Biodiritto, bioetica - Biodiritto, bioetica -  Rita Rossi - 19/04/2018

Il "suicidio assistito" verrà legittimato dalla Consulta? - C. Assise Milano ord. 1/2018

Il "suicidio assistito" verrà legittimato dalla Consulta?

L' interrogativo è d'obbligo dopo la rimessione alla Corte Costituzionale della questione di legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p.
Come ricorderete, a seguito della morte in Svizzera di DJ Fabo, Marco Cappato - l'uomo che aiutò Fabo a portare a compimento la decisione di togliersi la vita (assunta da Fabo a causa delle sofferenze povocategli dalla malattia) -  viene imputato del reato punito dall'art. 580 c.p.
Precisamente, l'aiuto fornito da Cappato era consistito nell'accompagnare Dj Fabo nella clinica Svizzera, dove egli si spense.
L'articolo del codice penale punisce il reato di rafforzamento e aiuto al suicidio, considerando le due condotte alternative, cioè prescindendo dal fatto che la condotta di aiuto abbia altresì concorso a determinare/rafforzare il proposito suicidario.

La Corte di Assise di Milano, davanti al quale Cappato viene processato, riflette tuttavia sulla necessità di distinguere le due condotte: aiutare a realizzare il proposito suicida non può equivalere a determinare tale proposito o a rafforzarlo, poichè non interviene sul processo di formazione di quella volontà!
La Corte milanese ritiene che Cappato vada assolto dall' ipotesi di reato relativa al rafforzamento della volontà di suicidio; e ciò in quanto tale volontà era assolutamente ferma ed irremovibile in DJ Fabo.
Riguardo alla condotta di aiuto al suicidio, la Corte milanese trasmette gli atti alla Consulta ritenendo che in questa parte l'art. 580 c.p.c. non sia conforme alla Costituzione.
I Giudici milanesi ritengono che la norma del codice penale debba essere intesa alla luce dei valori affermati dalla Costituzione, tra cui spiccano il principio personalistico di cui all'art. 2 Cost. e il diritto di libertà individuale tutelato dall'art. 13 Cost.
In materia di salute, quanto sopra suona così: "La persona non può essere costretta a subire un trattamento sanitario contro la propria volontà" dal chè deriva - continuano i giudici rimettenti - il diritto della persona di "decidere sulla propria vita ancorchè da ciò dipenda la morte"; in tal senso, peraltro, si è già pronunciata la Cassazione (caso Welby e caso Englaro).

Recentemente, poi - fanno notare i giudici della Corte d'Assise - è entrata in vigore la legge n. 219 del 2017, la quale valorizza decisamente l'autodeterminazione della persona in materia di salute, prevedendone altresì il diritto a rifiutare i cd. trattamenti salvifici, quali l'alimentazione e ventilazione forzate; e ciò equivale ad attribuire alla persona il diritto di "lasciarsi morire".
Il fatto che - si legge ancora nell'ordinanza di rimessione - la legge n. 219 non abbia riconosciuto altresì il diritto al suicidio assistito "non può portare a negare la sussistenza della libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria esistenza" ma "porta solo ad escludere che si possa richiedere al Servizio Sanitario Nazionale un trattamento diverso da quello previsto dalla l. n. 219/2017".
Ciò in quanto la legge recentemente approvata esclude la possibilità di richiedere al medico trattamenti contrari a norme di legge o alla deontologia professionale.

Da qui la conclusione secondo cui devono ritenersi sanzionabili ex art. 580 c.p. solo le condotte che "abbiano alterato il percorso psichico del soggetto passivo, impedendogli di addivenire in modo consapevole e ponderato a tale scelta".
La soluzione prospettata, sulla quale si attende il pronunciamento del Giudice delle leggi, è dunque di conservare la previsione della norma penale riguardo alla condotta che condiziona il formarsi della volontà di suicidio, ma di depenalizzare la condotta che si limiti ad aiutare materialmente l'attuazione del proposito suicidario.

Che dire in merito?

Di sicuro, le conclusioni di cui sopra accolgono una concezione estrema del diritto di autodeterminazione della persona, che va oltre le pur significative aperture del Legislatore del 2017.
Il ragionamento condotto nell'ordinanza di rimessione (con ampia serie di argomentazioni) è ineccepibile sul piano giuridico e altresì (almeno per molti) condivisibile sul piano etico.
Credo, tuttavia, che sarebbe stato doveroso precisare che la depenalizzazione dell'aiuto al suicidio dovrebbe riguardare le sole ipotesi in cui la volontà suicidaria trovi ragione nell' insostenibile sofferenza fisica e/o morale connessa ad una condizione di malattia o di invalidità della persona. 

Diversamente, si rischierebbe di legittimare l'aiuto al suicidio di una persona che - magari perchè insoddisfatta e avvilita per le più varie ragioni - decidesse di togliersi la vita in un momento di debolezza estrema.
Penso che la libertà della persona costituisca un diritto sacrosanto e questo afferma la Costituzione, ma penso al tempo stesso che non si debba in ogni caso mai perdere di vista la necessità di proteggere un'esistenza umana dal rischio di decisioni avventate, in mancanza di condizioni di sofferenza insopportabile ed irreversibile.