Diritto, procedura, esecuzione penale - Procedura penale -  Redazione P&D - 27/04/2020

Il Codice Rosso - la comunicazione della notitia criminis e le indagini - Tiziana Tomeo

Lo scorso 9 agosto le Procure si sono trovate a dover gestire gli effetti dell’entrata in vigore della Legge n.69 denominata “Codice Rosso” e che ispirandosi al tipico triage del pronto soccorso, evoca nel nomen l’urgenza di una situazione di emergenza riferita ad un soggetto in immediato pericolo di vita.

Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 25 luglio, la novella si compone di 21 articoli ed è rubricata Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”.

La legge “Codice Rosso” rappresenta un forte segnale per tutti coloro che sono impegnati a contrastare, prevenire ed al contempo, adottare misure tempestive ed efficaci, per far fronte ad un fenomeno oramai incontenibile.

E’ la direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 ad istituire il substrato normativo in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, attuata poi con il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212; sempre insita nella stessa direttiva è la definizione di “violenza di genere” intendendosi come tale “quella diretta contro una persona a causa del suo genere, della sua identità di genere o della sua espressione di genere o che colpisce in modo sproporzionato le persone di un particolare genere”.

Rispetto alla definizione di “violenza di genere” maggiormente accolta, la direttiva europea specifica in modo dettagliato il contenuto, integrandolo ulteriormente, addivenendo a qualificarla comeuna forma di discriminazione e una violazione delle libertà fondamentali della vittima e comprende la violenza nelle relazioni strette, la violenza sessuale (compresi lo stupro, l'aggressione sessuale e le molestie sessuali), la tratta di esseri umani, la schiavitù e varie forme di pratiche dannose, quali i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile e i cosiddetti «reati d'onore»”.

La legge sul Codice Rosso trova ad ogni modo ancoraggio normativo nella Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011), ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77.

La direttiva racchiude le indicazioni fondamentali per gli Stati membri dell’Unione affinché essi assicurino le adeguate e tempestive misure per proteggere la vittima ed i suoi familiari dalla vittimizzazione secondaria e ripetuta, oltre che da intimidazione e ritorsioni, garantendone la protezione fisica e ha disposto che, fatti salvi i diritti della difesa, gli Stati membri durante le indagini devono prevedere l’audizione della vittima “senza ritardo” dopo la presentazione della denuncia relativa a un reato.

Il fenomeno si manifesta in modo preoccupante nel momento in cui la repressione delle violenze “più volte denunciate” e rimaste inascoltate, non giunge tempestivamente, negandosi in tal modo la tutela sperata alla vittima del reato.

Un esempio emblematico viene dato dalla sentenza della Corte EDU Talpis c. Italia (Corte EDU, Sez. 1, del 2/03/2017, Talpis c. Italia, ricorso n. 41237/14), con la quale la Corte di Strasburgo chiarisce che la denuncia del caso di violenza domestica senza l’adozione delle misure necessarie a tutelare la vittima, integra la violazione dell’art. 2 CEDU, relativa al diritto alla vita; in tal modo purtroppo, si vanifica l’essenza stessa della denuncia e conseguentemente la tempestività della reazione che avrebbero dovuto avere le autorità a seguito della proposizione della denuncia.

Quando uno Stato in modo perdurante, omette di accordare la necessaria tutela ad una vittima di violenza, pregiudicando con il proprio ritardo l’iter per l’accertamento delle lesioni subite, addirittura con un’archiviazione, viola l’art. 3 CEDU; proprio nella sentenza Talpis c. Italia è statuito che “il venir meno – anche involontario – da parte di uno Stato, all’obbligo di protezione delle donne contro le violenze domestiche, si traduce in una violazione del loro diritto a un'uguale protezione di fronte alla legge ed è, pertanto, intrinsecamente discriminatorio”.

Tutto il sistema giustizia dovrebbe muoversi nell’unica direzione possibile ed improntata all’efficace e tempestiva protezione della vittima; tale scopo è realizzabile unicamente individuando e riconoscendo il rischio reale, ma anticipandone e prevedendone quei momenti che manifestandosi ex ante, rappresentano dei chiari e precisi campanelli d’allarme.

Il momento della proposizione della querela ad esempio, potrebbero essere un frangente significativo, o anche quelli antecedenti o successivi all’intervento delle forze dell’ordine; comportamenti reattivi in prossimità o nelle ore successive ad un’udienza di separazione o di divorzio, potrebbero esserlo allo stesso modo, o anche la pendenza di un procedimento penale; il momento in cui si prende contezza della pericolosità e dell’alea successiva alla cessazione di una misura cautelare o dell’esecuzione della pena sono tutte situazioni da attenzionare.

Particolare considerazione va fatta ex ante ed è utile per la repressione del fenomeno, considerato com’è il modo per supportare l’iniziativa del p.m., ma anche la decisione del giudice in ordine all’adozione di misure cautelari, di misure di sicurezza provvisorie o altri provvedimenti di protezione (es. gli ordini di protezione del giudice civile, l’allocazione della vittima presso case rifugio)”. 

L’importanza e l’estensione del campo di applicazione della legge prefata, induce alla riflessione in merito non solo alla stringente tutela destinata alle vittime, ma anche alla significativa portata del contenuto.

Difatti  l’art. 3, co. 1, d.l. 93/2013, conv. dalla l. 113/2013, riferendosi a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul definisce la “violenza domestica”come uno o più atti, gravi ovvero non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra persone legate, attualmente o in passato, da un vincolo di matrimonio o da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima». 

Pertanto, ne discende che rientrano nella categoria dei reati di violenza domestica o di genere anche: il reato di maltrattamenti contro conviventi o familiari, la violenza sessuale aggravata o di gruppo, gli atti sessuali con minorenne, gli atti persecutori e le lesioni aggravate commesse in contesti familiari o nell’ambito di relazioni di convivenza ed introduce delle nuove disposizioni penali volte all’irrigidimento del trattamento sanzionatorio nonché nuove previsioni processuali. 

Gli artt. da 1 a 3 della legge n. 69 del 2019 hanno dunque non solo introdotte norme per rendere più celere ed efficace la repressione delle condotte violente, ma modificando anche alcune disposizioni del codice di procedura penale, hanno garantito la priorità nella trattazione delle indagini e l’immediata instaurazione del procedimento penale affinché fossero più efficaci i provvedimenti da adottare per la protezione della vittima.

Nell’intentio legis v’è l’esigenza di ridurre o eliminare quel lasso di tempo che separa il momento dell’acquisizione della notitia criminis da parte della polizia giudiziaria, la conseguente trasmissione alla Procura della Repubblica competente, l’iscrizione nel registro informatico e tutta la fase istruttoria preliminare per poter avanzare al GIP, in presenza dei presupposti normativi, l’eventuale richiesta di applicazione di una misura coercitiva a carico dell’indagato che fosse necessaria.

L’effetto della digitalizzazione e l’utilizzo di internet non proprio finalizzato alla conoscenza ed al sapere bensì all’adescamento o per scopi illeciti/amorali, ha motivato il legislatore all’introduzione nel codice penale del nuovo reato di diffusione illecita di immagini o video a sfondo sessuale, noto come “revenge porn”.

Esso reprime le condotte di coloro che realizzano e diffondono immagini o video privati, sessualmente espliciti, senza il consenso delle persone rappresentate per danneggiarle a scopo di vendetta o di rivalsa personale; ma è altresì punito anche chi condivide le medesime immagini online, con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5mila a 15mila euro e con un aggravamento della pena se la pubblicazione illecita è posta in essere dal coniuge, anche separato o divorziato o da una persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

I risvolti di questo odioso reato sono oltremodo evidenti!

Basti pensare alla conseguenze psicologiche vissute dalle vittime del revenge porn ed è per tale ragione che viene posta particolare attenzione alla persona offesa, ipotizzando una situazione di favore juris tantum per la vittima, rispetto alla quale vi è un inversione dell’onus probandi sull’imputato che dovrà justa alligata ed probata, scagionarsi dall’accusa.

E’ opportuno sottolineare tuttavia, che la specificità della L.69 incentrata com’è ad esaltare la celerità  e tempestività dell’azione, non deve porsi a discapito della ritualità del processo penale; soprattutto non ogni segnalazione può essere ritenuta suscettibile di dare seguito sempre ed immediatamente alla sacralità dell’iter da “codice rosso”.

 In altri termini, così opinando ogni denuncia, tutte le denunce, finirebbe col rendere urgente, qualunque comunicazione, anche orale, vanificando l’humus legis che verrebbe tradito, svilendo  lo scopo della legge ed impedendo o comunque limitando la giusta considerazione ai casi che lo richiederebbero.

Questa interpretazione valorizzerebbe, in definitiva, la ratio della nuova legge, che è quella di assicurare adeguata tutela alla vittima, desumendo l’urgenza dal caso concreto, così assegnando alla fattispecie penale un iter determinato. Poiché tuttavia, la disposizione non prevede alcuna  sanzione processuale per l’omesso immediato adempimento ex art. 347, comma 3, cod. proc. pen. è opportuno ricordare che l’art. 124 cod. proc. pen. impone agli ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria di osservare le norme del codice pur se l’inosservanza non implichi nullità o altra sanzione processuale.

L’immediata trasmissione della notizia di reato non rappresenta un ostacolo per la polizia giudiziaria che può porre in essere l’attività d’iniziativa così come consentita dall’art. 347 e ss. cod. proc. pen.; la p.g. quindi, d’impulso proprio, ma sempre coordinandosi con il pm, può procedere all’escussione della persona offesa o di chi ha denunciato i fatti di reato, evitando una duplicazione dell’attività.     

La trasmissione o comunque, comunicazione della “notitia” avente ad oggetto proprio quei reati caratterizzanti la violenza domestica, imponendo la trasmissione senza indugio di qualunque notizia, non sarebbe tale da graduare l’urgenza di provvedere, avendo come conseguenza di ritenere necessaria l’immediata comunicazione al pubblico ministero di turno per i delitti di violenza sessuale o comunque per tutti quelli che richiedono direttive immediate.

Possono verificarsi del resto, determinate fattispecie per le quali l’immediato deposito della comunicazione della notizia di reato, potrebbe motivare la polizia giudiziaria circa l’opportunità di adottare una misura cautelare, ma solo dopo aver contattato il pubblico ministero assegnatario al quale vanno espressi i fatti e le ragioni dell’urgenza e depositate le altre comunicazioni di notizie di reato contenenti l’esito di tutte le attività.

La previsione dell’art. 2 della legge n. 69, prevede eccezioni alla regola generale della tempestiva comunicazione al p.m.; difatti introducendo il nuovo comma 1-ter art. 362 cod. proc. pen., viene di fatto tipizzata una deroga all’operato del pubblico ministero che può anche non osservare il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato per l’assunzione di informazioni qualora lo richiedano: “imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa”.

Sul punto assumono particolare importanza le determinazioni del p.m. il quale nella raccolta delle dichiarazioni della persona offesa o di chi ha presentato la denuncia, sebbene possa consentire una più celere valutazione della gravità dei fatti, tuttavia non sempre rappresenta la migliore decisione investigativa. 

Le esigenze di “tutela dei minori”, che limitano la fase dell’assunzione di informazioni, devono essere “imprescindibili”e sempre prevalenti nel bilanciamento degli interessi in gioco; 

L’esigenza di riservatezza delle indagini, invece, potrebbe discendere dalla necessità di ricorrere a mezzi di ricerca della prova (si pensi alle intercettazioni) oppure scaturire dall’atteggiamento della vittima. Inoltre, ipotizzare un ritardo nello svolgimento dell’attività del pubblico ministero può dipendere anche dall’interesse della persona offesa, ciò sta a significare che la mancata tempestiva assunzione di informazioni non deve rilevarsi essere tale da ledere la vittima del reato. 

Approfondendo proprio la fase propedeutica all’instaurazione del processo, il contenuto dell’art. 3 della legge n. 69, introducendo nell’art. 370 cod. proc. pen. il nuovo comma 2-bis, ha statuito che la polizia giudiziaria “senza ritardo” debba procedere al compimento degli atti di indagine delegati dal pubblico ministero.

Il successivo comma 2-ter, inserito nello stesso art. 370 cod. proc. pen., pone in capo alla p.g. di fornire al pubblico ministero, senza ritardo, tutta la documentazione delle attività svolte; è chiaro che per l’attività d’indagine avente ad oggetto la violenza domestica e di genere, la delineazione prospettata dall’art.370 cod. proc. pen. è diretta a creare una sorta di canale preferenziale.

Che le indagini vadano svolte entro un termine ragionevole che però viene definito genericamente e vagamente con la locuzione “senza ritardo”, lascia molti interrogativi; del resto non mancano previsione all’interno del codice di procedura per le quali il legislatore ha previsto il compimento di adempimenti da svolgersi “senza ritardo”, ( ad esempio l’art. 41, sulla decisione sull’istanza di ricusazione, art. 127, comma 7, che impone la comunicazione e notificazione alle parti dei procedimenti svoltisi in camera di consiglio, art. 331, sulla trasmissione della denuncia, art. 383, in tema di arresto dei privati), senza ben chiarire se con tale locuzione debba intendersi “con tempestività” o piuttosto nel “tempo strettamente necessario”.

Più specificatamente, l’art. 347 cod. proc. pen. prevede l’obbligo per la p. g. di riferire la notizia di reato al pubblico ministero, al comma 1, “senza ritardo”, e al comma 3, “immediatamente”, portando ad argomentare che in tal guisa il primo riferimento possa essere suscettibile di una durata temporale maggiore rispetto all’ovvio “immediatamente”.

Queste disposizioni si applicano per “i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609octies, 612- bis e 612-ter del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1 e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice”. Va segnalato che, come già nell’art. 2 relativo all’assunzione delle informazioni da parte del pubblico ministero, rispetto all’elenco di cui all’art. 1 concernente l’immediata trasmissione della notizia di reato, manca nell’art. 3 il riferimento al reato di cui all’art. 612-ter cod. pen. e, cioè, al nuovo revenge porn (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti), introdotto dall’art. 10 della stessa legge n. 69.

L’ipotesi dell’inosservanza del termine stabilito per lo svolgimento delle indagini delegate e per la trasmissione della documentazione, non ha come conseguenza l’applicazione di sanzioni, configurandosi difatti la norma più come una sorta di raccomandazione per gli operatori. 

Ulteriore innovazione da ascrivere alla fase delle preliminari indagini è l’introduzione dell’art. 387-bis cod. pen. (art. 4 l.69) intitolato “Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, e secondo cui “chiunque, essendovi legalmente sottoposto, violi gli obblighi o i divieti derivanti dal provvedimento che applica le misure cautelari di cui agli articoli 282-bis e 282-ter del codice di procedura penale o dall'ordine di cui all'articolo 384-bis del medesimo codice è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. 

Tale introduzione non rappresenta che l’attuazione dell’art. 53 della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (Convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’Italia il 27 settembre 2012 e ratificata con legge 27 giugno 2013, n. 77); essa statuisce che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.

Il punto rappresenta davvero una significativa e precisa previsione rispetto al passato, uno strumento giuridico in più per la tutela della vittima del reato, considerando che fino all’introduzione dell’art . 387 bis, colui che avesse violato i provvedimenti cautelari di cui agli artt. 282-bis e 282ter cod. proc. pen. avrebbe solo subito un aggravamento della misura cautelare senza patire alcun’altra conseguenza a seguito della violazione dell’ordine di cui all’art. 384-bis cod. proc. pen.

Contrariamente all’incipit della rubrica, è incardinato un reato proprio nonostante il generico “chiunque” introduca la fattispecie delittuosa; al contrario di quanto scritto difatti, esso può essere commesso solo da “colui che sia stato legalmente sottoposto ai provvedimenti previsti” nelle disposizioni citate nella nuova norma, violando gli obblighi e i divieti derivanti dai citati provvedimenti di cui agli artt. 282-bis, 282-ter e 384-bis cod. proc. pen.

In virtù della tassatività dell’azione penale, ovviamente restano esclusi dalla previsione le violazioni degli ordini di protezione di cui agli art. 342 bis e 342 ter cod. civ.; quest’ultimi consentono al giudice civile, su istanza di parte, di disporre, unitamente ad altre misure di protezione, anche di natura economica, l’allontanamento dalla casa familiare, del coniuge o del convivente.

Dunque, mentre la novella ha introdotto una nuova restrizione tassativa in ambito penale, la fattispecie ex art. 282-bis cod. proc. pen. stabilisce che in uno al provvedimento di allontanamento, il giudice possa non solo prescrivere all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare ma anche di non farvi più rientro e di non accedervi senza la sua autorizzazione (che tra l’altro può anche contenere modalità determinate di visita);

se poi, esigenze di tutela dell’incolumità fisica della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, lo prevedano, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti, salvo che la frequentazione sia necessaria per motivi di lavoro.

Il giudice può prescrive le modalità e imporre limitazioni e su richiesta del pubblico ministero, può ingiungere il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano prive di mezzi adeguati, determinando la misura dell'assegno, modalità e termini del versamento e può ordinare, se necessario, che l'assegno sia versato direttamente al beneficiario da parte del datore di lavoro dell'obbligato, detraendolo dalla retribuzione a lui spettante.

L’art. 282-bis cod. proc. pen., oltre a prevedere il divieto di avvicinamento, stabilisce che il giudice prescriva all'imputato di non avvicinarsi a luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenersi a distanza da tali luoghi o dalla persona offesa; Il giudice, inoltre, può vietare all'imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone offese o con i loro prossimi congiunti.

L’art. 384-bis cod. proc. pen., invece, conferisce agli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria la facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, l'allontanamento urgente dalla casa familiare, con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all'art. 282-bis, comma 6, cod. proc. pen. ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l'integrità fisica o psichica della persona offesa.

Dall’esame della nuova disposizione di cui all’art. 4 della legge n. 69, ne discenderebbero degli “obblighi e divieti” di portata ben più ampia, rispetto ai quali resterebbe indifferente il dato della non differenziazione tra la violazione degli ordini di allontanamento o di avvicinamento e le modalità con le quali sono stati modulati i divieti.

L’urgenza di cui è permeata la misura di cui all’art. 384-bis cod. proc. pen. ed il dato di fatto oggettivo che sia la p.g. ad impartire l’ordine,certamente non lasciano alcun dubbio che l’obbligo di allontanamento e il divieto di far rientro nella casa familiare possano essere suscettibili di differenti livelli di repressione.

In pratica le fattispecie precedentemente menzionate sarebbero punite a prescindere da quelle che potrebbero essere le sorti dei procedimenti principali; ciò significa che anche l’annullamento in sede di riesame delle misure di cui agli artt. artt. 282-bis e 282-ter cod. proc. pen. successivo all’avvenuta violazione o la non convalida da parte del gip del provvedimento di cui all’art. 384-bis cod. proc. pen., fino alla cessazione dei loro effetti, tali provvedimenti inscindibilmente connessi con il destinatario rispetto al quale rileva l’elemento psicologico del 

dolo generico, essendo sufficiente la coscienza e volontà del soggetto agente di violare i provvedimenti cui è sottoposto e non richiedendo la norma alcuna finalità specifica a supporto della violazione.

Non è di poco conto considerare che tali misure assicurano una tutela immediata della vittima nei rapporti familiari, realizzando comunque quella rete di protezione attorno al "soggetto debole".

Dunque, il codice di procedura penale ha subito un significativo impulso nell’avvio del procedimento penale con riguardo ad alcuni reati come maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, con la conseguenza di vedere adottati più celermente determinati provvedimenti di protezione delle vittime per prevenire la commissione dei richiamati odiosi delitti.

Da ciò è stato determinato un inasprimento delle pene (come il caso della violenza sessuale perpetrata con violenza o minaccia la pena sarà elevata in una fascia d’età che va dai 6 a 12 anni, mentre per la violenza di gruppo la pena massima sarà aumentata fino a 14 anni di reclusione; nei casi di violenze in danno di vittime minori la pena massima sarà aumentata fino a 24 anni di reclusione).

I minori sono sempre visti con favore dall’ordinamento che considera il minore dei 18 anni “sempre” vittima del reato, sia che abbia assistito alla violenza sia che l’abbia subita (violenza passiva o assistita); inoltre, per gli atti sessuali con minorenni la procedibilità è sempre d’ufficio non essendo più necessaria la presentazione della denuncia “a querela” dei genitori.

Tale previsione della procedibilità ex officio è certamente un punto a favore della punizione dell’autore della violenza, considerando che spesso i minori abusati hanno un background molto triste e delicato e che molto spesso li spinge a non procedere nei confronti dell’autore della violenza, rendendo in tal modo impossibile la reazione da parte dell’ordinamento.

In un campo minato come quello della tutela della persona, e con riferimento alla repressione di reati così odiosi come quelli delle violenze sessuali e degli abusi, è senza dubbio necessario immaginare un interevento efficace e tempestivo che non sarebbe altrimenti realizzabile se non attraverso il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti i soggetti che solo in sinergia possono partecipare all’attività preventiva e repressiva.

E’ solo il caso di osservare che recentemente gli Ermellini hanno sottolineato che “[..]l’importanza della tutela delle persone offese, in particolare dei reati suscettibili di arrecare conseguenze gravissime sul piano psicologico come la violenza sessuale, è da tempo avvertita e le riflessioni condotte in base ad un attento esame della realtà e con il supporto delle acquisizioni scientifiche hanno indotto le organizzazioni internazionali e gli Stati a promuoverne ed implementarne i livelli di generale protezione anche all’interno del processo penale con l’adozione di atti normativi vincolanti per i paesi membri e con la stipula di apposite convenzioni internazionali. In tutti gli atti normativi internazionali si afferma la necessità della tutela della persona offesa da reati come la violenza sessuale e dalla vittimizzazione secondaria”. 

In conclusione, gl’intereventi posti in essere dal legislatore sono teleologicamente funzionalizzati a garantire l’immediata instaurazione e progressione del procedimento penale, così da giungere in brevissimo tempo all’adozione di provvedimenti “protettivi o di non avvicinamento”, auspicabilmente non limitativi dell’iter procedimentale affinchè non si realizzi un pericolo per la vita e l’incolumità fisica delle vittime di violenza domestica e di genere; vittime che, è bene ricordarlo, troppo spesso lo sono due volte, si pensi agli orfani di femminicidio, una categoria vastissima e dolorosissima rispetto alla quale lo Stato mostra grande distrazione, sarà anche perché il proprio ritardo nell’intervenire per la repressione, ha determinato la loro triste condizione di “orfani due volte”?