Deboli, svantaggiati  -  Paolo Cendon  -  27/05/2022

Il grande cielo

Morenti che soffrono, disabili con  barriere architettoniche,  vittime di pedofilia,  il dopo di noi,  bambini tra famiglia biologica e adottiva. Non si parla d’altro nei giornali,  ultimamente. E la sensazione è spesso  - aggiungo - di  incertezza, di un vuoto; non sempre è    chiaro   cosa occorra  fare, volta a volta, quale sia  la soluzione preferibile.

Buona l’idea di attrezzare perciò, anche  in Italia, un contenitore unitario per  quelle voci; una specie di testo unico, un  “codice delle persone fragili”, a 360 gradi.

Certo i pericoli, è stato detto, non mancano; che escano sbiadite  le peculiarità delle singole categorie, che si ghettizzi l’insieme dei deboli.  Un po’ di verità c’è   in timori simili. Secondo me i vantaggi sono comunque superiori. Disporre le cose una accanto all’altra può aiutarci a scoprire  le ricchezze di ciascuna, rivelando i fili conduttori della materia. Così da risolvere  meglio, alla fine,   le singole controversie.

La l. 180, quella del no al  manicomio,  ad esempio: insegna qualcosa sull’uomo, in generale? Direi di sì, lo fa: indica vie d’uscita valide  anche per chi accusi disturbi  fisici; vessilli utili  anche a noi che stiamo bene.  Non schiacciare, non omologare: tanto vale  collocare  quella legge,  allora, accanto alla l. 104 sulla disabilità. La  quale potrà,  a sua volta,   gettare  parte della sua luce sulla prima; della quale è un po’ figlia, e oltre la quale ha saputo andare, lungo  vari crinali.

 Tanti   gli interrogativi,  nel continente della “debolologia”, a cui è difficile rispondere. Qualcuno a caso. Un‘anoressica vogliamo  aiutarla a non morire, anche se non è  una malata di mente, cui applicare il t.s.o. del 1978? Un pazzerello il quale butta  i mobili dalla finestra è giusto che non risponda (“Tanto sono incapace!”)  verso chi  è colpito sulla testa? Un padre che abbandoni il figlio, scappando alle Maldive,   dovrà risarcirgli  il danno esistenziale?   Giovanni, contadino un po’  suonato, che ha  però le galline che lo salutano  festosamente e il cane che gli corre incontro, quando torna alla masseria, può fare a meno dell’amministratore di sostegno?

Una donna incinta la quale beve una bottiglia di grappa al giorno,  lasceremo che continui così, senza intervenire? Emma, ragazza down,  buone scuole, vorrebbe fare testamento, accendere un mutuo, è possibile? Quel  vecchietto innamorato può  sposare  la giovane Ivanka, di paesi lontani, che la sera gli scalda il latte e anche il letto?

Il “Grande cielo della fragilità” non sarà una bacchetta magica, può però aiutarci a rispondere. Cucendo insieme i pezzi sparsi, con un filo  leggero, trasparente -  sia dentro  che  fuori il codice civile (perché il divorzio di  là  e l’affido condiviso di qua?  mistero, ah legislatore,  quante ne combini!). 

 Vedo bene, così,  la legge sulle cure palliative  accanto a quella sul testamento biologico (se mai si farà). Volontariato e cooperative sociali  sono già un po’ parenti, troviamo qui due sedie a tavola,  vicine,. E il contagio funziona, osserverei,  anche nelle combinazioni meno scontate.  Il fondamento è sempre un essere umano che non ce la fa a gestirsi,  da solo, che   starà meglio  se incontra  seri appoggi. L’idea è che il Rinascimento  sia  comunque una stanza  felice, accogliente.

Quindi  sì   anche la Giusta causa  che dialoga con l’Adozione, lo Statuto  dei  lavoratori con i  Diritti dei carcerati,  l’Aborto accanto ai  Trapianti, la Donazione di organi  che magnetizza i Transessuali.

Sognatori poco fortunati di tutto il mondo, unitevi.

Un po’ come certi fumetti disneyani degli anni ’30,  con al  centro una cucina campagnola a tarda sera, dove tutto  è immobile.  Poi  i fatidici colpi di mezzanotte,  l’interno  che si accende. E  vediamo gli oggetti  prendere vita,  cominciare a muoversi, con delle specie di bocche,  di occhi   e di gambe, agitandosi  e ballando fra loro. La grattugia del formaggio fa i salti col cetriolo, la tazzina del bebè con uno  strofinaccio, le forchette in tutù  nel quartetto del Lago dei cigni, un  tiro alla fune  giocoso  tra saliera e paglietta di ferro ...  fin  che non spunta l’alba.

 




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