Parigi di fine Ottocento  e racconta la fuga di una ragazzina di buona famiglia, Eugenie,  dall’Ospedale psichiatrico della Salpetrière , diretto dal celebre prof. Charcot (uno dei maestri di Freud), ove era stata rinchiusa dal padre, notaio, a seguito del fatto che la figlia fosse dedita allo spiritismo e  scomunicasse con i defunti.

Ogni anno, l’ospedale organizzava un ballo in maschera, durante il quale le pazienti potevano essere viste  e conosciute dalla “Parigi bene” e durante il quale queste donne venivano esibite come animali da palcoscenico, diremmo oggi.

Ma chi sono, in realtà, queste “Pazze”? Alcune di loro sono donne che hanno avuto alle spalle una vita difficile,  provenienti da famiglie povere che le hanno rifiutate, alcune di loro sono donne che hanno subito abusi e violenze sessuali le cui ferite dell’anima non si sono mai rimarginate, altre, come Eugenie, sono giovani ragazze anticonformiste che non accettano un ruolo sociale predeterminato e che vogliono affermare la propria personalità ed esprimere liberamente se stesse.

Le donne raccontate nel libro sono tutto fuorchè pazze, sono persone alle quali è stato negato il diritto di essere se stesse, il cui destino è stato, o doveva, come nel caso di Eugenie, essere deciso da altri, ed in particolare da uomini conformisti, arroganti, figli di tempi in cui essere uomini significava prevaricare e dominare le donne.

Il libro fa riflettere non solo sulla tematica della parità di genere e  su cosa abbia significato essere donne nei secoli passati,  ma anche sulla condanna del genere femminile alla subalternità e all’invisibilità sociale, oltre che sul rapporto tra presunta normalità e follia, tra normalità intesa come conformismo, schemi sociali predefiniti e follia intesa come verità, come espressione libera della propria personalità, non condizionata da stereotipi sociali.

Il libro mi ha ricordato da vicino la poetica e le storie raccontate da Luigi Pirandello nelle sue novelle e nelle sue opere teatrali. Infatti, anche nelle opere del grande letterato siciliano, l’attribuzione della follia diventa un modo per nascondere la verità, per emarginare, per consentire all’ipocrisia e agli stereotipi di prevalere sulla verità, per impedire alla libertà di vincere sulla costrizione.

Il tempo dedicato a questo libro emozionante e commovente è davvero tempo utile ad una  riflessione e ad una crescita emotiva e umana importante, e proprio per questo non posso che ringraziare, ancora una volta, chi me ne ha consigliato la lettura e, se mi è concesso, l’autrice, per non aver fatto cadere nel dimenticatoio una storia così bella e densa di significato anche per i nostri tempi.