Cultura, società - Formazione -  Redazione P&D - 02/11/2017

Il diritto civile di Stefano Rodotà - Vincenzo Roppo


    Una giornata di studi per ricordare il Maestro. Roma, La Sapienza, 26 ottobre 2017
    Presentazione
    di Vincenzo Roppo

    1. – Ometto saluti e ringraziamenti, cui ha già provveduto chi ha preso la parola prima di me, e vengo subito a Stefano Rodotà.
    Il quale fu civilista, ma come tutti sanno fu molto altro, molto più che civilista: fu giurista a tutto tondo, fu (come ha ricordato Gaetano Azzariti) cultore della “unità della scienza giuridica come valore”, non riducibile “ai mille specialismi che fanno perdere il senso stesso del proprio agire”. Ma poi Stefano fu anche molto altro, molto più che giurista: fu intellettuale a 360 gradi, fu uomo della politica, fu uomo delle istituzioni.
    Bene: queste dimensioni “altre” della figura pubblica di Stefano non sono al centro dell’iniziativa con cui l’Associazione Civilisti Italiani vuole oggi ricordarlo, e onorarlo. Questa giornata è dedicata propriamente al Rodotà civilista, al diritto civile di Stefano Rodotà.

    2. – Qualcuno potrebbe pensare che ci sia una cesura fra il Rodotà civilista e il Rodotà “altro” (o i Rodotà “altri”). Più radicalmente: che con la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 – chiusa la stagione delle Note critiche in tema di proprietà (1960), del Problema della responsabilità civile (1964), delle Fonti di integrazione del contratto (1969); e aperta la stagione di Politica del diritto (che nasce proprio nel 1970) – pensare, dicevo, che in questo passaggio di stagione Rodotà abbia smesso di essere civilista, per cominciare a essere altre cose: cose bellissime, ma altre dallo studioso del diritto civile. E potrebbe pensare che non bastino a smentire questa “deriva” i contributi degli anni ’80 e ’90 – prevalentemente metodologici, più che “sostanziali” – sul Metodo della ricerca civilistica e sulle Riflessioni dei privatisti. E forse neppure basti un’iniziativa editoriale pur molto rilevante, come la fondazione nel 1983 della Rivista critica del diritto privato. E neppure l’impegnativo lavoro sui beni comuni nel primo decennio del nuovo secolo.
    Sarebbe senza dubbio una visione tagliata con l’accetta, radicale, forse perfino grossolana; e comunque discutibile, perché cosa sia un “civilista” è questione su cui si possono avere idee molto diverse. Ma non una visione scandalosa, né oltraggiosa: qualche volta non c’è niente di male a essere radicali, o addirittura grossolani. Non discuto qui la questione e non prendo posizione. Dico solo questo. Se anche dovesse ammettersi che dagli anni ‘70 in avanti, e poi con sempre maggiore evidenza, Rodotà abbia smesso di essere frontalmente civilista (quanto meno, secondo una certa tradizionale accezione di “civilista”), nondimeno deve riconoscersi una cosa che qui intendo affermare con forza: che il Rodotà “altro”, il Rodotà degli anni ‘70 a seguire, non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il Rodotà civilista degli anni ‘60; che le elaborazioni di quella fase - sulla proprietà, sulla responsabilità, sul contratto - rappresentino un passaggio culturale e intellettuale decisivo per gli ulteriori straordinari sviluppi dell’itinerario di Stefano, per le sue mille avventure fuori dai confini ristretti del campo civilistico.

    3. – Il Rodotà civilista degli anni ‘60 fonda la sua riflessione scientifica in tema di proprietà sulla categoria della funzione sociale; poi àncora la ricostruzione del sistema di responsabilità civile su una concezione del danno “ingiusto” legata al principio di solidarietà; e infine, quando riflette sul contratto, il focus va sul precetto della buona fede oggettiva. In una parola: da civilista – da rigoroso civilista – scopre e valorizza la Costituzione; e insieme scopre e valorizza le clausole generali.
    Ebbene, da un lato scoprire la Costituzione - scoprire la sua rilevanza per le posizioni, gli atti, i rapporti regolati dal diritto privato - significa abbattere la barriera fra diritto privato e diritto pubblico. Risultato a cui egli perviene anche per altra via, constatando ad esempio in che ampia misura i contenuti della proprietà – anzi delle proprietà - e i contenuti dei regolamenti contrattuali siano conformati da atti del potere amministrativo. Ecco allora che dal Rodotà civilista nasce il Rodotà giurista in utroque (o meglio in pluribus, se non si vuole dire in omnibus).
    D’altro lato, scoprire le clausole generali significa due cose, entrambe legate al fatto che le clausole generali, per la loro effettiva operatività, hanno bisogno di appropriata Konkretisierung. Di qui due domande, e altrettante risposta.
    
    4. - La prima: chi è il protagonista della Konkretisierung? Risposta: ovviamente il giudice, con il carico di autonomia valutativa ma anche di autodisciplina valutativa – in una parola, con il carico di responsabilità – che in questo modo egli si assume. Parte di qui quella riflessione sulla giurisprudenza nel sistema delle fonti, sui rapporti fra giudice e norma, fra giudice e legislatore, che poi si sarebbe sviluppata in più ampie riflessioni su posizione, ruolo e organizzazione della magistratura nell’equilibrio dei poteri dello Stato.
    E così dal Rodotà civilista sboccia, in modo del tutto naturale, il Rodotà attento e acuto osservatore del sistema istituzionale complessivamente considerato.

    5. - La seconda domanda è: quali sono le vie, le tecniche, i contenuti della Konkretisierung? Risposta: per applicare le clausole generali nelle fattispecie concrete, il giudice deve fare necessario riferimento a dati extragiuridici, e precisamente alla realtà sociale (in una visione delle clausole generali come valvola che apre l’ordinamento giuridico alla società, alle culture e alle prassi che vi maturano).
    E dunque nel Rodotà civilista c’è già, in nuce, il Rodotà che sempre più si sarebbe proposto anche come scienziato sociale. Conformemente, del resto, alla sua visione antiformalista del diritto come tecnica di organizzazione e governo della società.

    6. - Una piccola parentesi per dire come tutto questo spieghi la speciale empatia di Stefano verso il common law.
    Nelle sue ampie e ricche frequentazioni transfrontaliere, egli non aveva particolare trasporto per il mondo giuridico tedesco (da Windscheid a Kelsen in giù). Senz’altro era più attratto dal mondo giuridico francese (forse più nella prospettiva storica che in quella della contemporaneità). Ma senza dubbio il massimo afflato lo nutriva per l’ambiente anglo-americano (Guido Alpa ha ricordato di recente i suoi soggiorni di studio a Stanford e a Oxford All Souls): proprio perché si tratta di ambiente caratterizzato dalla centralità del giudice nella dinamica del sistema giuridico, e da una concezione antiformalistica del diritto come macchina sociale.

    7. – E un’altra piccola parentesi. Una delle più significative dimensioni del Rodotà uscito oltre gli steccati del diritto civile è quella che si intitola ai diritti (alla cultura dei diritti, alla politica dei diritti): una dimensione da lui espressa sul terreno della letteratura, in opere che tutti conosciamo; ma anche sul terreno politico-istituzionale, con il ruolo protagonista giocato nella elaborazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – la Carta di Nizza del 2000.
    Ebbene, come non pensare che questa sensibilità al tema dei diritti - diciamo pure dei diritti soggettivi – sia in qualche modo tributaria delle categorie, dello spirito stesso del diritto civile?

    8. – Infine, non posso non aggiungere una cosa. I discorsi che Rodotà sviluppa sulla proprietà, sulla responsabilità civile, sul contratto nei lavori degli anni 60 sono certamente discorsi “tecnici”, fedeli al canone del buon metodo giuridico. Ma con altrettanta certezza può dirsi che sono discorsi non esclusivamente e aridamente “tecnici”, bensì animati da valori, principi, obiettivi eticamente e socialmente significativi: in una parola, sono anche discorsi “politici”.
    Non è allora un caso se – chiusa la stagione delle grandi monografie civilistiche degli anni 60 con Le fonti di integrazione del contratto (1969) – già l’anno dopo, in stretta continuità anche cronologica con il lavoro del decennio appena chiuso, si apre la stagione di Politica del diritto dove nell’editoriale scritto per il numero 1 dell’anno I Stefano ragiona di una (cito) “scienza giuridica… che si ponga… come un luogo in cui non solo si apprestano strumenti tecnici, ma si operano pure coraggiose scelte politiche, capaci di restituire a quegli strumenti la funzione di attuare i valori che soli possono condurre a trasformazioni profonde della società”.
    E dunque possiamo ben dire che il Rodotà civilista già incubava il Rodotà politico del diritto, e politico tout court.

    9. – La conclusione è chiara: parlare di Rodotà civilista, come oggi noi vogliamo fare, è tutt’altro che assumere una dimensione parziale e minore del Maestro – quasi una deminutio.
    Al contrario, significa cercare le radici profonde e feconde di quella che si sarebbe poi disegnata come la sua grande e complessa figura. E significa trovarle in quel diritto civile che gli antichi dicevano fondato sui tre precetti di honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere.