Interessi protetti - Interessi protetti -  Redazione P&D - 13/09/2018

Il diritto alla rovescia - Nota a Trib. di Massa, dott. Paolo Puzone, 13.11.2013

Abstract

«Il titolo assegnato a questo coacervo di horribilia juridica, se ha qualcosa a che vedere con quello della Collana che lo ospita, niente ha invece a che fare, ben s’intende, con un precedente, aureo libretto dai ben più nobili contenuti: ché altro è “Il rovescio del diritto”, altro “Il diritto alla rovescia”. C’è infatti un modo, sicuramente toscano, forse caratteristico anche di altre lande, per dire che uno ha capito tutto “all’incontrario” (altra espressione tipicamente toscana) e quindi non ha capito nulla: l’espressione usata è, appunto, “capire alla rovescia”».

Così esordiva un noto libretto contenente un simpatico «coacervo di horribilia juridica», tratte dalle risposte fornite dagli esaminati, universitari e postuniversitari. L’opera aveva, nell’intenzioni dell’Autrice, «un fine squisitamente didattico»: quello «di porsi in funzione choquante, come alternativa alla tendenza editoriale, sempre più diffusa e meritoriamente attuata ad adiuvandum, che mira ad offrire a chi allo studio del diritto si accosta (o si riaccosta) preziosi manualetti di diritto somministrato in dosaggi pediatrici, il cui fine primario parrebbe esser quello di evitare specialmente (se non soltanto) all’attuale categoria studentesca – per lo più culturalmente formatasi alla luce degli insegnamenti di quel moderno istruttore che è il televisore domestico – non esca, nella sua fragile sensibilità, eccessivamente sconvolta dall’impatto con una realtà giuridica solitamente fornita da (più o meno) ponderosi, densi, pesanti ed intellettualmente aggressivi volumi. Manualetti nei quali un quadro completo degli istituti giuridici viene realizzato tramite tutta una serie di martellanti domande tuttavia incapaci di togliere il sonno ai naturali destinatari, regolarmente rimandati “all’ultima pagina” ed alle tranquillizzanti risposte ivi contenute» (il riferimento è a Bigliazzi Geri, Il diritto alla rovescia, Giuffrè, 1996).

Scopo di questa rassegna, che mutua il nome dal libretto richiamato, è quello di portar esempi di come, e di quanto, il diritto possa essere capito «alla rovescia», e con effetti ben più devastanti, anche dai nostri giudici.

Il tentativo è, anche in questo caso, quello di porsi, in funzione choquante, questa volta per stigmatizzare certi “mostruosi” risultati interpretativi, evitando che gli stessi possano continuare a popolare, indisturbati e ignorati, il vasto – e, in parte, inesplorato – mare della casistica giurisprudenziale.

Il fatto.

Caia contraeva matrimonio con Mevio nel lontano 1963.

Con atto pubblico redatto dal notaio Sempronio in data 15 febbraio 1996, i coniugi costituivano un fondo patrimoniale ai sensi e per gli effetti degli artt. 167 ss. c.c., destinando a far fronte ai bisogni della famiglia la casa in cui abitavano ed alcuni terreni.

Il notaio Sempronio provvedeva a trascrivere l’atto pubblico di costituzione del fondo patrimoniale presso la Conservatoria e ad inviare il medesimo atto al Comune con lettera raccomandata a.r. in data 22 marzo 1996, pervenuta all’Ufficio Protocollo del predetto Comune e registrata in data 23 marzo 1996 al Protocollo. Il testo della predetta lettera raccomandata riportava la seguente dicitura: «Deposito gli atti allegati ai sensi di legge. Distinti saluti».

In data 3.10.1996, CASSA DI RISPARMIO iscriveva ipoteca giudiziale su alcuni dei beni che facevano parte del fondo patrimoniale.

Soltanto in data 10.10.1996, il Comune provvedeva ad annotare l’atto pubblico costitutivo del fondo patrimoniale a margine dell’atto di matrimonio.

Con atto di pignoramento immobiliare notificato a Caia in data 17 gennaio 1998, CASSA DI RISPARMIO sottoponeva a pignoramento i beni immobili già oggetto di ipoteca giudiziale.

In data 13.2.2006, il Giudice dell’esecuzione immobiliare presso il Tribunale di Massa disponeva, con decreto, il trasferimento coattivo della proprietà dei beni immobili espropriati.

Stante la sussistenza di un evento dannoso a carico di Caia, identificabile nelle conseguenze pregiudizievoli determinate dalla perdita delle proprietà immobiliari oggetto del richiamato decreto di trasferimento, questa citava in giudizio il Notaio Sempronio e il Comune per sentirli condannare al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti.

La sentenza e il suo iter argomentativo.

Con la sentenza che si commenta il Tribunale di Massa rileva d’ufficio e dichiara la nullità dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale stipulato tra due coniugi, ritenendolo negozio in frode alla legge ai sensi dell’art. 1344 c.c. e, conseguentemente, reputa infondata la domanda risarcitoria avanzata da uno dei due coniugi nei confronti del Notaio rogante e del Comune, posto che «dalla nullità del contratto discende che non vi sia alcun nesso causale tra la condotta attribuita ai convenuti e l’evento del quale l’attrice chiede riparazione».

A tale conclusione il Giudice di prime cure perviene sulla base di un iter così articolato.

Osserva che con «l’atto pubblico i coniugi hanno conferito nel fondo patrimoniale destinato ai bisogni della famiglia alcuni loro beni immobili».

Si chiede «se detto atto possa considerarsi in contrasto con norme imperative» e, «una volta esclusa la sua contrarietà formale (trattandosi di istituto previsto dall’ordinamento)», si pone «la questione se le parti abbiano eluso una disposizione di legge attraverso l’uso di uno strumento formalmente consentito, cioè se quest’ultimo costituisca un contratto in frode alla legge, come delineato dal disposto dell’art. 1344 cod.civ.».

Nell’affrontare tale questione, si sofferma sul contratto in frode alla legge, escludendo, per un verso, che lo stesso sia assimilabile al contratto avente causa illecita o avente motivo illecito, essendo dette figure già disciplinate dagli artt. 1343 e 1345 c.c., sicché «il legislatore non avrebbe introdotto la specifica ipotesi del contratto in frode alla legge, con la norma dell’art. 1344 cod. civ., se questo non avesse avuto diversa connotazione»; per l’altro verso, che il contratto in frode alla legge si identifichi «nel contratto espressamente vietato dalla legge o nel contratto che raggiunga direttamente un risultato vietato dalla norma imperativa (cd. teoria oggettiva): in tal caso si avrebbe infatti un contratto nullo per illiceità della causa»; oppure, «nel contratto che raggiunge una finalità analoga a quella vietata che emerge dall’esame delle intenzioni delle parti ( cd. teoria soggettiva), perché in tal modo si farebbe ricorso al motivo del contratto quale elemento connotante l’illiceità, con la conseguente applicazione del disposto di cui all’art. 1345 cod.civ.».

A suo avviso, «l’individuazione di un contratto come contratto in frode alla legge non può prescindere dall’opera d’interpretazione, affidata al giudice, dei fatti che connotano il caso concreto. La particolare formulazione dell’art.1344, secondo cui “ la causa si reputa illecita quando il contratto costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa ” che esclude i casi di contratto con causa illecita e con motivo illecito, sottolinea la necessità di un’operazione ermeneutica compiuta dal giudice per verificare se il mezzo adoperato in concreto sia stato – per le caratteristiche del fatto specifico sottoposto al suo esame – adoperato per eludere una norma imperativa».

Fa notare come «una condivisibile dottrina ha evidenziato come l’art. 1344 cod. civ. realizza la possibilità dell’applicazione analogica ed estensiva di norme imperative che non sarebbe consentita a norma dell’art. 12 delle disposizioni preliminari al codice civile».

Scende, quindi, a considerare il caso di specie, constatando che «l’attrice con il coniuge costituirono in fondo patrimoniale alcuni loro beni immobili per far fronte ai bisogni della famiglia, ai sensi dell’art. 167 e seguenti cod. civ.» e che, dunque, lo schema «è certamente quello voluto dalla legge».

Fa però notare che «procedendo all’opera di d’interpretazione dei fatti cui il giudice è chiamato, si possono verificare alcune circostanze particolari: il fondo fu costituito dopo oltre trenta anni dalla celebrazione del matrimonio; non sono stati addotti particolari motivi meritevoli di tutela (esistenza di figli minori, esistenza di persone con handicap). A dette situazioni si devono poi aggiungere le seguenti: uno dei due coniugi era amministratore, insieme col figlio, della società Beta; il Tribunale della Spezia aveva emesso decreto ingiuntivo nei confronti della società Beta e dell’attuale attrice (quale fideiussore) per la somma di oltre 145 milioni di lire; il Tribunale di Massa aveva dichiarato il fallimento della società Beta».

E al contempo osserva che «il fondo patrimoniale esplica la funzione di sottrarre i beni in esso contenuti alla garanzia dei creditori di cui all’art. 2740 cod.civ. in vista dell’interesse alla tutela dei bisogni della famiglia, interesse che l’ordinamento considera sovraordinato a quello dei creditori. Il legislatore, però, ha inteso sovraordinare il primo interesse all’altro nel presupposto di una maggiore “meritevolezza” di quello: il principio è stato poi chiaramente espresso nella formulazione dell’art. 2645 ter cod.civ. introdotto con D.L. 30 dicembre 2005 n. 273, convertito nella L.23 febbraio 2006 n. 51. L.».

Si sofferma, dunque, a considerare «la difesa dell’attrice», la quale «sottolinea come “la ratio legis dell’istituto del fondo patrimoniale è quella di far sì che i beni in esso costituiti, proprio perché “funzionalizzati”, siano in qualche modo sottratti alla disciplina di cui all’art. 2740 cod. civ.” (v. comparsa conclusionale, quarta pagina), e ne fa discendere la perfetta liceità del negozio». Difesa che «non può essere condivisa: l’ordinamento tollera il sacrificio delle ragioni dei creditori (garantite dal disposto dell’art. 2740 cod. civ.) solo in via eccezionale, quando il sacrificio è giustificato da esigenze di tutela che l’ordinamento stesso considera sovraordinate. E così possono essere sottratti alla garanzia dei creditori i beni costituiti in fondo patrimoniale (articoli 167 e seguenti cod. civ.), od i beni destinati alla “realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni…” (art. 2645 ter cod. civ.) perché in questi casi l’ordinamento ha individuato l’esistenza di interessi particolari la cui tutela giustifica il sacrificio delle ragioni dei creditori».

Ne trae, per un verso, che «il giudice è chiamato a compiere un giudizio di meritevolezza degli interessi sottesi alla segregazione patrimoniale al fine di valutare la conformità del contratto allo schema di legge»; per l’altro, che «i “bisogni della famiglia” al cui soddisfacimento sono destinati i beni costituiti in fondo patrimoniale non sono indiscriminatamente i bisogni esistenti in una qualsivoglia famiglia, altrimenti chiunque (purché abbia una famiglia) potrebbe sottrarre i propri beni alla garanzia dei creditori, in evidente violazione del principio di cui all’art.2740 cod. civ. ». Di ciò ravvisa una conferma nel fatto che «la dottrina e la giurisprudenza (la quale ultima, come è stato acutamente osservato, si è dovuta occupare dell’istituto del fondo patrimoniale più che altro per correggere l’uso distorto dello stesso, in frode ai creditori) hanno provveduto a delineare l’ambito di effettiva operatività dell’istituto, quale mezzo di attuazione del principio contributivo e di solidarietà nell’ambito famigliare, escludendo, ad esempio, che possono costituire il fondo patrimoniale i componenti della famiglia di fatto ovvero individuando, tra i bisogni della famiglia, l’esigenza di educazione e di istruzione della prole, ovvero quella di assicurare il diritto all’abitazione dei componenti minorenni, ovvero quello della tutela del coniuge debole, ovvero ancora quella di preservare il patrimoni da atti di dissipazione in pregiudizio dei figli, destinatari dei frutti, fino all’opinione – per la verità isolata – di chi esclude l’applicabilità dell’istituto nella famiglia senza figli minori».

Per «tali circostanze», nel caso in esame, «attraverso una doverosa opera di interpretazione della volontà delle parti», non ritiene che queste «abbiano effettivamente voluto costituire un fondo patrimoniale destinato a far fronte ai bisogni della famiglia, avendo essi piuttosto ricercato la tutela dei propri beni dall’aggressione dei creditori in un momento in cui l’impresa della famiglia era in stato di sofferenza, come si evince chiaramente ed inequivocabilmente dall’ingiunzione notificata solo pochi mesi dopo e dalla sentenza di fallimento emessa solo un anno più tardi rispetto alla data di costituzione del fondo, ed in una fase della vita familiare nella quale non si possono ravvisare esigenze di tutela prioritarie che giustifichino il sacrificio delle ragioni dei creditori».

Arriva, così, alla conclusione per cui, per un verso, «il contratto in questione deve dunque considerarsi stipulato in frode alla legge e di esso deve essere dichiarata la nullità»; per l’altro, «dalla nullità del contratto discende che non vi sia alcun nesso causale tra la condotta attribuita ai convenuti e l’evento del quale l’attrice chiede riparazione».

Osservazioni.

Nella sentenza che si commenta, il Tribunale, come si è anticipato, rileva d’ufficio e dichiara la nullità dell’atto istitutivo del fondo patrimoniale in quanto stipulato in frode alla legge, in applicazione dell’art. 1344 c.c. in rel. art. 2740 c.c.

La conclusione cui giunge il Giudice di prime cure in merito alla dichiarata nullità dell’atto istitutivo del fondo patrimoniale è errata.

Il Giudice di prime cure, nel ritenere l’atto costitutivo del fondo patrimoniale nullo, in quanto mezzo adoperato per eludere la norma imperativa di cui all’art. 2740 c.c., mostra di ignorare la ratio di tale regola codicistica ed il suo significato di cardine dell’intero sistema del diritto delle obbligazioni.

È a tutti noto come il patrimonio del debitore rappresenti, attraverso l’esperimento dell’azione esecutiva, la garanzia ultima del soddisfacimento delle pretese vantate dai suoi creditori in caso di inadempimento. Altrettanto noto, tuttavia, è che, nonostante il vincolo stabilito dall’art. 2740 c.c. assoggetti all’azione esecutiva l’intero patrimonio del debitore, questi resta libero di disporre dei propri beni e, in tal senso, anche di sottrarli all’azione esecutiva dei creditori, alienandoli oppure destinandoli a particolari finalità, validamente ed efficacemente.

Al creditore, peraltro, l’ordinamento riconosce la possibilità di rivalersi in via esecutiva sui beni del debitore, sebbene fuoriusciti validamente dalla sua sfera giuridica o vincolati a determinati scopi, per il tramite di uno specifico strumento giuridico mirante alla conservazione del patrimonio nella sua sola veste di garanzia generica del debito: l’azione revocatoria.

L’esito fruttuoso di un giudizio in revocatoria, peraltro, non è automatico ma presuppone la dimostrazione, da parte del creditore, dei presupposti previsti dalla legge (qualità di creditore; c.d. consilium fraudis, ossia la consapevolezza da parte del debitore - o, addirittura, la dolosa preordinazione ove l’atto sia anteriore al sorgere del credito - che l’atto sia in grado di arrecare pregiudizio alle ragioni creditorie; c.d. eventus damni; tutti presupposti, peraltro, lo si anticipa, del tutto insussistenti nel caso esaminato).

L’azione revocatoria, pertanto, mira ad ottenere una dichiarazione di inefficacia relativa dell’atto (lo si ripete: di per sé valido e produttivo di effetti) in favore del creditore che abbia agito in revocatoria. Tale atto, tuttavia, rimane del tutto efficace (e, dunque, capace di sottrarre alla loro azione esecutiva i beni da esso interessati) nei confronti di altri creditori che non abbiano azionato tale mezzo conservativo e nei confronti delle parti contraenti.

L’ordinamento, in buona sostanza, con l’art. 2740 c.c. protegge le ragioni dei creditori contro comportamenti fraudolenti o in mala fede del debitore, tesi a sottrarre taluni suoi beni alla garanzia generica, ma non mette in alcun dubbio il fatto che il debitore conservi la possibilità di realizzare validamente atti dispositivi del proprio patrimonio, quali possono essere quelli che impongano vincoli di destinazione su determinati beni a scopi consentiti dalla legge (come nel caso del fondo patrimoniale), tuttavia offrendo un’opportunità al creditore di agire in giudizio per rendere inefficaci tali atti nei suoi confronti e mantenere l’azione esecutiva sui beni che ne formino oggetto. Ne è ulteriore conferma il fatto che l’ordinamento sottopone i creditori ad una regola di autoresponsabilità, che esclude ogni tutela per quel creditore che sia rimasto inerte mancando di esperire l’apposita azione giudiziale.

Detto altrimenti, occorre distinguere – come si trova scritto nei manuali di istituzioni di diritto privato – la frode alla legge dalla frode ai creditori, posto che nel caso della frode ai creditori è leso un interesse particolare e il rimedio non è quello della nullità – che, come si sa, è posta a presidio di interessi generali, interessi di terzi o interessi indisponibili degli stessi contraenti –, bensì quello dell’“inopponibilità” dell’atto dispositivo ai creditori, che si ottiene attraverso l’utile esperimento dell’azione revocatoria di cui agli artt. 2901 ss. c.c.  [v., per es., Iudica-Zatti, Linguaggio e regole del diritto privato, Cedam, 14° ed., 2013, pag. 353: «Dalla frode alla legge si distingue la frode ai creditori, cioè l’atto con il quale il debitore pregiudica le ragioni dei creditori (per esempio, alienando un immobile per sottrarlo ai creditori, visto che il denaro è più facile da far scomparire): qui è leso un interesse particolare, e il rimedio è la inopponibilità ai creditori del contratto, che si ottiene mediante l’azione revocatoria (art. 2901)].  

È per le ragioni sopra esposte che non risultano – e non poteva essere altrimenti – precedenti giurisprudenziali che sanciscano la nullità dell’atto istitutivo di un fondo patrimoniale ai sensi dell’art. 1344 c.c., constando esclusivamente pronunce che se ne occupano a seguito di azione revocatoria per frode delle ragioni creditorie.

Da quanto esposto, emerge l’infondatezza, in punto di diritto, dell’iter argomentativo seguito dalla sentenza che si commenta nel dichiarare la nullità dell’atto istitutivo del fondo patrimoniale oggetto di causa, essendo giuridicamente in contrasto con i principi fondanti del sistema della responsabilità patrimoniale, nonché con quelli basilari dell’istituto della nullità, ritenere che l’art. 2740 c.c. possa costituire parametro per valutare l’illiceità di un atto dispositivo dei propri beni da parte del debitore, atto la cui validità la predetta norma codicistica non pone in alcun modo in discussione per le ragioni anzidette.

Nessuna delle argomentazioni offerte a supporto della conclusione raggiunta risulta, del resto, convincente, tantomeno quella secondo cui la validità dell’atto istitutivo di un fondo patrimoniale, facendo leva sul raffronto dell’istituto del fondo patrimoniale con il distinto istituto di cui all’art. 2645-ter c.c., è fatta dipendere dalla meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti al momento della sua costituzione, meritevolezza che nel caso sottoposto all’attenzione del Giudice di prime cure in concreto non sussisterebbe in ragione della volontà dell’odierna appellante e del coniuge di frodare le ragioni dei creditori della Società Beta tramite la segregazione dei beni costituiti nel predetto fondo. Il Giudice di prime cure non coglie le differenze strutturali notoriamente intercorrenti tra il fondo patrimoniale e l’atto di destinazione di cui all’art. 2645-ter c.c. La sentenza sembra dimenticare come, agli artt. 167 ss. c.c., il legislatore codicistico tipizzi gli interessi meritevoli di tutela, identificandoli nel soddisfacimento delle esigenze della famiglia e ritenendoli in grado di giustificare una limitazione della responsabilità patrimoniale. Al contrario, l’art. 2645-ter si contraddistingue per una struttura atipica: la limitazione della responsabilità patrimoniale del debitore è qui consentita in vista del perseguimento di interessi non predeterminati dalla legge, ma la cui individuazione è rimessa all’autonomia dei privati nei limiti tuttavia, com’è ovvio, della loro meritevolezza di tutela e, segnatamente, secondo l’opinione prevalente in giurisprudenza, della loro liceità. Valutazione, quest’ultima, evidentemente non necessaria qualora si proceda all’istituzione di un fondo patrimoniale, poiché già il legislatore si premura di tipizzare quali interessi possano ritenersi talmente meritevoli da giustificare una limitazione della responsabilità patrimoniale del debitore, individuandoli nei bisogni della famiglia. Se, dunque, può essere vero che un atto di destinazione debba sottostare ad un giudizio di meritevolezza degli interessi perseguiti onde poterne predicare la validità ai sensi dell’art. 2645-ter c.c., analoga esigenza non si pone per l’atto istitutivo di un fondo patrimoniale, per il quale tale giudizio di meritevolezza è svolto a priori dalla legge. Qualora la limitazione della garanzia patrimoniale – derivante dall’istituzione di un fondo patrimoniale oppure da un atto di destinazione ex art. 2645-ter – vada in concreto a frodare le ragioni dei creditori, l’ordinamento consente al creditore, tramite l’azione revocatoria, se ve ne siano i presupposti, di ottenere una dichiarazione di inefficacia relativa dell’atto nei suoi confronti.