Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 18/04/2018

Il sassolino che non era un calcolo

Era molto malata mia madre, si temeva avesse un tumore al pancreas: da mesi il colorito parlava chiaro. Era ricoverata in ospedale a nord di Roma e verso luglio i medici decisero di operarla, anche se nessuno si faceva grandi illusioni. Era una donna ancora giovane, aveva poco più di sessant’anni, da giovane fra le altre cose aveva seguito dei corsi di infermiera, a Venezia,  un po’ se ne intendeva di  medicina. Era una donna attiva, con una bellezza forte, luminosa, molto vitale,  energica, leggeva parecchi libri, amava la musica, era elegante;  mi aveva seguito-accudito giorno per giorno sin da piccolino, aveva condiviso con me ogni momento della vita. Ora era vedova, alquanto  sola, un po’ malinconica, impaurita da quel male, da quel giallore in viso che non lasciava tantissime speranze.  C’era sempre la possibilità si trattasse di calcoli e tutti ci attaccavamo a quell’ipotesi benigna.

Avevo poco più di trent’anni,  io.

Quel giorno fuori della sala operatoria ero solo ad aspettare il responso, abitavo allora - per assisterla meglio - nel suo appartamentino in p.zza Nemorense; ogni giorno andavo su e giù da quella casa all’ospedale, sulla Flaminia, sopra il mio maggiolino grigio chiaro, anche quel giorno avevo fatto così. Il chirurgo uscì serio dalla sala e mi disse che era proprio quello che si temeva: l’avevano richiusa senza poter fare nulla, non c’erano speranze. Pancreas. Aggiunse, comunque, che i malati del genere speravano sempre si trattasse di calcoli alla cistifellea, e che era bene sostenere quell’illusione; erano peraltro diffidenti i malati, tutti, sempre: pretendevano si mostrassero  loro i segni effettivi e tangibili che si trattava proprio di calcoli.

Mi consigliò, perciò, di farmi dare da un’infermiera una boccettina col tappo, di riempirla d’acqua, di uscire nel vialetto là fuori; di prendere poi un sassolino qualsiasi e di infilarlo dentro la boccetta e di dire a mia madre che quello era il calcolo che le avevano trovato,  e che le avevano tolto. Io non capivo molto, già ero tramortito dal dolore, incredulo; mi pareva in effetti fosse una cosa molto strana, quell’invenzione, ritenevo impossibile che un malato non del tutto ingenuo potesse ‘cascarci’. Il chirurgo  osservò che non c’era molto altro da fare,  però; era meglio, secondo lui, non dire comunque la verità:  il bisogno di sperare spingeva sovente, incredibilmente, tanti malati a crederci lo stesso.

Obbedii quindi, pur incertissimo, combattuto, lacerato, presi a caso dal vialetto un sassolino grigio piccolo; guardandolo così levigato e rotondetto mi sembrava impossibile (mia madre poi!) che qualcuno potesse mai scambiarlo per un ‘calcolo’;  per la verità, non avevo neanche mai visto un calcolo umano: “Chissà, chissà, magari fuziona”, mi dicevo.

Quando mia madre tornata nella sua stanza aprì gli occhi, dopo l’anestesia,  mi chiese subito com’era andata.

“Bene, - risposi, ma facevo fatica a guardarla, -  il chirurgo ha detto proprio che era un calcolo, sai”.

Sembrava ci credesse poco, si vedeva pur sempre ogni giorno (!) allo specchio, quando si lavava il viso.

“E dove sarebbe questo calcolo?”, sapeva che la prassi dell’ospedale era quella.

Speravo non me lo chiedesse;  mi avevano detto però che, se si rispondeva che  il calcolo era stato buttato via, per il malato era automaticamente la prova del nove che la verità era quella opposta, infausta e più tragica: anche quando si trattava davvero di un calcolo. Così presi, riluttante, la boccetta appoggiata sull’armadio, con dentro quel mio ridicolo sassolino, e lo porsi  alla mamma. Le bastò un’occhiata per capire che era  solo  una messinscena, una fandonia; per non sbugiardarmi fece finta di niente, assentendo silenziosamente. Sapeva che le mentivo in nome della speranza (della non disperazione) da alimentare; e sapeva anche  che io mi ero reso conto subito che lei aveva indovinato.

Morì dopo due mesi.

Penso a questa storia un giorno sì e un giorno no, e sogno la mia mamma ogni notte. Purtroppo sono spesso sogni tristi, oppressivi.

Auguro a tutti voi, che mi leggete, di non restare mai orfani; è un dolore troppo forte per una creatura umana, non si può vivere senza la propria mamma.

Si può forse cercare di allestire/riempire, pian piano, un grande album pieno di ricordi, tutte le cose belle fatte insieme quando lei c’era ancora … non è  neanche poco, dai !!