Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Andrea Castiglioni - 18/11/2017

Il danno esistenziale nelle lesioni micro-permanenti - Cass. 26805/2017

La S. C. conferma l’unitarietà del danno non patrimoniale, come categoria onnicomprensiva e composta delle sottocategorie del danno biologico, morale ed esistenziale. Ciò non consente di impugnare la sentenza di merito dolendosi del fatto che, nell’operazione di liquidazione, non dedicato considerazione al danno esistenziale, nel tentativo di dare a tale categoria di danno un’autonomia propria.

Le sentenze di San Martino (SSUU 26972/2008) non consentono, sotto nessun aspetto, di procedere in tale senso, cioè attribuendo autonomia di singola voce di danno alle componenti esistenziale o morale o biologica del danno non patrimoniale, le quale devono essere considerate come categorie meramente descrittive dell’unica categoria del danno non patrimoniale. Sarà poi il giudice, all’atto della liquidazione, a considerare ogni tipo di pregiudizio subito dalla vittima, all’atto della c.d. personalizzazione del danno, andando a considerare anche gli aspetti dinamico-relazionali che si sono modificati in conseguenza del fatto illecito.

La pronuncia in commento precisa, quindi, un orientamento già consolidato in giurisprudenza.

Tuttavia, coglie l’occasione per descrivere la sottocategoria del danno esistenziale, quasi a voler evitare che il respingimento del motivo d’impugnazione proprio su tale questione possa consentire agli interpreti di ravvisare una censura sulla categoria del danno esistenziale tout court. In particolare, affronta la questione anche con riferimento alle lesioni micro-permanenti, le quali non devono escludere che vi possano essere conseguenze rilevanti sulla vita relazionale della vittima.

Le “sovrastrutture giuridiche non possono sovrapporsi alla fenomenologia del danno alla persona”; anche per le lesioni micro-permanenti “resta ferma la distinzione concettuale tra sofferenza interiore e incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto”.

Non potendo considerarsi danno in re ipsa (c.d. danno-evento), è richiesta una prova rigorosa e puntuale del pregiudizio subito, benché temperata dalla possibilità per il giudice di utilizzare presunzioni e conoscenze notorie (id quod prelumque accidit).

Tante dispute sarebbero state evitate ad una più attenta lettura della definizione di “danno biologico”, identica nella formulazione dell’art. 139 come del 138 del codice delle assicurazioni nel suo aspetto morfologico (una lesione medicalmente accertabile), ma diversa in quello funzionale, discorrendo la seconda delle norme citate di lesione <<che esplica un’incidenza negativa sulla attività quotidiana e sugli aspetti dinamico relazionali del danneggiato>>”. Il riferimento è all’art. 138 Cod. ass. (D.lgs. 206/2005), modificato dall’art. 1, co. 17, L. 04.08.2017, n. 124, dedicato al danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità. Per queste ultime è ammessa una personalizzazione del danno che sfugge da liquidazioni standard, cioè fissate dal legislatore, al fine evidente di contenere i costi sociali derivanti anche dai premi assicurativi, dato che la materia della circolazione stradale (il caso di specie della sentenza in commento) vede la copertura assicurativa non già facoltativa ma obbligatoria. Tuttavia, si deve tenere fermo il principio secondo il quale, sia per le lesioni di lieve entità che per quelle gravi, il danno non patrimoniale deve comprendere anche gli aspetti esistenziali della vittima.