Malpractice medica - Colpevolezza, causalità -  Andrea Castiglioni - 04/11/2017

Il mancato rispetto dei consigli del medico interrompe il nesso causale - Trib. di Roma, 20530 del 31.10.2017

Il Tribunale di Roma respinge la domanda di risarcimento avanzata dai genitori per il decesso del figlio minore.

Il fatto è il seguente: il minore veniva portato, per n. 7 volte nell’arco di un mese e mezzo, al Pronto Soccorso di 3 diversi ospedali (il motivo era una difficoltà respiratoria grave). Durante tutti i ricoveri gli veniva somministrata una cura farmacologica; quindi veniva dimesso (tranne durante l’ultimo ricovero, dove decedeva) in ragione del fatto che il quadro clinico si stabilizzava e rientrava nella norma. Durante l’ultimo ricovero, la situazione era irrecuperabile.

I genitori denunziavano il fatto che un determinato farmaco non doveva essere somministrato; in più ritenevano che il bugiardino del farmaco medesimo fosse errato (infatti citavano in giudizio anche la casa farmaceutica).

Il motivo per cui il Tribunale respinge la domanda si fonda sull’assenza di nesso causale tra la condotta degli operatori sanitari e l’evento morte. Al momento delle dimissioni dal Pronto Soccorso, tutti i sanitari indicavano ai genitori di intraprendere un trattamento sanitario specialistico; era necessario rivolgersi ad uno specialista pneumologo, endocrinologo, nonché dietologo (il minore era obeso), il tutto sotto la supervisione del medico di base. I CTU rilevavano che questo trattamento sanitario era inesistente: tra i vari ricoveri al Pronto Soccorso, la cui funzione non era quella di curare ma di riportare il quadro clinico entro una soglia di normalità, nessuna visita era stata fatta. Un vera cura sarebbe stata ottenuta solo con l’intervento di medici specialisti.

Nessun intervento terapeutico era stato fatto; nessuna visita dal pneumologo, endocrinologo o dietologo. Ciò è stato sufficiente per concludere che il trattamento farmacologico era stato somministrato in modo corretto; ogni operatore sanitario coinvolto aveva lavorato secondo le leges artis e nel rispetto delle buone pratiche cliniche. Parimenti, nessuna errata utilizzazione era stata fatta del farmaco indicato dai genitori.

L’omissione dei genitori, cioè la mancata ottemperanza alle indicazioni ricevute dai medici, ha escluso il nesso causale tra l’evento morte e la prestazione dei sanitari. In altre parole, gli interventi degli operatori sanitari, secondo un giudizio di alta credibilità razionale, non è stato causa dell’evento.

Gli attori, secondo il principio della soccombenza, sono tenuti a rifondere le spese legali a tutte e 6 le parti in causa (strutture sanitarie, assicurazioni e casa farmaceutica; € 23.000,00 di compensi, oltre oneri e accessori, moltiplicato per 6). Ciò deve insegnare che, al di là dei contenziosi per responsabilità sanitaria, è consigliabile promuovere un accertamento tecnico preventivo (art. 696 c.p.c.), oppure, meglio ancora, una consulenza tecnica preventiva al fine della prevenzione della lite (art. 696 bis c.p.c.). 

Si segnala che la L. 27/2017 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, c.d. riforma Gelli-Bianco), ratione temporis non applicabile al caso di specie, all'art. 8, co. 1, prevede infatti il tentativo obbligatorio di conciliazione ex art. 696 bis c.p.c., quale condizione per l'esercizio dell'azione (co. 2); con partecipazione personale obbligatoria delle parti, pena la condanna alle spese di lite, oltre ad una pecuniaria a favore delle parti che erano presenti alla consulenza tecnica, anche in caso di accoglimento della domanda (co. 4; quindi l'attore potrà vincere la causa ma essere condannato al pagamento delle spese legali delle altre parti, se è stato assente alla consulenza tecnica).