Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Antonio Arseni - 08/05/2020

Il dovere di cautela del danneggiato nella responsabilità custodiale ex art 2051 C.C. .Casi pratici

La cera sparsa sulla strada comunale, percorsa da un motociclista dopo il passaggio di una processione, programmata per le imminenti celebrazioni pasquali, determina la rovinosa caduta a terra dello stesso.

Un pedone cade a causa di un tombino scoperto presente nel centro della cittadina.

Una signora che abitava nell’edificio condominiale cade rovinosamente a terra nel cortile comune a causa della presenza in loco di un dissuasore per il parcheggio autoveicolare.

Un uomo cade dal tetto di un capannone di proprietà altrui, posto a 5 mt da terra, mentre lo stava ispezionando per valutare la possibilità di installare un impianto fotovoltaico.

Una settantaduenne, camminando in una strada comunale, priva di ogni sistema di sicurezza in ora diurna e nella stagione invernale, cadeva a terra scivolando su una lastra di ghiaccio di notevoli dimensioni.

Una signora, recandosi a far visita alla zia paterna, cade nell’androne dell’edificio condominiale perché il pavimento era bagnato.

Una donna, che si trovava a transitare su una strada del centro di un comune piceno, cadeva a causa di una buca imprevista e non segnalata.

Quasi quotidianamente, ci vengono somministrate notizie di incidenti, anche gravi, non di rado mortali, che sfociano spesso in interminabili contenziosi giuridici, alcuni dei quali approdano in Cassazione chiamata ad assicurare l’esatta osservanza e la uniforme interpretazione della legge.

In materia di responsabilità per la custodia della cosa, la casistica giurisprudenziale è veramente cospicua ed i casi ricordati costituiscono solo una piccola parte di quelle fattispecie in cui il Giudice di merito è stato chiamato a pronunciarsi  su quella che è stata definita. soglia di responsabilità del custode correlata al tema del caso fortuito, idonea ad escluderla, che costituisce, più propriamente, l’oggetto del presente approfondimento.. Sullo sfondo i casi più comuni o classici, portati frequentemente alla cognizione del Giudice, come quelli relativi alle “variopinte” cadute sulla strada, marciapiedi o aree pubbliche, involgenti la responsabilità, soprattutto, della Pubblica Amministrazione, causate dalla  mancata manutenzione delle stesse, che spesso determina una grave situazione di pericolo per gli utenti.

Ma, prima di affrontare lo specifico tema delle cause di esonero della responsabilità custodiale, va preliminarmente detto che trattasi di responsabilità presunta per la cui operatività sono  prescritte due condizioni, ossia l’esistenza di un rapporto di custodia, identificandosi lo stesso in una relazione, per l’appunto, tra cosa e colui (possessore, detentore, proprietario) il quale ha un effettivo potere sulla stessa, nonché il fatto che il danno lamentato sia provocato dalla cosa in custodia.

La relazione tra cosa e custode, permette di prescindersi dal carattere colposo o dall’attività di quest’ultimo.

Essendo di natura oggettiva, la responsabilità ex art. 2051 CC necessita, per la sua configurabilità, della esistenza del nesso eziologico fra cosa ed evento.

Importante l’inciso dell’art. 2051 CC, “dalla cosa”; il che sta a significare che il danno, come autorevolmente precisato dal S.C. (v. ad esempio Cass. 5031/1998) deve, imprescindibilmente, essere provocato “per il fatto della cosa”: la cosa, cioè, non deve rappresentare mera occasione del processo produttivo del danno, ma essa stessa deve esserne la causa o concausa, per la sua intrinseca natura ovvero per l’insorgenza in essa di agenti dannosi (così Cass. 4480/2001 e 3662/2013).

La giurisprudenza di legittimità negli ultimi tempi, pacificamente ritiene che la presunzione opera anche quando il danno sia associato “alla cosa” in concorso con altri fattori causali. Sotto tale profilo è di tutta evidenza che non sarebbe lecito discorrere della responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 CC, allorché il danno sia provocato “con la cosa” (es. ferita provocata ad una persona con un coltello) che rappresenta tutta altra problematica, essendo il danno risarcibile ex art. 2043 CC.

Dunque, si considera arrecato “dalla cosa” il danno non solo “provocato dal dinamismo proprio della cosa stessa e, quindi, a causa di un suo intrinseco potere, ma anche perché dovuto a causa di un agente o processo dannoso insorto od eccitato nella cosa”.

In definitiva, i presupposti per la operatività dell’art. 2051 CC, sono i seguenti:

  1. il danneggiato deve fornire la prova dell’esistenza del nesso causale fra cosa ed evento;
  2. il danneggiante deve avere un potere effettivo sulla cosa e la possibilità di intervenire sull’oggetto che ha provocato il danno, in modo tale e sufficiente ad evitarlo attraverso la preventiva opera di controllo e sorveglianza;
  3. il danno deve essere cagionato dalla cosa in ragione del dinamismo connaturato e/o dell’agente esterno occorso, dovendosi prescindere da ogni valutazione in ordine alla diligenza o meno del custode (si parla a proposito di rischio da custodia) ed essendo irrilevante ogni indagine sulla insidiosità della cosa stessa, in quanto l’accertamento della responsabilità in questione (di natura oggettiva) attiene alla esistenza del nesso eziologico.

La Cassazione ha ulteriormente chiarito e precisato (v. Cass. 2660/2013 e Cass. 18462/2015) che “la prova del nesso causale è particolarmente rilevante e delicata nei casi in cui il danno non sia l’effetto di un dinamismo interno alla cosa, scatenato dalla sua struttura o funzionamento (es. scoppio della caldaia, scarica elettrica, frana sulla strada e simili) ma richiede che al modo di essere della cosa si unisca l’agire umano ed in particolare quello del danneggiato, essendo essa di per sé statica ed inerte”.

La dimostrazione del nesso di causalità deve, quindi, comprendere ogni fatto che dia contezza dell’esistenza, nella cosa, di una potenzialità dannosa intrinseca tale da giustificare le oggettiva responsabilità del custode.

Trattasi di presupposti, di operatività dell’art. 2051 CC, che debbono essere dimostrati dal danneggiato, al fine di poter affermare che il danno è conseguenza causale della situazione dei luoghi (così ex multis Cass. 2660/2013 e Cass. 18462/2015).

Tale ultima decisione spiega come non si ponga un problema di caricare sul danneggiato l’onere di dimostrare il cattivo funzionamento della cosa, quanto piuttosto semplicemente di esigere la dimostrazione del collegamento tra la cosa e l’evento danno. Nella fattispecie esaminata dalla S.C. e da cui è scaturita la sentenza 18462/2015, si discuteva se un tappeto, di per sé un oggetto non intrinsecamente pericoloso, lo possa diventare attraverso un comportamento inadeguato del danneggiato tale da rompere il nesso causale.                                                                                                                     

La Corte Regolatrice ha ritenuto di si  con  conseguente  rigetto della domanda di risarcimento per i danni a cagione della caduta, all’interno di un esercizio commerciale, asseritamente determinata dal cattivo posizionamento del tappeto. Negata, per l’appunto, non avendo l’uomo dimostrato la sussistenza di un presupposto necessario per la configurabilità della responsabilità oggettiva in capo al custode, ossia il nesso di causalità.

Una volta provati, da parte del danneggiato, gli elementi costitutivi la responsabilità oggettiva, l’evento dannoso ed il nesso causale nei termini suddetti, il danneggiante può liberarsene dimostrando il caso fortuito, cioè l’esistenza di un fattore estraneo che, per il carattere dell’imprevedibilità e dell’eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale, escludendo la sua responsabilità (v. ex multis Cass. 25243/2006, Cass. 15389/2011, Cass. 9323/2015)

In tal caso, precisa Cass. 23/01/2019 n° 1725 “la serie causale materialmente si spezza ma solo se ciò è imprevedibile, questa rottura sprigiona i suoi effetti giuridici, ovvero toglie di mezzo agli effetti giuridici la serie ordinaria causale”.

Nella nozione di caso fortuito, la giurisprudenza ricomprende anche il fatto del terzo o dello stesso danneggiato, come può essere la sua imprudenza o l’utilizzazione impropria del bene, la cui pericolosità sia apprezzata da chiunque (v. Cass. 10461/2002, Cass. 5236/2004, Cass. 5334/2004), o, più in generale, il comportamento dello stesso danneggiato avente una efficacia causale tale da interrompere il nesso eziologico tra la cosa e l’evento o da affiancarsi come ulteriore contributo utile alla produzione del danno (Cass. 5839/2007, Cass. 8229/2010, Cass. 7125/2013, Cass. 5877/2016, Cass. 25837/2017, Cass. 18856/2017, Cass. 6034/2018).

Quindi, una volta accertata una condotta negligente, distratta, imperita, imprudente della vittima del danno da cosa in custodia, ciò non basta di per sé ad escludere la responsabilità del custode. Infatti “la condotta della vittima di un danno causato da una cosa in custodia in tanto può escludere la responsabilità del custode in quanto possa reputarsi caso fortuito; e può reputarsi tale quando imprevedibile da parte del custode (in tal senso v. Cass. 18/05/2015 n° 18317).

I giudizi di negligenza della vittima e di imprevedibilità della sua condotta da parte del custode non si implicano a vicenda e sono tra loro eterogenei.

La responsabilità del custode, aggiunge la S.C., “è esclusa dal caso fortuito ed il caso fortuito è un evento che” previderi non potest”.

In questo senso, ai fini della responsabilità del custode, quando da quest’ultimo viene eccepita la colpa della vittima, occorre che il Giudice proceda ad un duplice accertamento:

  1. la vittima deve aver tenuto un comportamento negligente;
  2. quel comportamento non era prevedibile.

Ciò comporterebbe (così come anche affermato da Cass. 27/06/2016 n° 13272) l’importante conseguenza che la mera disattenzione della vittima non necessariamente integra il caso fortuito per i fini di cui all’art. 2051 CC in quanto il custode è tenuto a dimostrare anche di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire i danni derivanti dalla cosa..

E la condotta della vittima di un danno da cosa in custodia, può dirsi imprevedibile quando sia stata eccezionale, inconsueta, mai avvenuta prima, inattesa da una persona sensata.

Conclusivamente e riassuntivamente può affermarsi che, secondo il consolidato orientamento, “il criterio di imputazione della responsabilità, di cui all’art. 2051 CC, ha carattere oggettivo essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione, da parte dell’attore, del nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno, mentre sul custode grava l’onere della prova liberatoria del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno, ed è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, CC, e che deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva” (cfr. Cass. 27724/2018).

Recentemente tale principio è stato ribadito, con alcune precisazioni (v. ad es. le ordinanze della Cass. 01/02/2018 n° 2480, 2481, 2482, 2483).

È stato, infatti, chiarito che “in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con il bene, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227, comma 1, CC, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro. In tal senso v. da ultimo, le già citate sentenze della Cassazione 1725/2019, 30493/2019, 31217/2019, 347/2020, 858/2020, 2872/2020, 4129/2020, 6403/2020.

Ed è proprio sulla base degli esposti principi che si è esclusa la responsabilità del custode ex art. 2051 CC, nelle fattispecie concrete richiamate all’inizio del presente elaborato. In particolare, nel caso della notevole quantità di cera sparsa sulla strada pubblica a seguito di una processione religiosa, la Corte Regolatrice ha annullato la impugnata sentenza per il fatto che il custode non poteva conoscere lo stato dei luoghi successivo alla processione per il breve lasso di tempo tra la copertura con cera del manto stradale e la caduta del motociclista, il quale sulla stessa era scivolato: un tempo cosi breve da far presumere la non conoscibilità dell’evento necessaria per permettere al custode di intervenire tempestivamente per ovviare all’inconveniente.

L’appunto degli Ermellini si sostanzia nel fatto che in realtà la Corte Territoriale avrebbe orientato la propria decisione non sulla conoscibilità nel senso di prevedibilità, bensì su una asserita impossibilità di intervento in tempi immediati su ciò che comunque non sarebbe stato prevedibile. Il Giudice di 2° grado avrebbe pretermesso il profilo della prevedibilità di tale evento, da parte del custode, ossia la ipotesi in cui non rileva la durata del tempo posteriormente intercorso, in quanto il custode, per il suo obbligo di vigilanza, deve anche essere probabilisticamente consapevole ex ante degli eventi pericolosi coinvolgenti la cosa custodita in misure esigibile, ovvero quanto ragionevolmente ne sussiste la prevedibilità.

La Corte di merito, dopo aver accertato le modalità del sinistro, che era onere dell'attore danneggiato provare, non avrebbe espletato in modo completo il conseguente stadio della prova del caso fortuito gravante sul custode, perché si era limitata a vagliare la esigibilità (ovvero la giuridica possibilità) della conoscibilità ex post da parte del custode, rimarcando il lasso di tempo tra processione e sinistro, senza considerare la esigibilità della conoscibilità ex ante, in termini appunto di prevedibilità, da parte del custode stesso. Eppure era emerso nel giudizio di merito che la processione era stata programmata per celebrare le imminenti festività pasquali ed era ben a conoscenza del Comune al punto da destinare alcune strade ad uso esclusivo della stessa, essendo per lo più fatto notorio che ogni processione è caratterizzata da una fiaccolata, con conseguente dispersione di cera sul manto stradale, rendendolo più scivoloso e meno sicuro. Dacchè ben  poteva l’amministrazione comunale transennare la strada inibendone l’accesso o, quanto meno, rendere edotti gli utenti della strada del pericolo. Errata dunque, secondo il ragionamento della S.C., la qualificazione della situazione di pericolo come caso fortuito, non potendosi ragionevolmente esigere che l’amministrazione comunale provvedesse alla ripulitura della strada immediatamente dopo il passaggio della processione, essendo l’Ente pubblico ignaro della situazione di pericolo determinata dalla presenza della cera.

Relativamente al caso della caduta in un tombino scoperto, posto su una strada comunale (Cass. 31217/2019), ad integrare il caso fortuito e, quindi, ad escludere la responsabilità del custode, è stata la condotta negligente e disattenta del danneggiato, un cinquantenne, stante la circostanza della visibilità dello stato dei luoghi e, quindi, la prevedibilità dell’evento suffragata dal fatto che lo stesso abitava proprio nei pressi del luogo del sinistro – in un contesto, quindi, in cui non poteva non essere nota al medesimo la condizione di dissesto della strada – e la caduta avvenne in condizioni di illuminazione diurna del tutto sufficiente.

Nei casi decisi da Cassazione 347/2020 (caduta in un cortile condominiale per la presenza di un dissuasore per il parcheggio), da Cass. 858/2020 (caduta da un tetto di un uomo che era salito sullo stesso per verificare la possibilità di installare sul posto un impianto fotovoltaico), da Cass. 2872/2020 (caduta di una donna di 72 anni per essere scivolata su una lastra di ghiaccio), da Cass. 6403/2020 (buca stradale che tradisce una donna la quale ivi si trovava a passare) e da Cass. 4129/2020 (caduta in un androne condominiale per essere il pavimento bagnato), i Giudici di legittimità rispecchiano il suesposto schema logico assegnando, in particolare, rilievo causale concorrente alla condotta imprudente del danneggiato.

Dunque, come evidenziato dalla giurisprudenza della Suprema Corte,” non esisterebbe un unicum di caso fortuito in relazione ai limiti di responsabilità del custode. Da un lato, infatti, sussiste il caso fortuito consistente in un fatto naturale o del terzo, ove si rinviene realmente la  imprevedibilità/inevitabilità. E, dall’altro, sussiste il diverso caso fortuito rappresentato dalla condotta del potenziale danneggiato e questa seconda specie deve essere valutata tenendo anche conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso all’art, 2 della Costituzione. Tale contemperamento risponde anche al canone di proporzionalità imposto dall’art. 2 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Sotto tale profilo, come già detto, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte dello stesso danneggiato delle cautele normalmente prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale dl comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompe il nesso causale tra fatto ed evento dannoso, quando lo stesso comportamento, benché astrattamente prevedibile, sia da escludere come evenienza ragionevole ed accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale. In altro senso, la imprevedibilità di questo tipo di condotta viene, in buona sostanza, a coincidere tendenzialmente con una condotta negligente o imprudente, cioè divergente da una condotta doverosamente cauta.