Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 02/12/2017

Il matrimonio fra minorenni esiste ancora! Nota a Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta, decreto 26 ottobre 2017.

Sinceramente pensavo che l’art. 84 c.c. fosse un retaggio di altri tempi. Le sentenze reperibili in Banca Dati risalgono ai primi anni 80. Segno dell'evoluzione del costume. Fortunatamente!

Non che non esistano matrimoni con minorenni. Ma si tratta di un fenomeno che statisticamente si riscontra all'interno di minoranze etniche o a culture diverse dalla nostra.

E invece, il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta si è trovato davanti ad un caso singolare per il 2017. Due infrasedicenni che volevano sposarsi.

Rispolveriamo questo vetusto istituto!

Quello della maggiore età è nel nostro ordinamento un requisito indispensabile per poter contrarre matrimonio, tanto da divenire un limite, un impedimento secondo la dizione dell’art. 84 c.c.[1]. Si presume, infatti, che il maggiorenne - avendo acquisito per legge la piena capacità di agire - sia in possesso di quel minimo di maturità occorrente per affrontare un impegno così serio e tendenzialmente perpetuo.

La norma dunque, prevede che il matrimonio non possa essere contratto da minori di età e, di seguito, disciplina la procedura che necessita di ricorso all’autorità giudiziaria, per consentire il matrimonio di chi, pur non avendo ancora raggiunto la maggiore età, abbia comunque superato i sedici anni. Conseguentemente, non è prevista alcuna possibilità di celebrazione nel caso di chi abbia meno di sedici anni, in quanto si tratta di un limite inderogabile di ordine pubblico. Il matrimonio contratto da un minore di anni 16 rappresenta, per il nostro ordinamento, un'ipotesi contraria all'ordine pubblico: non solo non potrà essere celebrato in Italia, ma non potrà nemmeno essere trascritto anche se celebrato all'estero. E' irrilevante che il minore di 16 anni che contrae matrimonio sia cittadino italiano o cittadino straniero: in ogni caso si tratta di un matrimonio che “secondo il nostro diritto è radicalmente nullo ... sia che sia stato celebrato in Italia o all'estero; quindi il relativo atto non può essere trascritto (art. 18 ord. st. civ.)[2].

Si precisa per completezza che poiché il diritto canonico prevede un limite di età inferiore a quello previsto dal codice civile, potrebbe capitare che venga celebrato un matrimonio perfettamente valido, secondo l'ordinamento canonico, ma non trascrivibile per difetto di età nei registri di stato civile e, quindi, inadatto a produrre effetti civili.

Il Ministero dell’Interno ha ribadito che “Non è possibile trascrivere il matrimonio tra un italiano ed uno straniero celebrato all’estero quando uno od entrambi i nubendi avevano meno di sedici anni al momento della celebrazione, essendo quello dell’età minima un limite di ordine pubblico. Tuttavia, poiché l’azione di annullamento, anche nel diritto italiano, è improponibile dopo il decorso di un anno dal raggiungimento della maggiore età (art. 117, comma 2 del codice civile), si deve ritenere comunque trascrivibile il matrimonio quando la richiesta in tal senso venga effettuata dopo il decorso di tale periodo di tempo. Nel caso in cui l’età di uno o di entrambi gli sposi al momento della celebrazione sia invece ricompresa tra i sedici ed i diciotto anni, è possibile trascrivere il matrimonio se sono rispettate le condizioni di cui alla legge del paese di appartenenza del minorenne straniero. Resta salva, anche in questo caso, la possibilità di trascrivere comunque il matrimonio trascorso un anno dal raggiungimento della maggiore età.[3]

Dibattuta poi è la questione relativa al corretto inquadramento della incapacità del minore.

Secondo parte della dottrina, la minore età comporta una vera e propria incapacità giuridica (di carattere speciale) al matrimonio: al minore manca, infatti, non solo l'idoneità a compiere l'atto, ma altresì la capacità a divenire titolare del rapporto, che con l'atto si costituisce, sicché è esclusa ogni forma di rappresentanza, sia legale, sia volontaria[4].

Il minore ultrasedicenne può chiedere, con istanza personale al tribunale dei minori del luogo di residenza, di essere ammesso al matrimonio (art. 38 disp. att. c.c.): si ha, pertanto - per un singolo e specifico atto - una particolare fattispecie di capacità di agire che non consente l'esercizio a mezzo di procuratore.

Come si stabilisce la maturità dei nubendi infrasedicenni?

La maturità psicofisica viene comunemente individuata nella volontà spontanea e consapevole del vincolo, ossia, nel serio impegno ad affrontare la vita coniugale e le responsabilità che ne discendono, avuto riguardo agli artt. 143 ss. c.c. (T. Min. Palermo, 1.7.1981).

La maturità dev'essere vista in funzione dell'integralità e complessità del rapporto matrimoniale: in sostanza è una formula sintetica per indicare la complessiva maturità del minore: non è sembrato che l'accertamento fosse scindibile in una valutazione distinta della maturità fisica e di quella intellettuale .

L'organo giudicante ha ampi poteri istruttori: può far riferimento all'ambiente sociale e familiare che ha contribuito alla formazione del minore, ai colloqui con lo stesso, con i suoi genitori, e con il pubblico ministero.

Ai parametri fin qui succintamente esposti, sembra essersi affidato lo stesso Collegio nisseno:

“…le dichiarazioni rese da genitori dei due ragazzi, dalle quali emerge un incondizionato favore per il rilascio della chiesta autorizzazione; tale favore sottintende un implicito riconoscimento della capacità dei ragazzi di svolgere adeguatamente i compiti che derivano dalle nuove responsabilità, genitoriali e di coppia.

Deve a questo punto osservarsi che a favore di una lata interpretazione dell’art. 84 c.c. soccorrono i principi contenuti nella Convenzione europea sull’esercizio dei di-ritti dei minori adottata dal Consiglio di Europa nella città di Strasburgo il 25 gennaio 1996, ratificata dallo Stato italiano con la l. 20 marzo 2003 n. 77 (entrata in vigore il 1° novembre 2003 a seguito del deposito degli strumenti di ratifica), e in particolare quello enunciato dall’art. 3, significativamente intitolato «Diritto di essere informato e di esprimere la propria opinione nei procedimenti»: «Nei procedimenti che lo riguardano dinanzi a un’autorità giudiziaria, al minore che è considerato dal diritto interno come avente una capacità di discernimento vengono riconosciuti i seguenti diritti, di cui egli stesso può chiedere di beneficiare: a) ricevere ogni informazione pertinente; b) essere consultato ed esprimere la propria opinione; c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione».

La norma richiamata – costituendo (in dipendenza della ratifica della Convenzione operata dalla citata L.77/2003) norma vigente dell’ordinamento nazionale, conformemente al principio enunciato nell’art. 10 Cost. – configura in capo al giudice un generalizzato dovere di acquisire, attraverso l’audizione dello stesso minore, il punto di vista di quest’ultimo sull’oggetto del procedimento.

L’art. 3 della richiamata Convenzione, recepita nell’ordinamento nazionale, ha dunque inteso valorizzare al massimo grado l’opinione del minore, cosicché, se essa de-ve essere in ogni caso acquisita dal giudice a prescindere dall’età del minore – subordinatamente all’accertamento da parte dello stesso giudice che il minore interessato alla definizione del singolo procedimento abbia conseguito una «capacità di discernimento» che gli consenta di intendere il significato e la rilevanza della decisione che il giudice dovrà assumere nei suoi riguardi, per la sua esistenza futura –; se l’opinione del mino-renne – si diceva – deve essere in ogni caso acquisita dal giudice, ne consegue, con tutta evidenza, che la stessa deve pure essere adeguatamente considerata dal medesimo giudice ai fini della successiva decisione che dovrà assumere nei riguardi e nell’interesse del-lo stesso minorenne.

Maggiormente si deve dunque valorizzare tale volontà nel caso sottoposto al vaglio di questo Tribunale, tenuto conto, da un lato, dell’età dei giovani (che, si ripete, è prossima ai diciassette anni) e, d’altro lato, del fatto che non risultano, a carico degli stessi, disturbi di personalità o anomalie del carattere, ovvero patologie della sfera neuropsichica idonee ad escluderne (o ridurne in forma significativa) le capacità intellettive e/o volitive.

Conclusivamente, l’esegesi dell’art. 84 c.c., effettuata alla luce della finalità di valorizzare – secondo la ratio della Convenzione citata – la volontà del minore nubendo, impone al giudice di interpretare restrittivamente la nozione di «gravi motivi» richiesta dalla normativa citata, nel senso che l’autorizzazione a contrarre matrimonio anteriormente al conseguimento della maggiore età deve essere negata nei soli casi in cui si accerti in concreto che il minore abbia subìto – in conseguenza di rilevanti deficit di cui sia portatore o di fattori esterni – un significativo condizionamento della propria sfera intellettiva e/o volitiva, tale da far ritenere che la manifestazione di volontà per conseguire l’autorizzazione a contrarre matrimonio espressa dallo stesso minore sia stata viziata, e quindi non possa essere valorizzata dal giudice per decidere in senso conforme alla richiesta avanzata dallo stesso nubendo.

Ribadito dunque che, per quanto supra esposto, può ritenersi che i ricorrenti hanno maturità psico-fisica per contrarre matrimonio e, inoltre, che ricorrano gravi motivi per ammettere gli stessi al matrimonio, (A) e (B) possono quindi essere autorizzati a contrarre il negozio de quo prima del conseguimento della maggiore età.”

Che dire? W gli sposi!

[1] Art. 84 c.c.: 1. I minori di età non possono contrarre matrimonio. 2. Il tribunale, su istanza dell’interessato, accertata la sua maturità psico-fisica e la fondatezza delle ragioni addotte, sentito il pubblico ministero, i genitori o il tutore, può con decreto emesso in camera di consiglio ammettere per gravi motivi al matrimonio chi abbia compiuto i sedici anni. 3. Il decreto è comunicato al pubblico ministero, agli sposi, ai genitori e al tutore. 4. Contro il decreto può essere proposto reclamo, con ricorso alla corte d’appello, nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione. 5. La corte d’appello decide con ordinanza non impugnabile, emessa in camera di consiglio. 6. Il decreto acquista efficacia quando è decorso il termine previsto nel quarto comma, senza che sia stato proposto reclamo.

[2] F. Vitali, Lo Stato civile, Ed. Il sole24ore, Milano, 2003, p. 358.

[3] Massimario, paragrafo 9.1.1, capoverso 3°

[4] Lipari, Del matrimonio celebrato davanti all'ufficiale di stato civile, in Comm. Cian, Oppo, Trabucchi, II, Padova, 1992, 130; Santoro Passarelli, Dottrine generali del diritto civile, 9a ed., Napoli, 1966, 25