Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Emanuela Foligno - 31/12/2018

Il danno tanatologico - La vera storia e la risarcibilità

LA VERA STORIA E LA RISARCIBILITA’

1925-2018

Con l’espressione “danno da morte immediata” ci si riferisce all’evento morte causato da fatto illecito quando tale decesso sia istantaneo, o strettamente conseguenziale.

La risarcibilità di questo tipo di danno ha impegnato negli ultimi trent’anni, in particolare, giuristi e giudici di legittimità.

Fiumi di inchiostro hanno bagnato questo argomento.

Il motivo è facilmente comprensibile se solo si pensa che la questione impatta sulle scelte concrete e sui destini delle persone coinvolte.

Si è discusso sulla risarcibilità della perdita del bene “vita”, poiché quando il danno (cioè la morte) si verifica l’evento non può essere considerato risarcibile perché manca un titolare in grado di acquisire il correlativo diritto nel proprio patrimonio giuridico e di poterlo quindi trasferire agli eredi, e sulla rilevanza, o meno, della immediatezza della morte ai fini del ristoro del danno.

 Da uno sguardo d’insieme è innegabile che le pronunzie contrarie al riconoscimento del danno da morte immediata superano quelle favorevoli e le Sezioni Unite del 2015 pare abbiano messo una pietra tombale sulla questione.

Così non è.

Ciò che ancora manca oggi è quello di avere nel nostro ordinamento giuridico una garanzia che concretamente tuteli i diritti fondamentali della persona anche quando il bene giuridico rappresentato dalla vita venga meno, a prescindere dalla durata dell’infermità, o dell’agonia.

La vita deve essere tutelata dal momento in cui sorge al momento in cui tramonta.

L’auspicio è che il lavorìo giurisprudenziale sia sempre alimentato dal volere realizzare tale piena ed effettiva tutela e che si continui a discutere del risarcimento del danno alla persona in modo sempre più ampio.

Il primo intervento della Suprema Corte che ha influenzato questo argomento, anche negli anni a seguire come si vedrà, risale al lontano 1925 (SS.UU. 3475), che ha negato agli eredi il risarcimento dei danni patiti per la morte del loro congiunto, riconosciuto invece dalla Corte D’Appello.

I Supremi Giudici hanno ragionato in questi termini: “quando la persona è ancora in vita non c’è alcun danno, e quando il danno si determina non è risarcibile poiché manca un titolare in grado di acquisire il correlativo diritto nel proprio patrimonio giuridico e di poterlo quindi trasferire agli eredi”.

Il passaggio centrale della pronunzia: “intanto è possibile l’esperimento iure haereditatis di un’azione di danni dipendenti dalla morte di una persona, in quanto il diritto al risarcimento fosse acquisito già a costei, nel momento del decesso. Ma se tali danni, in quanto derivanti dalla morte, non possono logicamente non essere a questa successivi, è evidentemente assurda la concezione, rispetto ad essi, di un soggetto originario di diritto che più non esisteva quando i medesimi si verificarono. Ed allorchè in contrario deducesi che l’azione di danni nasce non dalla morte, ma dalla lesione che ha causato la morte, e che fra questa e la lesione istessa deve pur sempre intercedere un intervallo di tempo che, pur quanto minimo fino all’attimo, è sufficiente a che, durante il suo corso il lesionato acquisti il diritto ai danni derivanti dalla lesione; anziché contraddire ai concetti anzidetti, si fornisce ad essi argomento di conferma. Imperocchè, se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto. Onde, in rapporto alla persona del lesionato, come subbietto dell’azione di danni, questi restano senz’altro confinati nell’ambito dei danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, ed è soltanto rispetto ad essi che gli eredi possono agire iure haereditatis”.

Tale pronunzia va inquadrata in un periodo storico ove gli unici danni risarcibili sono quelli patrimoniali, mentre quelli non patrimoniali sono ritenuti non risarcibili, e la dottrina di riferimento, quella tedesca, respingeva i danni morali per l’assenza di ogni lesione di diritto suscettibile di ristoro economico.

Il diktat, detto in altri termini, è il seguente: o non c’è il danno, o non c’è il titolare dell’azione risarcitoria.

La dottrina tedesca di riferimento viene confermata dal nostro Codice Civile del ’42 che impostava la dicotomia danno patrimoniale e danno non patrimoniale.

Dal punto di vista storico e sociologico la visione del ristoro del danno non patrimoniale è stata vista come “eccezionale”, difatti, e non a caso, l’art. 2059 sancisce tale eccezionalità laddove rimarca la risarcibilità dei danni non patrimoniali limitatamente “ai casi previsti dalla legge”.

Ciò non stupisce se si pensa che nell’ottica del legislatore dell’epoca, come si ricorderà, la concezione di diritto privato vedeva un ordinamento basato sulla tutela degli interessi economici, e quindi la risarcibilità dei danni non patrimoniali avveniva solo in presenza di un illecito penale. Era la norma penale, in tale visione, deputata alla tutela e alla riparazione.

In questo ordito non stupisce che si sia dovuto attendere il 1986 (data della celeberrima pronunzia N. 184 della Corte Costituzionale) per vedere il tracciato di una nuova via interpretativa nel riconoscimento della tutela risarcitoria di quei valori cosiddetti costituzionalmente rilevanti che in assenza di reato erano categoricamente esclusi, per i motivi storici e sociologici detti, dal novero dell’art. 2059.

Un’attesa di oltre quarant’anni dall’entrata in vigore del codice civile.

Con tale pronunzia è stata sostenuta la necessità di un’altra visuale, più ampia, e se vogliamo, marcatamente sociologica e personalistica, del concetto di “patrimonio”, allo scopo di liberarlo dalle ristrettezze dell’art. 2059.

Sorge così la nuova categoria del “danno evento” che è risarcibile a prescindere dalla sussistenza delle conseguenze patrimoniali.

In questo clima evolutivo, e a distanza di settant’anni dalla prima pronunzia del 1925, i Giudici di merito di Firenze sollevano una questione di costituzionalità sugli artt. 2043 e 2059 c.c. nella parte in cui non risulta consentito il risarcimento “per violazione del diritto alla vita”.

Tuttavia, nonostante il clima evolutivo, con la pronuncia N. 372 del 1994 i Giudici delle leggi confermano il diktat del 1925 e affermano che “vita e salute sono beni giuridici diversi, oggetto di diritti distinti, sicchè la lesione dell’integrità fisica con esito letale non può considerarsi una semplice sottoipotesi di lesione alla salute in senso proprio, la quale implica la permanenza in vita del leso con menomazioni invalidanti”.

Tale impostazione viene rimarcata dai Giudici di legittimità negli anni a seguire.

Nel frattempo, sia la Suprema Corte che i Giudici delle leggi rivalutano profondamente la visione del danno non patrimoniale, attraverso le celebri sentenze gemelle del 2003 e le Sezioni Unite del 2008. Elaborano e rivalutano il danno non patrimoniale facendolo allontanare dalle maglie dell’art. 2043 e attraendolo verso il novero dell’art. 2059, tornando così alla “vecchia” visione bipolare.

Dirimenti senz’altro sono state le sentenze di San Martino che hanno riunito tutti i pregiudizi (biologico, morale, esistenziale) nella categoria del danno non patrimoniale abbattendo, ogni qualsivoglia sottocategoria.

I Giudici di legittimità iniziano a riconoscere il danno patrimoniale in capo ai parenti della vittima per la prematura scomparsa e il danno biologico terminale (cioè il danno che è sorto dall’evento lesivo e per un apprezzabile lasso di tempo sino alla morte), escludendo categoricamente poste risarcitorie nel caso di morte istantanea, ovvero avvenuta in un breve lasso di tempo dall’evento lesivo.

Solo in caso di un “apprezzabile lasso di tempo” la vittima subirebbe una lesione del diritto alla salute trasmissibile agli eredi.

Ferma la posizione di chiusura totale dinnanzi alle pretese risarcitorie di un danno autonomo derivante dalla lesione del bene vita, nel primo decennio del nuovo millennio si palesano due importanti poste risarcitorie del danno non patrimoniale: il danno da perdita del rapporto parentale invocabile dai congiunti e il danno catastrofale (anche segnato come danno morale terminale) invocabile dai congiunti jure hereditatis. Impregiudicato, ad ogni modo, che, non essendo risarcibile il danno da perdita del bene vita, per ritenere che la vittima abbia maturato il diritto al risarcimento del danno catastrofale è necessaria la consapevolezza della imminenza della morte, o la consapevolezza della estrema gravità delle lesioni riportate.

Come prevedibile “l’apprezzabile lasso di tempo”, condizione necessaria per il ristoro, ha dato luogo a pronunzie a dir poco altalenanti tra loro con la conseguenza che si è venuto a creare una sorta di mercato ove la “moneta” è costituita dalle ore di agonia, o di infermità,  precedenti la morte, senza superare la contraddizione insita nell’apprezzabilità del lasso di tempo.

Ragionando in tali termini però si addiviene a un paradosso perché più è breve il tempo tra la lesione e la morte più è grave la lesione subita, ciònonostante più bassa sarà la liquidazione del danno non patrimoniale.

Difatti, la Suprema Corte (1998) non ha ritenuto sufficienti 6 ore; non ha ritenuto sufficienti 5 ore (2003); mentre ha ritenuto sufficienti 24 ore ((2007) e 28 ore (2008).

Egualmente si sono verificati paradossi applicativi nella “monetizzazione” dello stato di lucidità o meno della vittima.

Ciò detto, si giunge alla celeberrima sentenza Scarano del 2014 che riconosce come autonomamente risarcibile il danno da morte.

Finalmente, quindi, si discorre del danno non patrimoniale da perdita della vita, che è diverso dal danno alla salute e dal danno biologico terminale e dal danno catastrofale, come un bene supremo dell’individuo.

L’importante pronunzia ha anche chiarito che il danno da perdita della vita deve essere risarcito a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia, deve altresì essere risarcito anche in caso di morte immediata o istantanea poiché non rilevano né l’aspetto temporale, né lo stato di lucidità, o meno, della vittima.

L’impatto della sentenza Scarano ha minato il concetto della esclusiva risarcibilità del danno conseguenza affermando che il danno da morte deve essere risarcito come danno evento.

Ciò ha creato importanti dubbi giurisprudenziali che hanno provocato nel giro di breve tempo l’intervento delle Sezioni Unite.

Il Consesso (N. 15350/2015) respinge tutte le argomentazioni della sentenza Scarano argomentando che le perdite patrimoniali e non patrimoniali derivanti dalla morte della vittima sono ristorate iure proprio ai congiunti e prevedere un risarcimento anche per il defunto non ha altro scopo che quello di corrispondere più denaro ai congiunti.

Le Sezioni Unite escludono la risarcibilità del danno da morte immediata e stigmatizzano la necessità di individuare un intervallo di tempo tra la morte e la lesione ai fini del riconoscimento del danno non patrimoniale.

Come prevedibile sono sorte forti perplessità sull’intervento delle Sezioni Unite.

Da un lato viene ritenuto opportuno che la risarcibilità dei danni sia limitata ai danni conseguenza e accettare l’eccezione messa in campo dalla sentenza Scarano (cioè risarcire anche il danno evento) destabilizzerebbe la logica del sistema riparatorio della responsabilità civile extracontrattuale poiché contraddice il criterio ispiratore della liquidazione di tutti gli altri danni patrimoniali e non.

Dall’altro viene ritenuto, e giustamente, che le Sezioni Unite hanno lasciato immutati i termini del problema.

Difatti il panorama che si è delineato dopo le Sezioni Unite del 2015 fa ritenere la questione ancora aperta. 

Con la pronunzia della terza sezione N. 26727 del 23 ottobre 2018 è stato affrontato e analizzato in maniera lucida e impeccabile quello che di fatto è accaduto nei tre anni successivi all’ intervento del Consesso.

E si torna nuovamente a discutere del ristoro del danno non patrimoniale jure hereditatis e del ristoro, o meno, in caso di morte immediata.

Infatti, all’esame della Suprema Corte approda una interessante vicenda trattata dalla Corte d’Appello di Milano che ha negato agli eredi di un uomo vittima di un catastrofico incidente stradale il ristoro del danno non patrimoniale jure hereditatis omettendo di prendere in considerazione il tempo trascorso (circa 3 ore) tra il sinistro e il decesso dell’uomo.

Gli Ermellini riconoscono che la Corte territoriale di Milano doveva considerare il tempo intercorso tra il sinistro e la morte, seguendo l'indirizzo giurisprudenziale secondo il quale, il danno suddetto deve essere ricondotto al “danno morale terminale” da intendersi quale sofferenza derivante dal morire lucidamente e consapevolmente.

Ciò che i Giudici di merito dovevano valutare, oltre alla distanza temporale tra il sinistro e il decesso, essendo questione dirimente in punto di risarcibilità, è che l’uomo rimaneva lucido sino alla morte, tant’è che rispondeva lucidamente, anche sulla dinamica del sinistro, alle domande rivoltegli in pronto soccorso.

I Supremi Giudici analizzano la giurisprudenza del danno da morte degli ultimi anni e richiamano dapprima le sentenze gemelle del 2008, per poi soffermarsi sulle pronunzie delle SS.UU. del 2015 e su quelle a Sezioni semplici successive che, sostanzialmente, hanno superato il diktat del 2015.

Secondo le Sezioni Unite 2015 se la morte è immediata, o avviene entro brevissimo tempo, non si configura un diritto al risarcimento invocabile jure hereditatis ciò in quanto il “danno” deve identificarsi nella perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridicamente soggettiva.

Nel caso di morte per atto illecito il danno è la perdita del bene “vita”. La vita è un bene autonomo fruibile solo dal titolare e non reintegrabile per equivalente. E una perdita per rappresentare un danno risarcibile deve essere rapportata a un soggetto che sia legittimato a fare valere il credito risarcitorio.

Quindi nel caso di morte verificatasi immediatamente, o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio brevissimo.

Seguendo sempre il ragionamento delle Sezioni Unite risultano quindi irrisarcibili la perdita del bene “vita” come morte immediata e la perdita del bene “vita” che avviene dopo brevissimo tempo dalle lesioni.

Gli Ermellini evidenziano che con la pronunzia 21060/2016 è stato distinto il danno biologico e il danno psicologico-morale propri della fase terminale della vita e che il diritto al risarcimento del “danno biologico terminale” è trasmissibile agli eredi -e quindi segnatamente risarcibile- qualora intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra la lesione e la morte e a nulla rileva la lucidità, o meno, del danneggiato che è presupposto del diverso “danno morale terminale” .

Ed ancora gli Ermellini in questa recentissima pronunzia richiamano la N. 22541/2017 (che trattava un caso in cui il danneggiato è deceduto dopo 4 ore dalle lesioni) che ha riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale nelle poste del “danno biologico terminale” e il “danno morale soggettivo”. 

Da escludersi la risarcibilità della perdita del “bene vita” qualora il decesso si verifichi immediatamente perché viene meno il soggetto cui sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio può essere acquisito il relativo credito risarcitorio.

Parimenti irrisarcibile il danno da perdita del “bene vita” qualora il decesso si verifichi dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali per mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

E’ profondamente differente il caso in cui una persona subisce delle lesioni mortali che producono il decesso a distanza di tempo. In quel lasso di tempo la persona è nel sistema giuridico come “persona capace e titolare di diritti”, quindi, a ben guardare quello che le Sezioni Unite del 2015 escludono non è il danno in sé, ma la concreta rilevanza giuridica del danno.

Ciò che viene posto significativamente in rilievo nella pronuncia citata è la lucidità del soggetto danneggiato e lo spatium temporis tra la lesione e la morte, dal momento che, se la lucidità viene manifestata, non si può negare la risarcibilità del danno non patrimoniale, che sussiste sia nell’aspetto “biologico” che "morale".

Gli Ermellini ritengono non ammissibile che la sofferenza umana possa essere un elemento giuridicamente irrilevante, e statuiscono la violazione dell’art. 2043 da parte della Corte d’Appello di Milano, cassano la sentenza e rinviano in diversa composizione.

Ebbene, appare del tutto sconfessato ciò che il Consesso ha affermato nel 2015 ovvero che le perdite patrimoniali e non patrimoniali derivanti dalla morte della vittima sono ristorate iure proprio ai congiunti e che prevedere un risarcimento anche per il defunto ristorabile jure hereditatis non ha altro scopo che quello di corrispondere più denaro ai congiunti.

Ciò che è chiaro, alle soglie del 2019, è l’assenza di punti fermi e il ristoro jure hereditatis del danno non patrimoniale da morte pare sia ancora in balìa della sensibilità delle Corti giudicanti.

L’impronta della Sentenza Scarano non può essere relegata nell’oblìo.

Il danno da perdita della vita deve essere risarcito a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia, deve altresì essere risarcito anche in caso di morte immediata o istantanea poiché non rilevano né l’aspetto temporale, né lo stato di lucidità, o meno, della vittima.

Deve essere risarcito sia jure proprio che jure hereditatis. Solo così saranno tutelati tutti i pregiudizi patiti a causa dell’evento illecito.

Il bene vita è stato lesionato, la vita è andata perduta. Che rilevanza ha se la vittima sia rimasta in vita per 2 ore, 4 ore, o 6 ore, o più, lucidamente oppure priva di sensi ?

Il bene vita è stato comunque lesionato.