Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 15/11/2018

Il danno grave alla persona nella causa di giustificazione dello stato di necessità: libertà, onore, riservatezza, pudore, nome, immagine

Quanto al danno grave alla persona, in una lettura costituzionalmente orientata, esso non consiste soltanto nella lesione della vita o dell’integrità fisica, ma può essere dato dall’offesa di qualsiasi diritto inviolabile dell’uomo (art. 2 Cost.), sia che si tratti di bene penalmente tutelati (libertà, onore, riservatezza, pudore), sia che si tratti di interessi protetti da norme extrapenali (come il nome, l’immagine, etc.) - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -; in senso motivatamente e solo apparentemente difforme, in ossequio all’“innocenza” della persona titolare del bene sacrificato, è stato affermato come la causa di giustificazione dello stato di necessità - di cui all'art. 54 c.p. - presupponga l'esistenza di una situazione oggettiva di pericolo in base alla quale un soggetto per salvare un proprio bene si trova costretto a sacrificare il bene di altro soggetto, del tutto estraneo alla situazione pregiudizievole in cui l'agente versa: considerando che l'agente, sia pure per motivi ritenuti non illeciti, aggredisce il bene di una persona "innocente", lo Stato può consentire il sacrificio di altro cittadino soltanto se il bene del terzo è di rango inferiore (o al limite dello stesso rango) di quello dell'agente e sempre che la natura del bene da proteggere, anche a costo del sacrificio altrui, rientri nel novero di quei beni la cui violazione incide direttamente sui beni primari ed essenziali quali quelli concernenti la persona; deve pertanto ritenersi che con l'espressione "danno grave alla persona", usata nella formulazione dell'art. 54 c.p., il legislatore abbia inteso riferirsi ai soli beni morali e materiali che costituiscono l'essenza stessa dell'essere umano, come la vita, l'integrità fisica, (intesa anche come diritto alla salute), la libertà morale e sessuale, il nome, l'onore, ma non anche quei beni che, pur costituzionalizzati, contribuiscono al completamento ed allo sviluppo della persona umana; ne consegue che, ad esempio, pur dovendosi affermare che il diritto al lavoro è costituzionalmente garantito e che il lavoro contribuisce alla formazione e allo sviluppo della persona umana, deve escludersi, tuttavia, che la sua perdita costituisca sotto il profilo dell'art. 54 c.p. un danno grave alla persona; nella fattispecie si trattava di un blocco stradale attuato da un gruppo di lavoratori i quali, ingombrando una strada ferrata ed una strada statale al fine di impedire la libera circolazione, avevano in tal modo inteso protestare di fronte al pericolo di licenziamento dallo stabilimento in cui lavoravano, licenziamento per alcuni di loro già in atto: così la Corte Suprema, in applicazione del principio sopra proposto ed in accoglimento del ricorso proposto dal procuratore generale territorialmente competente, ha annullato con rinvio la sentenza con la quale la Corte d'appello, ritenendo sussistente la scriminante dello stato di necessità, aveva assolto gli imputati dal reato di blocco stradale.

Anche recentemente, il giudice di legittimità ha confermato che, ai fini dell'integrazione dell'esimente dello stato di necessità è necessario che il pericolo di un danno grave alla persona sia attuale ed imminente o, comunque, idoneo a fare sorgere nell'autore del fatto la ragionevole opinione di trovarsi in siffatto stato, non essendo all'uopo sufficiente un pericolo eventuale, futuro, meramente probabile o temuto; inoltre, si deve trattare di un pericolo non altrimenti evitabile sulla base di fatti oggettivamente riscontrati e non accertati solo in via presuntiva: nella specie la Suprema Corte ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha affermato la sussistenza dello stato di necessità, nei confronti degli imputati di sequestro di persona e omicidio colposo, i quali avevano solo parzialmente immobilizzato e comunque assoggettato a continuo monitoraggio un paziente, sottoposto a T.S.O. e ricoverato in permanente stato di agitazione psicomotoria, caratterizzata da atteggiamenti aggressivi contro i presenti e contro se stesso.

La gravità del danno può, così, essere determinata mediante un criterio “qualitativo”, che tiene conto del rango del bene minacciato (come nel caso del bene-vita), oppure mediante un criterio “quantitativo”, che considera il grado del pericolo che minaccia il bene (ad esempio, un danno all’integrità fisica può dirsi grave quando comporta una lesione di particolare rilevanza, ma non potrà dirsi grave un generico mal di denti: è stato così deciso non configurare l'esimente dello stato di necessità, idonea ad escludere la sussistenza del reato di evasione, la deduzione di uno stato di bisogno quale un mal di denti, in quanto non configura l'immanenza di una situazione di grave pericolo alla persona con caratteristiche di indilazionabilità e cogenza tale da non lasciare alla persona altra alternativa che quella di violare la legge.

Il danno grave alla persona può essere, inoltre, conseguenza di situazioni generali che, di per sé, non avrebbero, al contrario, connotati di gravità né caratteristiche tali da considerarli attinenti alla persona; è il caso, ad esempio, delle richieste estorsive di origine mafiosa, cui possono conseguire gravi danni alla persona: così, è stato ravvisato lo stato di necessità di cui al comma 3 dell'art. 54 c.p., escludente la punibilità a titolo di favoreggiamento personale, nella condotta dell'imprenditore che dichiara il falso alla polizia giudiziaria negando di aver subito richieste estorsive da esponenti mafiosi, una volta accertato che egli era stato precedentemente minacciato e controllato nei suoi spostamenti da pericolosi appartenenti all'organizzazione criminale proprio per evitare che rendesse una deposizione veritiera.

Ulteriore ipotesi può derivare dal pericolo grave all’ambiente e al territorio che, amplificato da un generalizzato clima allarmistico, può coinvolgere (almeno putativamente) la salute umana: così è stato deciso che, ai partecipanti a manifestazione pacifica di occupazione di area e turbativa delle attività di costruzione di una discarica autorizzata è applicabile, a livello putativo, la scriminante dello stato di necessità allorché siano motivati dall'erroneo convincimento che dall'attività di discarica possa derivare grave pericolo per gli abitanti del territorio, indotto da un generalizzato clima allarmistico, supportato anche dall'intreccio nell'opinione comune fra le tematiche dell'ecologia e dell'ambiente e quelle della salute umana; in tal caso, infatti, il pericolo di un danno grave all'ambiente e al territorio, di per sé irrilevante, integra quel requisito della riferibilità del pericolo ad un grave danno alla persona, necessario per la sussistenza dell'esimente ex art. 54 c.p..

In applicazione di tali principi e in assenza del nesso eziologico sopraevidenziato, è stato escluso che il disagio psicologico causato da una maternità non desiderata configurasse danno grave alla persona e deciso che non sussiste lo stato di necessità, escludente la punibilità dell'autore del reato di abbandono di persona minore od incapace (nella specie, un infante di pochissimi giorni), qualora il fatto sia stato commesso dalla madre nubile, allo scopo d'evitare il disagio psicologico causato da una maternità non desiderata e di superare il timore di veder compromessa la propria reputazione in un ambiente sociale e familiare tradizionalista e poco permissivo: tali circostanze e la valutazione della condotta sincera ed umana tenuta dall'imputata, in occasione del fatto illecito e durante il processo, legittimano tuttavia la concessione delle attenuanti generiche.

Per le stesse motivazioni è da escludere che configuri danno grave alla persona il mero stato di bisogno e, anche nel grave caso di sequestro di persona, il danno grave non può individuarsi nel mero protrarsi della privazione di libertà, essendo al contrario necessari, per la configurazione dello stato di necessità, ulteriori concreti elementi di pericolo per l’ostaggio; ciò in ossequio alla necessità di evitare la gestione privata del reato di sequestro di persona a scapito dell’intervento statale: ad esempio, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la mancata applicazione della scriminante in favore degli intermediari, motivata dal giudice di merito con il rilievo attribuito a una lettera degli autori del sequestro che escludeva ipotesi di mutilazione dell'ostaggio o ritorsioni nei suoi confronti a causa del protrarsi delle trattative.

Ancora, non configura certamente danno grave alla persona il pericolo riguardante interessi di natura patrimoniale: così, è stato deciso che le ragioni, che determinano la condotta dell'imputato contraria alla legge penale, e consistenti nell'erronea convinzione di trovarsi in stato di necessità, di fronte ad un pericolo incombente, riguardante diritti o interessi di natura patrimoniale, esulano dall'ipotesi di cui all'art. 54 c.p.; la decisione è stata presa in fattispecie in cui la Corte Suprema ha escluso l'esimente in esame in quanto l'agente per sua stessa ammissione, si era posto alla guida di un veicolo senza patente per tutelare gli interessi patrimoniali del datore di lavoro, assicurando il possesso del veicolo a questi rubato e sorvegliando i lavoratori addetti all'espletamento di un lavoro, secondo l'incombenza affidatagli.

Lo stesso si può affermare anche quando l’interesse patrimoniale configuri pericolo di danno all’integrità dell’intero patrimonio aziendale, sicché è stato chiarito come lo sciopero del personale dipendente, benché attuato con modalità così dette selvagge, non possa essere addotto dal datore di lavoro come causa di giustificazione della commissione di un reato per avere agito in stato di necessità perché è di per sé fonte di pericolo di un danno grave alla persona dello stesso datore di lavoro, ma semmai all'integrità del patrimonio aziendale, a meno che lo stato di necessità non sia dipendente dalle minacce all'incolumità del predetto datore di lavoro poste in essere dai dipendenti in sciopero: nella fattispecie, l'imprenditore aveva abusivamente costruito un capannone per il ricovero invernale degli automezzi dei lavoratori, a seguito di una vertenza sindacale aperta dai dipendenti per tale causa.

Interessi di natura patrimoniale connotano anche il diritto del lavoro ed, in effetti, pur essendo il diritto al lavoro costituzionalmente garantito, deve escludersi, tuttavia, che la sua perdita costituisca sotto il profilo dell'art. 54 c.p. un danno grave alla persona: il licenziamento, pur influendo sulla posizione economica e sociale del lavoratore e sulla sua personalità, non è suscettibile di cagionare, almeno direttamente e attualmente, “il pericolo di un danno grave alla persona” ad alcuno dei beni primari inalienabili che costituiscono l'essenza della persona umana; così, la Corte di cassazione penale, ha escluso che ricorresse l'esimente dello stato di necessità, in relazione al pericolo della perdita del posto di lavoro, per il lavoratore che aveva occupato, in segno di protesta contro il programmato licenziamento, una strada ferrata, al fine di impedire la libera circolazione.

Per la giurisprudenza penale, pertanto, la finalità di trovare lavoro di per sé non scrimina, in applicazione dell’art. 54 c.p., né consente di costruire abusivamente locali più ampi ove esercitare la propria attività e neppure la necessità di non perdere il posto di lavoro consente di invocare l’art. 54 c.p, per aver agito in qualità di lavoratore dipendente: così, è stato deciso che non è invocabile l'esimente dello stato di necessità, di cui all'art. 54 c.p. per avere agito in qualità di lavoratori dipendenti, cioè perché costretti dalla necessità di non perdere il posto di lavoro; infatti, non ricorre, nella specie, l'elemento essenziale della necessità di salvarsi dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, sia perché il denunciato pericolo di perdere il posto di lavoro non è attuale né irreparabile, sia perché il danno paventato non è relativo alla persona fisica, ma riguarda la sua attività lavorativa.