Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Marco Faccioli - 18/12/2019

Il diritto italiano ed europeo in tema di la violenza sulle donne. Lettura ed analisi della normativa a tutela della diversità di genere.

Con “violenza sulla donna” si intendono tutte le forme di violenza di genere, e più specificatamente quelle previste nel capitolo V della Convenzione di Istanbul (“Council of Europe Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence”, Istanbul 11 maggio 2011), ossia la violenza psicologica, gli atti persecutori generalmente definiti col termine stalking, le violenze fisiche e i soprusi, la violenza sessuale compreso lo stupro ed ogni molestia sessuale ed atto di libidine ...ma anche il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, l’aborto e la sterilizzazione forzati. La violenza di genere deve essere intesa quale stretta conseguenza della discriminazione basata sul sesso e violazione dei diritti umani fondamentali. Non coinvolge solo le donne in quanto vittime di discriminazione e di reati violenti quali lo stupro e le lesioni per maltrattamenti domestici, ma anche le loro famiglie, in particolare i figli minori, e l’intera società civile. Sono quindi indispensabili misure per combattere e prevenire la violenza contro le donne, sia a livello sovranazionale che nazionale. (Biancardo A. in filodiritto.com)
Si sovrappone parzialmente al concetto di violenza di genere la violenza domestica, nei casi in cui sia perpetrata nei confronti delle donne. Per violenza domestica si intende la violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verifica all’interno del nucleo familiare, anche nei confronti dei minori.Nella difesa della donna contro la violenza è di primaria importanza la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, in quanto dotata di un meccanismo giurisdizionale (la Corte EDU con sede a Strasburgo) che permette una effettiva tutela dei diritti. Si passi ora all'analisi della normativa sul punto, evidenziandone gli articoli maggiormente interessanti.
Gli articoli 2 e 3 CEDU (convenzione europea per i diritti dell'uomo) osteggiano la violenza di genere innestandosi in un più ampio sistema di tutela dei diritti umani fondamentali, mentre più specifico è l’articolo 14. L’articolo 2 CEDU stabilisce che “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge” mentre l’articolo 3 afferma che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
L’articolo 14 vieta invece ogni forma di discriminazione, “in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”. Sempre in ambito sovranazionale, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea stabilisce all’articolo 1 l’inviolabilità della dignità umana, all’articolo 2 il diritto alla vita, all’articolo 4 il divieto a trattamenti inumani, e all’articolo 21 il diritto alla non discriminazione fondata sul genere. La Carta include all’articolo 23 il principio di parità tra uomini e donne “in tutti i campi”.
Il principio della parità tra uomini e donne è sancito dai principali trattati europei. L’articolo 8 TFUE (trattato sul funzionamento dell'unione europea) prevede che “nelle sue azioni l’Unione mira ad eliminare le ineguaglianze, nonché a promuovere la parità, tra uomini e donne”, e l’articolo 10 afferma che “l’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso”. L’articolo 19 del TFUE consente l’adozione di provvedimenti legislativi per combattere tutte le forme di discriminazione, incluse quelle fondate sul sesso. La disposizione di tale articolo, pur non avendo una portata precettiva giacché non introduce specifici divieti di discriminazione, costituisce altresì una base giuridica per l’adozione di misure di contrasto alla disparità di genere.
L’articolo 157 promuove il principio della parità di trattamento in materia di occupazione e impiego. L’Unione europea si fonda su un insieme di valori, tra cui l’eguaglianza, e promuove la parità tra uomini e donne (articolo 2 e articolo 3 paragrafo 3, del Trattato sull'Unione europea).
Tali obiettivi sono altresì sanciti dal già citato articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Nella dichiarazione n. 19, allegata all’atto finale della Conferenza intergovernativa che ha adottato il trattato di Lisbona, l’Unione e gli Stati membri si sono impegnati “a lottare contro tutte le forme di violenza domestica (...), per prevenire e punire questi atti criminali e per sostenere e proteggere le vittime”.
Sempre nell’ambito dell’Unione europea, molto importante è la Direttiva 2011/99/UE sull’ordine di protezione europeo che stabilisce un meccanismo per il reciproco riconoscimento delle misure di protezione in materia penale tra gli Stati membri. La Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e Consiglio ha poi istituito le norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, con la libertà per gli Stati di ampliare i diritti in essa previsti per assicurare maggiori tutele.
La direttiva pone l’accento sulla violenza di genere, intesa come violenza diretta contro una persona a causa del sesso. Tale violenza può provocare un danno fisico, sessuale, emotivo, psicologico ovvero una perdita economica della vittima, e viene considerata una forma di discriminazione e una violazione delle libertà fondamentali. Le donne vittime di violenza di genere necessitano di assistenza e protezione speciali “a motivo dell’elevato rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, di intimidazione e di ritorsioni connesso a tale violenza”. Per vittimizzazione secondaria e ripetuta si intende lo stato di disagio a cui sono sottoposte le vittime di un reato nel vedersi costrette a reiterare più volte le narrazioni relative ad esso, anche ai fini di accertamento della loro credibilità e moralità. Gli articoli 18-24 della Direttiva si interessano specificamente della protezione della vittima e dei loro familiari dal rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta. La Direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012 stabilisce inoltre specifici diritti di protezione della vittima, fra cui quello di audizione, informazione, assistenza, rimborso spese, tutela della vita privata.
A livello nazionale italiano il Decreto Legislativo 11/2009 recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” introduce la misura cautelare del divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter Codice procedura penale), e il reato di stalking previsto e punito dall’articolo 612 bis del codice penale. Tale reato, rubricato come “atti persecutori”, riguarda la reiterazione di molestie, che fino all’introduzione dell’articolo 612 bis codice penale non veniva ritenuta penalmente rilevante, ovvero considerata come fattispecie autonoma. Si tratta di atti quali telefonate e messaggi ricevuti dalla vittima a qualsivoglia ora del giorno e della notte, offerta di regali non desiderati, pedinamenti, sorveglianza, che se presi singolarmente possono apparire innocui, ma la cui reiterazione può provocare uno stato d’ansia e paura che costringe la vittima a modificare le proprie abitudini ed a vivere in una perenne angoscia.
La legge prevede che la vittima di molestie possa, ancor prima della denuncia-querela, ricorrere alle autorità per chiedere che sia rivolto un ammonimento al responsabile delle vessazioni. Il Testo unico in materia di spese di giustizia stabilisce, inoltre, che per le vittime di violenza sessuale, stalking e maltrattamenti, è possibile accedere al gratuito patrocinio, anche in deroga ai limiti di reddito ordinariamente previsti. Il decreto del 2009 prevede anche l’attivazione di un numero verde a beneficio delle vittime di molestie. Il Decreto Legislativo n. 93/2013, che introduce disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, amplia i diritti processuali delle vittime di violenza domestica.
Gli articoli 342 bis e ter, inseriti nel Codice Civile con legge 154/2001, disciplinano l’ordine di protezione contro gli abusi familiari. Il giudice può, infatti, adottare misure urgenti per impedire comportamenti che mettano a rischio la serenità familiare. Il codice penale, all’articolo 572 disciplina il reato di maltrattamenti in famiglia. Importante è anche il Decreto legislativo 212/2015 attuativo della direttiva 2012/29/UE in materia di assistenza e protezione delle vittime di reati, il quale ha introdotto precisi obblighi informativi in favore delle persone offese. Tale decreto ha, difatti, inserito nel codice di procedura penale gli articoli 90 bis il quale prevede che alla persona offesa vengano fornite in lingua ad essa comprensibile informazioni in merito al procedimento, 90 ter il quale prevede comunicazioni in merito all’eventuale evasione o scarcerazione dell’accusato, 90 quater il quale identifica le condizioni di vulnerabilità dell’offeso, 143 bis che prevede ipotesi supplementari di nomina di un interprete.